I droni sono il prezzo della riconciliazione tra Obama e i sauditi

Ieri il presidente americano Barack Obama è atterrato in Arabia Saudita per incontrare re Abdullah e riparare le relazioni tra i due governi, messe in crisi profonda dal disaccordo su cosa fare sui dossier Egitto, Siria e Iran. Il tentativo di riconciliazione tra Washington e Riad è stato organizzato in una visita americana a febbraio del ministro dell’Interno saudita Mohamed bin Nayef e secondo il sito Intelligence Online, vicino ai servizi segreti francesi, ha avuto un prezzo: Washington venderà ai sauditi i droni Predator – che finora aveva fornito soltanto ad alcuni suoi alleati, tra cui Gran Bretagna e Italia.
Da mesi l’industria General Atomics americana sta negoziando con il ministro della Difesa saudita, Salman bin Abdulaziz, l’acquisto degli aerei senza pilota, che considera il suo prodotto di punta.

I droni sono il prezzo della riconciliazione tra Obama e i sauditi

Ieri il presidente americano Barack Obama è atterrato in Arabia Saudita per incontrare re Abdullah e riparare le relazioni tra i due governi, messe in crisi profonda dal disaccordo su cosa fare sui dossier Egitto, Siria e Iran. Il tentativo di riconciliazione tra Washington e Riad è stato organizzato in una visita americana a febbraio del ministro dell’Interno saudita Mohamed bin Nayef e secondo il sito Intelligence Online, vicino ai servizi segreti francesi, ha avuto un prezzo: Washington venderà ai sauditi i droni Predator – che finora aveva fornito soltanto ad alcuni suoi alleati, tra cui Gran Bretagna e Italia.

Da mesi l’industria General Atomics americana sta negoziando con il ministro della Difesa saudita, Salman bin Abdulaziz, l’acquisto degli aerei senza pilota, che considera il suo prodotto di punta. Le due parti devono ancora trovare l’accordo finale sul livello di tecnologia che sarà effettivamente trasferito tra i due paesi e la compravendita dovrà poi ancora ottenere l’autorizzazione del Congresso americano ed essere vagliata dai membri del Mtcr (Missile Technology Control Regime), un gruppo di 34 paesi che sorveglia le esportazioni di missili e droni per limitare la proliferazioni di armi di distruzione di massa.
Da tempo l’Arabia Saudita aspetta i Predator, per mettersi in pari con il grande rivale regionale, l’Iran, che già dispone dei suoi modelli di drone, come il Karrar e lo Shahed 129. I sauditi ospitano sul loro territorio una base della Cia da cui decollano i Predator che sorvolano lo Yemen – il bombardamento più recente è stato il 12 marzo contro Moazab bin Aziz, un capo locale di al Qaida nel nord del paese. Nel negoziato hanno avuto anche una parte, decisiva a quanto sembra, il già citato ministro Mohamed bin Nayef e John Brennan, direttore della Cia. I due si conoscono da quando Brennan lavorava nella stazione Cia di Riad, e da anni collaborano assieme contro il gruppo di al Qaida nella penisola arabica – i sauditi ci mettono la superiore capacità di raccogliere informazioni sul campo, gli americani ci mettono i droni.

I rapporti tra Obama e il novantenne re Abdullah – che ieri durante l’incontro era collegato con un tubicino a una bombola di ossigeno – hanno raggiunto negli ultimi mesi punte di estrema freddezza, dopo anni di malcontento a partire dalle proteste di piazza Tahrir al Cairo che nel 2011 costrinsero il presidente egiziano Hosni Mubarak a dimettersi. Si dice, senza alcuna conferma, che quando il sovrano saudita al telefono con Obama seppe che l’America non avrebbe appoggiato il presidente egiziano ebbe un malore dalla rabbia, immaginando che quello sarebbe stato anche il suo destino in caso di rivolta. Il motivo più grande di tensione è senz’altro la recente apertura diplomatica di Washington nei confronti dell’Iran – i due paesi a novembre 2013 hanno raggiunto un accordo provvisorio e generico sul programma nucleare che scade fra due mesi.

Anche sulla Siria c’è disaccordo. I sauditi vorrebbero armare e finanziare una parte dei ribelli – esclusi un paio di gruppi considerati pericolosi anche per il regno, gli americani sono contrari perché temono che le armi (soprattutto quelle antiaeree) cadano in mano agli elementi che progettano attacchi all’estero. Due giorni fa il New York Times ha spiegato in un lungo pezzo che una parte di al Qaida ora si sta spostando dal confine tra Afghanistan e Pakistan allearee della Siria non controllate dal governo di Bashar el Assad. Ieri però il Washington Post ha pubblicato un pezzo di David Ignatius – che ha buone fonti tra i sauditi – che spiega che l’Amministrazione Obama sta per riprendere e raddoppiare gli aiuti agli insorti siriani. Il pezzo sembra poco realistico e di buon auspicio per le relazioni tra sauditi e americani.

In questo clima di tentata riconciliazione, questa settimana è rispuntato il capo dei servizi sauditi, Bandar bin Sultan, che a febbraio era stato dato per finito, vittima sacrificale dei disaccordi tra Obama e il re. La sua assenza di due mesi è stata spiegata con ragioni mediche.


 

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