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Perché le europee sono elezioni-monstre che non servono a niente

“Le europee sono strane elezioni sberleffo di cui nessuno percepisce l’utilità immediata”, dice Giovanni Orsina, il politologo, professore di Storia contemporanea alla Luiss. E Alessandra Ghisleri, sondaggista di Euromedia Research aggiunge: “Servono a mandare segnali. Alle europee ci sono sempre sorprese, proprio perché sono considerate, per così dire, elezioni ‘distanti’. Nel 1999 Emma Bonino arrivò all’8 per cento. Un risultato pazzesco. Poi, però, alle successive politiche i Radicali sfiorarono invece l’estinzione”. E dunque ecco il profilo delle elezioni europee che tanto spazio occupano sui giornali e tanto apparente allarme provocano all’interno dei partiti, nell’agitata Forza Italia e nel più assestato Pd guidato da Matteo Renzi, il presidente del Consiglio che dice: “Queste elezioni non vanno considerate un referendum sul mio governo”.

Perché le europee sono elezioni-monstre che non servono a niente

“Le europee sono strane elezioni sberleffo di cui nessuno percepisce l’utilità immediata”, dice Giovanni Orsina, il politologo, professore di Storia contemporanea alla Luiss. E Alessandra Ghisleri, sondaggista di Euromedia Research aggiunge: “Servono a mandare segnali. Alle europee ci sono sempre sorprese, proprio perché sono considerate, per così dire, elezioni ‘distanti’. Nel 1999 Emma Bonino arrivò all’8 per cento. Un risultato pazzesco. Poi, però, alle successive politiche i Radicali sfiorarono invece l’estinzione”. E dunque ecco il profilo delle elezioni europee che tanto spazio occupano sui giornali e tanto apparente allarme provocano all’interno dei partiti, nell’agitata Forza Italia e nel più assestato Pd guidato da Matteo Renzi, il presidente del Consiglio che dice: “Queste elezioni non vanno considerate un referendum sul mio governo”. Elezioni inutili. Ininfluenti sugli equilibri di potere, e di conseguenza elezioni libere, “sberleffo”, come dice Orsina. Che spiega: “Provocano delle scosse d’assestamento a uso interno dei partiti. Ma senza un riverbero sostanziale. Offrono agli elettori la possibilità di espettorare il malcontento. Poi, tuttavia, alle politiche o alle amministrative prevale invece la logica del voto utile. O del voto di schieramento”. E così i sondaggi per adesso danno molto forte il M5s (“tra il 20 e il 22 per cento”, dice Ghisleri), un risultato in controtendenza rispetto a quelli raggiunti da Grillo in tutte le elezioni successive alle politiche di febbraio 2013. A giugno, il partito che pochi mesi prima aveva conquistato 109 deputati, nell’intero territorio nazionale si è dovuto accontentare di amministrare i comuni di Pomezia e Assemini. Un flop terribile in Toscana, a Roma, in Valle d’Aosta, in Trentino, persino alle comunali in Sicilia, la terra che lanciò la volata di Grillo verso le politiche. In Sardegna Grillo non si è neanche presentato alle elezioni, forse perché scomparire è un modo di seppellire la propria morte. Dice Orsina: “E questo fenomeno vale anche all’estero. Vale in Inghilterra ma vale anche in Francia. Ciclicamente ritorna lo spettro lepenista. Ma è più mediatico che reale. Uno strano abbaiare”.

Dice Orsina: “In Inghilterra, alle europee, va sempre fortissimo lo Ukip, the UK Independence Party, il partito antieuropeista. Poi però si vota per il Parlamento nazionale, e lo Ukip non riesce a eleggere alcun rappresentante. Ed è un po’ la stessa cosa in Francia. Jean-Marie Le Pen fu più volte eletto a Strasburgo. Adesso tutti hanno paura di sua figlia Marine. Ma il ba- bau euroscettico è ciclico. Quello che trovo preoccupante è la debolezza dei partiti liberaldemocratici: per legittimarsi hanno bisogno di usare lo spauracchio estremista”. Ma il professore dice anche che “i segnali, tuttavia, hanno una loro importanza. Specie in Italia. Dove la classe politica vive istericamente attaccata al consenso minuto per minuto”. Spiega Orsina: “Le elezioni di midterm, qui da noi, spesso provocano scossoni interni. Nel 2000, dopo una flessione elettorale alle regionali, Massimo D’Alema si dimise da Palazzo Chigi. E Berlusconi, nel 2005, in una situazione del tutto simile, avviò un nuovo governo. Il Berlusconi terzo. Ma questo deriva dalla peculiare debolezza del nostro sistema. Perché, in senso generale, le europee sono davvero elezioni senza ricasco. Il Parlamento europeo elegge la Commissione europea. E la Commissione si occupa di cose che la gente non capisce nemmeno, come per esempio vietare, o imporre, mozzarelle quadrate e pomodori blu”.

C’è infine la natura e l’antropologia tipica del Parlamento europeo: un rifugio per fossili politici, per seconde file che non trovano spazio nei parlamenti nazionali. E infatti, dice Alessandra Ghisleri: “Le elezioni europee sono considerate distanti non solo dagli elettori, ma in qualche modo anche dai partiti. Basti pensare alla tipologia dei candidati che vengono selezionati per essere mandati a Bruxelles. Spesso sono personalità da risarcire. A Romano Prodi andò meglio di altri: fu promosso a capo dell’Eurocommissione dopo essere stato scalzato da D’Alema in Italia”.

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