“L’uomo più pericoloso dell’India” assomiglia a Beppe Grillo

Arvind Kejriwal è arrivato a Varanasi martedì sera. Era provato, i vestiti sporchi dell’inchiostro nero che alcuni manifestanti gli avevano lanciato addosso qualche ora prima. Kejriwal è il leader dell’Aam Aadmi Party, il “partito dell’uomo comune”, un movimento anti corruzione che negli ultimi due anni ha conteso ai due giganti della politica indiana, il Partito del Congresso attualmente al potere e il partito nazionalista indù Bharatiya Janata Party (Bjp) i voti della piccola borghesia cittadina. Quando finalmente Kejriwal si è rivolto alla folla, il suo annuncio corrispondeva alle indiscrezioni che i giornali indiani pubblicavano da giorni.

“L’uomo più pericoloso dell’India” assomiglia a Beppe Grillo

Arvind Kejriwal è arrivato a Varanasi martedì sera. Era provato, i vestiti sporchi dell’inchiostro nero che alcuni manifestanti gli avevano lanciato addosso qualche ora prima. Kejriwal è il leader dell’Aam Aadmi Party, il “partito dell’uomo comune”, un movimento anti corruzione che negli ultimi due anni ha conteso ai due giganti della politica indiana, il Partito del Congresso attualmente al potere e il partito nazionalista indù Bharatiya Janata Party (Bjp) i voti della piccola borghesia cittadina. Quando finalmente Kejriwal si è rivolto alla folla, il suo annuncio corrispondeva alle indiscrezioni che i giornali indiani pubblicavano da giorni. Volete che mi candidi per il Parlamento qui, nell’antica città sacra di Varanasi?, ha urlato. La folla ha esultato, pregustandosi la sfida: nel collegio di Varanasi, la città sulle rive del Gange a ottocento chilometri a sud-est di Nuova Delhi, è già candidato il leader del Bjp, l’uomo che secondo tutti i sondaggi diventerà il prossimo primo ministro dell’India, Narendra Modi.

Le elezioni in India iniziano tra poche settimane. Saranno le elezioni più grandi della storia, con un bacino di 814 milioni di potenziali elettori, dureranno dal 7 aprile al 12 maggio, il conteggio dei voti inizierà quattro giorni dopo. Il collegio di Varanasi (una delle città sacre per l’induismo, quella in cui ogni indù è obbligato a recarsi almeno una volta nella vita per bagnarsi nelle acque del Gange) è uno dei più importanti dell’India. Varanasi è il capoluogo dell’Uttar Pradesh, lo stato che esprime il maggior numero di parlamentari alle elezioni e che è obbligatorio conquistare per avere la maggioranza al Lok Sabha, la camera bassa del Parlamento. Varanasi è uno dei feudi del Bjp, Modi ha annunciato lì la sua candidatura dieci giorni fa, la sua vittoria è talmente certa che il Partito del Congresso ancora non ha nominato nessun candidato per quel collegio, indeciso su chi sacrificare. Kejriwal si è buttato da solo nella gabbia insieme a Modi, nonostante le scarsissime possibilità di vincere, ma la sua non è una storia di coraggio.

Fino a tre anni fa Arvind Kejriwal era un ispettore delle tasse di Nuova Delhi. Nel 2011 si è unito al movimento anti corruzione del guru Anna Hazare, è il volto televisivo del movimento. Un anno dopo, quando ha visto che Hazare non aveva intenzione di usare la sua popolarità per entrare in politica, ha deciso di farlo lui. L’Aap ha ripreso l’iconografia gandhiana (Kejriwal ha riportato di moda il cappellino di carta usato dal movimento indipendentista), l’ha integrata con nuovi elementi (il simbolo del partito è una scopa, a indicare la pulizia che l’Aap farà dentro alle stanze del potere) e l’ha rivestita di slogan infiammabili contro la corruzione, contro il dominio dei due grandi partiti indiani, la gestione paludosa dei fondi politici, i grandi affaristi, indiani e non, che speculano con i soldi dei cittadini. Tra i bersagli preferiti dell’Aap c’è Mukesh Ambani, l’uomo più ricco dell’India. Secondo Kejriwal il sistema dei partiti indiani è marcio, basta guardare alle storie dei due principali candidati alle elezioni per capirlo: Rahul Gandhi, l’ultimo e meno dotato erede della grande dinastia, famoso più per le sue gaffe che per la sua efficacia politica, e Narendra Modi, un politico di professione da più di quarant’anni. Kejriwal invece è un uomo comune, per diventare ispettore delle tasse ha dovuto superare i due difficilissimi esami statali indiani, ha raggiunto la sua posizione grazie al duro lavoro – e se non avesse scelto di sacrificarsi per la politica avrebbe potuto godersi felice le enormi somme che avrebbe potuto guadagnare, questo Kejriwal non dimentica mai di ricordarlo nei discorsi.

Di slogan in slogan Kejriwal ha infiammato la piccola borghesia di Delhi, desiderosa di cambiamento, e le classi più povere della città. L’anno scorso si è presentato alle elezioni per la carica di capo del governo di Delhi, e ha smentito tutti i sondaggi quando a dicembre le elezioni le ha vinte. Come “sindaco” di Delhi, tuttavia, Kejriwal è durato solo 49 giorni, il tempo di fare approvare alcune misure populiste (ha dimezzato le bollette dell’elettricità), altre anti mercato (ha abrogato una legge che consentiva a Delhi gli investimenti di grandi store come Tesco e Walmart) e di andarsene urlando che la politica marcia dei partiti non gli consentiva di mettere in pratica le sue misure anti corruzione (arrivò a protestare in piazza contro la polizia della città, controllata dal governo federale). Molti hanno pensato che volesse aprirsi il passo per le elezioni nazionali, alle quali poco dopo ha annunciato la sua partecipazione. E come è successo con le dimissioni a Delhi, la sfida diretta a Narendra Modi darà a Kejriwal ampia possibilità di presentarsi come nemico dei poteri forti.

Kejriwal e l’Aap centrano uno dei problemi dell’India quando si scagliano contro la corruzione e il capitalismo clientelare, che come raccontava l’Economist due settimane fa stanno allontanando gli investimenti e danneggiando l’economia, ma la loro soluzione prevede più burocrazia, non meno (un nuovo ente anti corruzione) ed è piena di sospetto per gli imprenditori, che sono tutti corrotti, e per gli investitori internazionali, che fino a prova contraria sono tutti speculatori – non una buona prospettiva per un paese la cui crescita si sta riducendo vistosamente. Vista la crescente rilevanza dell’Aap, questa settimana Foreign Policy è arrivata a chiedersi se Kejriwal sia “l’uomo più pericoloso in India”.

Ma i tempi di Delhi sono lontani. La fine ridicola del governo della capitale ha minato la credibilità dell’Aap, i suoi sondaggi sono sotto la doppia cifra, e i grandi partiti indiani stanno prendendo le adeguate contromisure al populismo. Rahul Gandhi promette riforme e “crescita per tutti”, anche se il suo retaggio familiare in India è sinonimo di nobile immobilismo. Modi afferma di voler purgare la politica indiana, e come raccontava ieri Amy Kazmin sul Financial Times è il Bjp oggi ad attirare il voto giovane e desideroso di cambiamento. Modi ha promesso di creare dieci milioni di posti di lavoro per i giovani, ha riorientato la retorica nazionalista indù del suo partito sui temi dell’economia e dello sviluppo, ma ha mantenuto su di sé l’aura dell’uomo forte che è in grado di imporre la sua volontà e compiere quanto promesso. Dopo il fallimento dei due mandati del primo ministro Manmohan Singh, la delusione per il Partito del Congresso oggi al governo è grande, tanto che in campagna elettorale a volte è sembrato che il cognome di Rahul Gandhi fosse uno svantaggio. Il Partito del Congresso ha ancora la tendenza a proteggere i poveri d’India anziché aiutarli a uscire dalla povertà, Modi al contrario sembra avere una vera idea di futuro per l’India – sempre che la rabbia del Partito dell’uomo comune non voglia negarglielo.

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