La deflazione genera populismo

Il risultato delle elezioni locali in Francia, con l’avanzata del partito euroscettico di Marine Le Pen, ha evidenziato la crescente insoddisfazione per la politica europea di austerità che genera sacrifici ma non crescita. Le critiche all’austerità da parte degli anti europeisti si rivolgono soprattutto alle rigide politiche fiscali imposte da Bruxelles che paesi con un rapporto debito/pil elevato, come l’Italia, non possono esimersi dal rispettare.

La deflazione genera populismo

Il risultato delle elezioni locali in Francia, con l’avanzata del partito euroscettico di Marine Le Pen, ha evidenziato la crescente insoddisfazione per la politica europea di austerità che genera sacrifici ma non crescita. Le critiche all’austerità da parte degli anti europeisti si rivolgono soprattutto alle rigide politiche fiscali imposte da Bruxelles che paesi con un rapporto debito/pil elevato, come l’Italia, non possono esimersi dal rispettare. In realtà i critici dovrebbero guardare soprattutto a Berlino. L’Eurozona presenta una crescita anomala nel surplus della bilancia dei pagamenti (quando le esportazioni superano le importazioni) del 2,3 per cento, anomala rispetto all’asfittico pil. Dovuta in grandissima parte al rampante export tedesco. Non solo. I critici trascurano il problema essenziale: cioè la politica monetaria che Berlino impone bloccando ogni tentativo della Banca centrale europea di controbilanciare gli effetti deflazionistici, dovuti al consolidamento fiscale, attraverso misure non convenzionali di politica monetaria simili a quelle intraprese da tempo dalla Banca centrale statunitense e inglese. Non è un caso se nel 2013 l’Eurozona ha visto una decrescita del pil dello 0,6 per cento mentre gli Stati Uniti sono cresciuti dell’1,7. O se la Gran Bretagna – membro dell’Ue ma non dell’euro – è cresciuta dell’1,5.

Ieri il banchiere centrale tedesco Jens Weidmann ha aperto uno spiraglio a favore dell’espansione monetaria: il capo della Bundesbank, e membro del direttivo Bce, ha fatto intendere che sarà eventualmente possibile il cosiddetto Quantitative easing (acquisto di asset pubblici per immettere liquidità). Lo stesso ha fatto sapere la settimana scorsa l’associazione delle banche tedesche. Forse anche a Berlino ci si è accorti che il livello anomalo raggiunto dall’euro a confronto col dollaro comincia a ostacolare le esportazioni di casa. E’ comunque un ulteriore indicatore del fatto che la malattia dell’Eurozona riguarda la mancanza d’effettiva autonomia decisionale della Bce, incapace di governare la propria moneta in modo da conciliare rigore e crescita in quanto prigioniera di Berlino e della sua storica ossessione inflazionistica. La crisi dell’euro, dunque, risiede nella sua costituzione monetaria materiale imposta dai tedeschi che non comprendono che la disgregazione di consensi verso la moneta è arrivata al cuore dell’Eurozona.

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