Renzi getti la crescita oltre l’ostacolo

La tagliola da 40-50 miliardi dal 2016 per l’entrata in vigore del Fiscal compact (riduzione di un ventesimo l’anno del debito pubblico oltre il 60 per cento del pil) non è una fatalità, ha detto due giorni fa il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco (vedi inserto I). Basterebbe una crescita dell’economia vicina ai tre punti nominali (cioè inflazione inclusa) e il mantenimento del pareggio strutturale di bilancio. Agendo cioè contemporaneamente sul denominatore – il pil – e sull’avanzo primario, al netto degli interessi, l’aggiustamento si realizzerebbe da solo “senza un orientamento perennemente restrittivo” della finanza pubblica. In avanzo primario l’Italia c’è da vent’anni, e oggi è la prima d’Europa davanti anche alla Germania.

Renzi getti la crescita oltre l’ostacolo

La tagliola da 40-50 miliardi dal 2016 per l’entrata in vigore del Fiscal compact (riduzione di un ventesimo l’anno del debito pubblico oltre il 60 per cento del pil) non è una fatalità, ha detto due giorni fa il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco (vedi inserto I). Basterebbe una crescita dell’economia vicina ai tre punti nominali (cioè inflazione inclusa) e il mantenimento del pareggio strutturale di bilancio. Agendo cioè contemporaneamente sul denominatore – il pil – e sull’avanzo primario, al netto degli interessi, l’aggiustamento si realizzerebbe da solo “senza un orientamento perennemente restrittivo” della finanza pubblica. In avanzo primario l’Italia c’è da vent’anni, e oggi è la prima d’Europa davanti anche alla Germania. Ma il record rischia di essere fine a se stesso, né può salvarci dalla mannaia fiscale se non ci si muove sulla crescita. Immediatamente.
Le stime più recenti indicano nello 0,6 per cento l’aumento del pil italiano nel 2014 e nell’1,2 nel 2015. Meno della metà del necessario, considerata anche la fase di bassissima inflazione che attraversiamo. Lasciando perdere la Grecia, che suscita meraviglia con una crescita prevista nei prossimi due anni, ma che non è paragonabile per il baratro dal quale proviene, dovremmo magari raffrontarci alla Gran Bretagna e all’Irlanda. Entrambe, pur senza avanzi primari, non avranno o non avrebbero problemi con il debito, potendo contare fin da quest’anno su una ripresa vigorosa: del 2,5 gli inglesi, del 10 gli irlandesi. I primi con la sterlina, i secondi con l’euro. Come hanno fatto? Con un mix di tagli alla spesa, privatizzazioni e liberalizzazioni dei servizi pubblici, riforme del lavoro e mantenimento della pressione fiscale di favore per le imprese (Irlanda) e le persone (Gran Bretagna). Entrambi hanno rifiutato le dottrine dominanti europee, facendo però le riforme in proprio; e l’Irlanda pur ricevendo gli aiuti della Troika. In tutti e due i casi risolutiva è stata la rapidità d’azione, e il rifiuto della concertazione che non coincide con il consenso sociale. A Dublino il governo di centrosinistra, sostenuto dall’opinione pubblica, ha attuato nel 2011 in pochi mesi la diminuzione degli statali, le leggi sulla produttività e il mantenimento degli sgravi per le imprese. Lo stesso anno a Londra il governo tory ha messo in disarmo le portaerei, impostato la riduzione di 730 mila civil servant, avviato la privatizzazione della Royal Mail completata con successo lo scorso gennaio. Oggi il premier inglese David Cameron può allentare la cinghia con riduzioni di tasse e incrementi delle pensioni, mentre la ricchezza pro capite degli irlandesi torna a superare di un terzo quella italiana. Capito Renzi? Meno annunci e visite alle scuole. Occorre fare. E subito.

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