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Il Regno Unito vieta i libri in carcere: sono un privilegio

Leggere è un privilegio, almeno nel Regno Unito, quindi in carcere niente libri, siamo inglesi. Il governo britannico ha approvato (silenziosamente) lo scorso novembre un decreto restrittivo che vieta ai detenuti di ricevere i libri spediti loro da familiari, amici, associazioni e qualsivoglia altro soggetto. Di questo provvedimento non se ne è saputo niente per mesi, passato sotto silenzio, ignorato dai media, almeno sino a quando un blog che tratta di argomenti legati al rispetto dei diritti umani ha segnalato la notizia. In poche ore diversi scrittori e intellettuali inglesi come Philip Pillman, Mark Haddon, Ian McEwen e Susan Hill hanno iniziato a criticare aspramente la scelta del governo, aperto una petizione online, costretto il ministro della Giustizia inglese, Chris Grayling, a difendersi pubblicamente.

Il Regno Unito vieta i libri in carcere: sono un privilegio

Leggere è un privilegio, almeno nel Regno Unito, quindi in carcere niente libri, siamo inglesi. Il governo britannico ha approvato (silenziosamente) lo scorso novembre un decreto restrittivo che vieta ai detenuti di ricevere i libri spediti loro da familiari, amici, associazioni e qualsivoglia altro soggetto. Di questo provvedimento non se ne è saputo niente per mesi, passato sotto silenzio, ignorato dai media, almeno sino a quando un blog che tratta di argomenti legati al rispetto dei diritti umani ha segnalato la notizia. In poche ore diversi scrittori e intellettuali inglesi come Philip Pillman, Mark Haddon, Ian McEwen e Susan Hill hanno iniziato a criticare aspramente la scelta del governo, aperto una petizione online, costretto il ministro della Giustizia inglese, Chris Grayling, a difendersi pubblicamente.

"I libri non sono stati messi al bando nelle prigioni inglesi", chiarisce sul sito conservativehome.com, "tutti i carcerati possono tenere sino ad un massimo di 12 libri nella propria cella, solo che ora non ne possono più ricevere dall'esterno. Vogliamo incentivare i condannati a comportarsi meglio - continua - e rendere i libri un privilegio è uno di questi incentivi". Il ministro cerca di minimizzare, di acquietare le polemiche. "Per i meritevoli i libri ci sono, con la certificazione di buona condotta possono recarsi in biblioteca oppure acquistarli dai rivenditori carcerari. Non cambia niente".

Le giustificazioni di Grayling appaiono però poco pertinenti sia alle associazioni umanitarie che al mondo culturale inglese che hanno controbattuto sottolinenando alcune problematiche amministrative: le biblioteche nei carceri inglesi non sono molto diffuse (solo il 42% delle strutture carcerarie ne possiede una) e sono mal fornite (la media è di nemmeno un libro a condannato) e, inoltre, la carenza di guardie penitenziarie, causato dal taglio alla spesa pubblica, renderebbe impossibile l'accompagnamento del detenuto.

Sono le tematiche etiche però a essere il centro nevralgico della polemica intellettuale, che, in un manifesto scritto a più mani, ha attaccato pesantemente l'operato del ministro sottolineando come "perfino nel campo di prigionia di Guantanamo, dove l’America tiene rinchiusi senza processo i sospetti di terrorismo, i prigionieri possono ricevere libri". Pullman ha rincarato la dose definendo il questo "uno degli atti più maligni, disgustosi, vendicativi di un governo barbaro come il nostro", Susan Hill gli ha fatto eco affermando che "una società si giudica dal modo in cui tratta i suoi prigionieri, vietare i libri in carcere è una mossa da stato totalitario".

Le firme alla petizione aumentano, i commenti contrari crescono di numero ed intensità, David Cameron vacilla e ha fatto pressioni su Grayling affinché sistemi la questione per non creare problemi d'immagine al partito.

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