Quel don Silvano contiguo al potere peggiore

Luca Rastello, torinese, classe 1961, fa il giornalista e per molti anni ha lavorato nel mondo del volontariato. Ha diretto tra il 2000 e il 2001 l’Indice dei libri del mese, ha fondato nel 1993 il Comitato torinese di accoglienza ai profughi dell’ex Iugoslavia e nel 1998 ha pubblicato “La guerra in casa”, romanzo-reportage sulla guerra degli anni Novanta nei Balcani. Rastello ha anche lavorato nel Gruppo Abele di don Luigi Ciotti fino alla metà degli anni Novanta, e ha diretto la rivista Narcomafie. Domani arriva in libreria il suo ultimo libro. E’ un romanzo e si intitola “I Buoni”, con la b maiuscola. Lo pubblica Chiarelettere (224 pagine, 14 euro) e Rastello lo ha dedicato alle figlie, “Elena e Olga, perché sfuggano”.

Quel don Silvano contiguo al potere peggiore

Luca Rastello, torinese, classe 1961, fa il giornalista e per molti anni ha lavorato nel mondo del volontariato. Ha diretto tra il 2000 e il 2001 l’Indice dei libri del mese, ha fondato nel 1993 il Comitato torinese di accoglienza ai profughi dell’ex Iugoslavia e nel 1998 ha pubblicato “La guerra in casa”, romanzo-reportage sulla guerra degli anni Novanta nei Balcani. Rastello ha anche lavorato nel Gruppo Abele di don Luigi Ciotti fino alla metà degli anni Novanta, e ha diretto la rivista Narcomafie.

Domani arriva in libreria il suo ultimo libro. E’ un romanzo e si intitola “I Buoni”, con la b maiuscola. Lo pubblica Chiarelettere (224 pagine, 14 euro) e Rastello lo ha dedicato alle figlie, “Elena e Olga, perché sfuggano”. A che cosa, ce lo spiega lui stesso: “A un meccanismo autoreferenziale, autoalimentante, autoriproduttivo, che in nome del Bene chiede ai giovani di rinunciare a certi diritti. Un meccanismo che ha bisogno di personalità narcisistiche e di contiguità con il potere, e che sfocia in meccanismi da setta”. Quella contiguità, nel romanzo, la vediamo dispiegarsi nella storia di Aza: ragazzina rumena diseredata, creatura del sottosuolo che, come ha scritto martedì Adriano Sofri sul Foglio parlando del libro, ha “addosso tutte le cicatrici e gli sfregi che l’inferno del nostro tempo può infliggere”. E’ per sfuggire all’inferno vero che Aza arriva in Italia e finisce, passo dopo passo, condotta dall’italiano Andrea conosciuto in Romania, in una comunità guidata da un prete carismatico in maglione sdrucito.

E’ don Silvano, creatore, anima e condottiero dell’associazione “In punta di piedi”, che dall’iniziale comunità di accoglienza di tossicodipendenti ha allargato l’orizzonte alla guerra contro le mafie. Una star del Bene, che offre ad Aza, e a tutti quelli che finiscono con entusiasmo a lavorare con lui, un lasciapassare per quel particolare paradiso in terra che è la possibilità di mettersi al suo servizio – quindi a servizio del Bene – “senza se e senza ma”. Le descrizioni di ambienti e personaggi lasciano aperto il sospetto che, stavolta, ogni riferimento a persone e fatti reali non sia affatto casuale ma voluto. In particolare, è forse voluto il riferimento a don Luigi Ciotti e alla sua attività.

Rastello dice di no, “non è un pamphlet, è un romanzo. E ogni volta che si fa un’operazione narrativa è ovvio far riferimento alla realtà. In altri libri ho usato personaggi che parlavano in prima persona, che dicevano ‘io’: esseri tremendi, e anche se spero di essere migliore di loro, c’ero dentro. Così avviene anche nei ‘Buoni’. Il mio alter ego è Andrea, non propriamente un personaggio edificante, e davvero spero di essere migliore di lui. Vale per tutti, anche per don Silvano, che è solo don Silvano. Poi è chiaro: uso personaggi reali come paradigmi di un mondo, di un sistema di manipolazione, di sequestro delle coscienze, non come oggetto di denuncia indirizzata a qualcuno in particolare”.   

Nel mondo dei “Buoni” descritto da Rastello si pratica l’idolatria, e il feticcio è la legalità. Ma prima di parlare di quel feticcio, Rastello vuole segnalare la molla di disillusione (“ma non disperazione, sia chiaro”) che lo ha spinto a scrivere questo libro: “Non è solo mia ma è parte del tessuto sociale in cui viviamo. E insieme però rivendico il fatto che in me c’è una bella e forte dose di illusione, se la vogliamo chiamare così, o comunque di speranza, altrimenti non starei ancora a scrivere. La disillusione è un’esperienza comune e fatale di chiunque sia entrato in quel mondo – il mondo dei don Silvano – consegnandogli anche il tempo lavorativo, cercando di far coincidere la propria vita con un fine sociale. E’ una disillusione collettiva e universale. E che c’è qualcosa di allarmante alla radice, nella stessa relazione di aiuto”. Vuol dire che è difficile depurarla dalla tentazione di esercitare potere?  “La relazione di aiuto mette immediatamente una delle due parti in uno stato di minorità. Funziona se può essere ricambiata. Io mi sono ritrovato a essere odiato da uno dei tanti bosniaci che ho accolto durante la guerra. Perché ne avevo aiutati tanti, e quindi io non potevo più essere il fratello di quell’uomo e lui non poteva ricambiare, quindi lo mettevo in uno stato di minorità. Non posso non capirlo. E quando istituzionalizzi la relazione di aiuto istituzionalizzi anche la relazione di minorità e dei rapporti di potere. E’ da qui che nasce la tentazione di fare dell’ideologia dell’aiuto un feticcio. Ma io continuo a occuparmi di rifugiati, perché al fatto di aiutare chi ha bisogno credo ancora. Non sono cattolico ma ho trovato una dimensione accettabile di lavoro con la curia di Torino. Nella chiesa ufficiale trovi punti di riferimento meno ideologicamente connotati, e nella pastorale dei migranti della curia torinese c’è un ufficio diritti che è molto più forte di tutte le ong del mondo. Lì si offre aiuto senza bisogno di dover costruire una setta, un popolo, un partito, un’ideologia. Forse perché c’è alle spalle una storia millenaria. Ma voglio anche dire che esistono tante piccole associazioni, dal raggio limitato, che riescono a essere efficienti, senza ideologia”.

Torniamo ai “Buoni”, e al tema che è quello dell’idolatria delle buone intenzioni… “Direi che il tema è la sostituzione degli idoli all’azione civica capace anche di autocritica. I due feticci pericolosi di cui parlo sono la legalità e la memoria”. A un certo punto, nel libro, vediamo che Aza, arruolata nello staff che segue da vicino don Silvano, comincia a imparare e a mettere in fila nella sua testa tutti i luoghi comuni, le suggestioni retoriche, i trucchi lessicali e sentimentali al servizio dei feticci: “Non dimentica di sporcarsi le mani, metterci la faccia, mettere testa, di non tirarsi indietro, senza se e senza ma, e di guardare avanti, costruire futuro, speranza, e la memoria che si fa impegno, a piccoli passi ma con molta forza, e la fatica, il cammino, il primato della persona, soprattutto la condivisione, un cammino di condivisione, condivisione da costruire, senza se e senza ma, appunto, e il morso che ti permette di lavorare senza stipendio, la frusta dell’oltre, e sì, anche il passo lento del montanaro, e i muri che parlano e restituiscono memoria, dalla sede dei Piedi e dai beni confiscati, e soprattutto la legalità, e sempre la memoria”. 

Rastello è maestro nel segnalare gli “arnesi retorici da cui siamo subissati, che creano un’atmosfera ricattatoria verso l’interlocutore. La legalità è un esempio perfetto: io non posso mica dire di non credere nella legalità. Ma credo che sia un metodo, non un valore. Dati alcuni valori, concordati tra diversi, come accade nella società, la legalità diventa il metodo per far rispettare quell’accordo. Ma se io trasformo la legalità in un valore, con l’operazione feticistica e ideologica che connota quel mondo – il mondo dei don Silvano e non solo – che cosa dobbiamo concludere? Che quando vigevano le leggi razziali era giusto denunciare gli ebrei? La legalità come valore è anche Eichmann. Come metodo può essere molto liberatrice, ma nessuno in quei mondi la pratica come metodo”.

Agire in nome del Bene ti dà il diritto di violare le regole. In uno degli ultimi capitoli, vediamo don Silvano parlare alla folla (“tutta la città, in lutto, ai suoi piedi”) dopo il terribile incidente sul lavoro che ha ucciso quattro operai. Lo vediamo rievocare le tante battaglie per la sicurezza, per rendere più umana  la vita e più accettabile il lavoro degli umili. Ma tra uno spezzone e l’altro della sua affabulazione edificante, qualcun altro, nella sua comunità, pensa al sodo: “Lo sanno giù alla provincia, ma a ogni buon conto tu ricordaglielo: l’appalto per la comunità d’accoglienza lo vinciamo noi”. “Sicura?”. “Sicura: paghiamo di meno il personale, il nostro è lavoro motivato”.

Rastello pensa che la sistematica messa in minorità, attraverso lo svuotamento dei diritti di chi lavora e sta con te, “è solo l’altra faccia di quel procedimento che chiamo ‘di conciliazione’. Di certi eroi del bene come don Silvano hanno bisogno tutti, perché li concilia con la società. Ho messo in esergo la frase di Dostoevskij, quella in cui dice che gli uomini, da quando nascono, cercano di disfarsi della libertà che ‘maledettamente’ Dio ha loro concesso. Chi riesce a sequestrare meglio la libertà degli uomini? Ma chi riesce a conciliare le loro coscienze, è chiaro. L’effetto di questi eroi civili autoreferenziali e narcisisti è di fare quello che Ivan Illich chiamava il ‘lavoro ombra’: convincerti che stai bene dentro il coccodrillo che ti sta divorando. E’ un po’ come scambiare la democrazia con Facebook, clicchi e hai fatto la tua azione civica”. 

Rastello ribadisce che, al di là delle somiglianze e analogie con questo o quel personaggio noto, il suo romanzo ha a cuore il disvelamento di un paradigma, l’operazione di verità che altri hanno fatto in forma giornalistica, “come Valentina Furlanetto, del Sole 24 Ore, con ‘L’industria della carità’.  In quel paradigma, tra l’altro, ai giovani si racconta che bastano i simboli, che la vita associata si fa con la retorica, e che il sessismo è la forma normale del mondo. Il che comporta prendersi molte libertà nei rapporti, soprattutto con i più giovani e meno difesi, mentre magari ci si indigna pubblicamente se si critica la Boldrini”.  

Un altro meccanismo messo in luce nel romanzo di Rastello è quello dell’imposizione di un brand dei “Buoni”: “Non si dice più ‘mafia’ ma ‘mafie’, al plurale, ed è solo un esempio. Anche da qui, da questo saper annusare il marketing, nasce il successo di operazioni come quella che nel libro ha al centro don Silvano. E che oggi trionfa perché certi luoghi in cui operano i ‘Buoni’ sono in piena contiguità con il potere, lo conciliano e si mettono al suo servizio, come certi palchi ci dimostrano. La regola è: tanto più si enuncia la lontananza dal potere, tanto più si pratica la vicinanza. Portando vicino a quel potere un maglione sdrucito e le parole giuste, si dà al potere il lucido per splendere. Le vittime sacrificali sono gli operatori, quasi sempre senza diritti. Il libro della Furlanetto lo spiega bene: proviamo a vedere il bilancio di una ong. La trasparenza non è di quel mondo”. 

Rastello si chiede infine come mai “trent’anni di questa antimafia dei simboli, della memoria, della legalità come valore non hanno prodotto consenso sociale. E’ vero che vanno in piazza in centomila, o che vanno in piazza a Casal di Principe, ma non ce ne è uno di Casal di Principe. Cosa vuol dire? Che sono tutti prigionieri del demonio,  che non capiscono?”. Magari hanno paura… “Non so se è questo. Credo piuttosto che si percepisca l’autoreferenzialità narcisista rispetto a quell’azione riformista che ha luminosi esempi e martiri veri. Qui c’è l’autoreferenzialità, il simbolo, il ‘lasciate fare a me’. Ma allora, ripeto: come mai trent’anni di eroi non sono serviti a creare consenso?”.

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