Via dalla Russia

La Borsa va giù, il rublo si svaluta, i prezzi salgono e i capitali fuggono. Le sanzioni americane ed europee non hanno ancora colpito veramente l’economia russa, limitandosi solo a singoli individui e a una banca, ma la Russia sta già pagando il prezzo della Crimea. Il viceministro dell’Economia Andrei Klepach ha parlato di 35 miliardi di dollari che hanno lasciato la Russia nei primi due mesi del 2014 e si aspetta una fuga di capitali pari ai 65-70 miliardi nel primo trimestre. Nessuno pronuncia la parola “Crimea”, ma basta un calcolo semplice: se la previsione è questa vuol dire che solo a marzo sono scappati dalla Russia altri 35 miliardi. 

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Via dalla Russia

La Borsa va giù, il rublo si svaluta, i prezzi salgono e i capitali fuggono. Le sanzioni americane ed europee non hanno ancora colpito veramente l’economia russa, limitandosi solo a singoli individui e a una banca, ma la Russia sta già pagando il prezzo della Crimea. Il viceministro dell’Economia Andrei Klepach ha parlato di 35 miliardi di dollari che hanno lasciato la Russia nei primi due mesi del 2014 e si aspetta una fuga di capitali pari ai 65-70 miliardi nel primo trimestre. Nessuno pronuncia la parola “Crimea”, ma basta un calcolo semplice: se la previsione è questa vuol dire che solo a marzo sono scappati dalla Russia altri 35 miliardi. Considerando che in tutto il 2013 il capital flight – già ai massimi storici – era stato di 60 miliardi, il motivo di questo “si salvi chi può” è evidente. Da paese rischioso, corrotto, difficile, la Russia ora è diventata pericolosa. Fitch e Standard & Poor’s hanno abbassato sia il rating dell’economia nazionale da stabile a negativo, sia quelli di singole aziende e banche. Nel primo lunedì dopo la “presa della Crimea” la Borsa ha bruciato 58 miliardi, più del costo delle Olimpiadi di Sochi. Singole blue chip, soprattutto delle grandi corporation esportatrici degli oligarchi e dello stato, sono scese ancora di più. Dei progetti putiniani di trasformare Mosca in una capitale finanziaria che avrebbe sfidato la City restano solo i grattacieli. La svalutazione del rublo ha già appesantito del 10 per cento l’indebitamento delle corporation russe, per un terzo in dollari, e il rischio per il paese ha reso praticamente inabbordabile il credito estero. I grandi imprenditori sono corsi da Putin, e il re del nichel Vladimir Potanin ha confessato che da anni prima di addormentarsi si chiedeva cosa sarebbe successo in caso di uno scontro con l’occidente, ma che non poteva immaginarsi di arrivare a questo punto.

Il governo fa l’indifferente o lo spavaldo, minacciando “effetti boomerang” contro l’occidente. Ma è bastato pochissimo per mostrare la fragilità dell’economia russa. Le sanzioni economiche in senso stretto sono state introdotte soltanto contro una banca di dimensioni medie, ma hanno subito lasciato 500 mila correntisti senza le loro Visa e MasterCard, legate ai circuiti internazionali. La Duma ha invocato una carta di credito “autarchica”, qualcuno pensa di associarsi al sistema cinese, ma intanto è un assaggio di cosa potrebbe accadere se il G7 introducesse un embargo più pesante, sulle importazioni russe o sulle esportazioni di petrolio. La Russia importa più del 40 per cento del cibo che consuma e non è in grado di sostituirlo con risorse nazionali, come ha dimostrato il micro-conflitto con l’Ue sulla carne di maiale che ha lasciato senza salumi e würstel la regione di Kaliningrad. Il prodotto locale di regola non è sufficiente, è di peggior qualità e costa di più, a causa dell’inefficienza tecnologica e degli alti costi transazionali, tra fisco e tangenti. E se è vero che per molti produttori europei la perdita del mercato russo potrebbe procurare grossi danni, è vero anche che mentre negli interscambi russi l’occidente occupa quote a due cifre, in quelli dei paesi sviluppati il mercato di Mosca ha fette ridottissime. Come dice Paul Ivan, analista del think tank di Bruxelles European Policy Centre, “i russi dipendono da noi molto più di quanto noi dipendiamo da loro, e possono rimetterci immensamente”.

Un’economia da emirato, che compra quasi tutto quello di cui ha bisogno con i suoi petrodollari. I propagandisti di Mosca propongono fieri progetti autarchici, promettono la rinascita dell’industria nazionale liberata dai concorrenti stranieri più efficienti e convenienti, e guardano alla Cina. Che certamente sarà pronta a dare una mano, ma questo vuol dire avere prodotti tecnologici e industriali di seconda mano rispetto a quelli occidentali, e senza risolvere il problema dell’approvvigionamento alimentare, già acuto per Pechino. Ovviamente ci sono il Brasile, l’India, l’Africa, ma l’unico modo di pagare i nuovi fornitori resta il petrolio, mentre Washington ora vuole colpire Mosca nel cuore del suo potere, l’energia. Se l’America deciderà di sganciare parte delle sue riserve strategiche di petrolio per far andar giù il prezzo la Crimea diventerà un lusso insostenibile. L’esperto americano Dennis Gartman fa i calcoli: una vendita “di prova” di 5 milioni di barili ha subito ridotto il prezzo di 5 dollari, portare sui mercati 275 milioni di barili lo abbatterebbe significativamente. E per i russi ogni dollaro conta: sia perché l’estrazione in Russia è più costosa che, per esempio, nel Golfo, sia perché il bilancio – per la prima volta leggermente in deficit – si regge su proiezioni di prezzi alti.

Il calcolo dell’occidente pare proprio quello di colpire una economia fragile che non può permettersi il lusso di un impero. La svalutazione del rublo, del 10 per cento dall’inizio dell’anno nonostante interventi di una decina di miliardi della Banca centrale per sostenere il cambio, l’inflazione al 7 per cento e il tasso di crescita del pil allo 0,3 per cento a febbraio, che rende perfino il modesto obiettivo di un 1,4 per cento annuo difficile da raggiungere, non sono il risultato delle frustate occidentali. L’ex ministro dell’Economia Andrei Belousov già un anno fa era stato drastico: il motore della crescita costituito dalla spesa pubblica e dall’aumento salariale foraggiato dagli idrocarburi si è spento. Per tornare a crescere servono riforme vere, e l’economista Yakov Mirkin propone di lanciarle ora per “stupire” l’occidente. La lista è nota: trasparenza, lotta alla corruzione, tribunali onesti, fine dello strapotere della burocrazia e della polizia, semplificazione, demonopolizzazione, privatizzazioni, garanzie di diritto, vacanze fiscali, tagli alla spesa pubblica e soprattutto all’apparato. Una ricetta che va in controsenso rispetto al patto sociale putiniano, che si basa essenzialmente sul consenso dei dipendenti pubblici (quelli di basso rango perché pagati bene, quelli di alto rango perché hanno possibilità quasi illimitate di rubare), dei grandi monopoli statali, dei militari con le loro industrie. La ricetta di Mirkin si traduce per Putin e la sua nomenclatura in necessità di cedere il potere. E viene il sospetto che l’operazione della Crimea sia stata, se non pianificata appositamente, almeno usata per rimandare di nuovo le inesorabili riforme e giustificare la fine del miracolo della Putinomics con l’“accerchiamento ostile” dell’occidente.

E’ vero che i russi sono abituati a vivere male, ma è vero anche che il benessere degli ultimi decenni sarà doloroso da perdere, e che il comunismo in fondo era caduto perché non riusciva più a sfamare i suoi sudditi. E ci sarà da pagare anche il prezzo della Crimea. A cominciare dalle spese ovvie – si tratta di “adottare” 2 milioni di nuovi russi, di cui 600 mila pensionati e 200 mila dipendenti pubblici le cui retribuzioni dovranno essere raddoppiate rispetto a quelle ucraine – da progetti infrastrutturali come acquedotti, strade, ponti, fino ai contentini per i crimeani e i loro leader ansiosi di unirsi alla grande redistribuzione della torta petrolifera. Ma 74 delle 85 regioni russe sono già sovvenzionate dal budget federale, e schiacciate dal fardello dei “decreti di maggio”, le voci di spesa che Putin ha aperto tornando al Cremlino nel 2012 e che vengono stimate in un 5 per cento del pil. Resta da vedere per quanto funzionerà l’autarchia putiniana. Per Milosevic è bastato un paio d’anni di sanzioni, per l’Iran più di dieci, Cuba resiste (male) con l’embargo da più di trent’anni. La Russia è grande e comunque ricca di risorse, abbastanza per tirare avanti per anni, anche perché se il Cremlino non ha fatto molto per attrezzarsi per il ritorno della guerra fredda economica, si è applicato molto nella costruzione di un sistema che rende impossibile esprimere lo scontento.

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