Gas americano in Europa per schivare Putin. Arrivano i nostri?

L’indipendenza energetica, per l’Europa, sembra destinata a rimanere un concetto relativo. Per diventare più indipendenti dalle forniture russe di gas e petrolio – come da obiettivo che si sono appena dati i governi del G7 in risposta alle mosse di Mosca in Ucraina – i paesi europei dovranno diventare più dipendenti da altri paesi, magari quelli mediorientali o nord africani. Oppure dagli Stati Uniti, come ha lasciato intendere ieri Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni, intervistato sul Corriere della Sera.

Gas americano in Europa per schivare Putin. Arrivano i nostri?

L’indipendenza energetica, per l’Europa, sembra destinata a rimanere un concetto relativo. Per diventare più indipendenti dalle forniture russe di gas e petrolio – come da obiettivo che si sono appena dati i governi del G7 in risposta alle mosse di Mosca in Ucraina – i paesi europei dovranno diventare più dipendenti da altri paesi, magari quelli mediorientali o nord africani. Oppure dagli Stati Uniti, come ha lasciato intendere ieri Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni, intervistato sul Corriere della Sera. Scaroni, secondo il quale “l’indipendenza energetica è l’indipendenza”, intervenendo lo scorso ottobre sul Financial Times aveva detto che le strade da percorrere per il continente erano due: superare le opposizioni in Europa all’estrazione di shale gas (che si ottiene da argille presenti nel sottosuolo) e “rafforzare legami politici e commerciali soprattutto con la Russia”. Tuttavia la reazione occidentale di questi giorni all’atteggiamento poco urbano di Putin sulla vicenda ucraina, e alla decisione di annettere la Crimea, cambia le carte in tavola.

La strada di un ulteriore avvicinamento a Mosca, almeno nel breve periodo, è fuori discussione, e così ieri anche Scaroni – pur ribadendo la sua preferenza per lo sviluppo dello shale gas in Europa – ha aperto a una terza via, che ben inteso “non è questione né di giorni né di mesi”, che consiste nel rifornirsi di gas dagli Stati Uniti. Grazie allo sfruttamento massiccio di shale gas nell’ultimo quinquennio, infatti, Washington è stata protagonista di una rivoluzione energetica che nel 2013 l’ha portata a superare proprio Mosca nella produzione di idrocarburi e che già il prossimo anno potrebbe vederla scavalcare l’Arabia Saudita come primo produttore di petrolio al mondo.

Negli Stati Uniti l’idea di trasformarsi in potenza esportatrice di gas naturale liquefatto (Lng) è considerata tutt’altro che peregrina. Gli investitori privati – come hanno scritto Robert D. Blackwill (Council on foreign relations) e Meghan O’Sullivan (Harvard) in un saggio appena pubblicato sulla rivista Foreign Affairs – “hanno richiesto l’autorizzazione governativa per oltre venti progetti di esportazione di Lng”. Per l’Europa però l’afflusso di gas per rimpiazzare Mosca non potrebbe comunque essere immediato: “Quando si tratta di export di Lng – scrivono i due studiosi – la legge americana garantisce l’approvazione automatica per quei terminali da cui parte gas alla volta dei paesi con cui Washington ha firmato accordi di libero scambio”. Per le altre destinazioni, è previsto invece “un processo di revisione” che stabilisca la presenza o meno dell’interesse americano a fornire gas.

L’Unione europea, da mesi, è in trattativa con gli Stati Uniti per un accordo di libero scambio, e questo potrebbe essere uno dei fattori che ne accelereranno la conclusione. Il capo dei negoziatori europei, Garcia Bercero, negli scorsi giorni ha dichiarato: “Vogliamo che l’accordo di libero scambio contribuisca ad assicurare all’Ue l’accesso allo shale gas statunitense”. Altre lungaggini burocratiche, seppur politicamente motivate, dipendono dalla scarsa integrazione del mercato energetico europeo, ancora frammentato da legislazioni e autorità nazionali. Secondo Blackwill e O’Sullivan, inoltre, una “Russia più debole” potrebbe comunque trovare il modo per contrastare l’emancipazione europea: sostenendo indirettamente l’opposizione (anche ambientalista) allo sviluppo dello shale gas in Europa o proponendo agli europei contratti sul gas un po’ più vantaggiosi per spiazzare gli americani. La strada per trasformare il paese che nella Seconda guerra mondiale fu “l’arsenale della democrazia” in un novello “arsenale di energia”, per usare l’espressione coniata di recente da Robert McNally (consigliere per l’Energia dell’ex presidente George W. Bush), non sarà breve.

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