E io scappo di casa

Dormiva in metropolitana dopo essere scappato di casa a undici anni. Un ragazzino di Brooklyn, Kareem Granton, arrabbiato con la madre che gli aveva chiesto di occuparsi della cacca del cane dopo la scuola, ha incrociato per cinque giorni (e cinque notti) i senzatetto, un ragazzo con un enorme stereo che urlava musica heavy metal alle sei del mattino su un vagone della metro, un altro che apriva velocissimo il cappotto per vendere oggetti che aveva rubato nei negozi, una signora che gli ha lasciato un dollaro dentro un foglietto con scritto: “C’è speranza”, molti tipi assurdi, gente senza casa, altri che facevano a botte, e infine una signora che ha guardato quella faccia allegra di undicenne vagabondo e ci ha riconosciuto il manifesto con la parola “Missed” appeso a Brooklyn, ha chiamato un poliziotto, che ha offerto a Kareem un panino da McDonald’s prima di chiedergli il numero di telefono della madre.

E io scappo di casa

Dormiva in metropolitana dopo essere scappato di casa a undici anni. Un ragazzino di Brooklyn, Kareem Granton, arrabbiato con la madre che gli aveva chiesto di occuparsi della cacca del cane dopo la scuola, ha incrociato per cinque giorni (e cinque notti) i senzatetto, un ragazzo con un enorme stereo che urlava musica heavy metal alle sei del mattino su un vagone della metro, un altro che apriva velocissimo il cappotto per vendere oggetti che aveva rubato nei negozi, una signora che gli ha lasciato un dollaro dentro un foglietto con scritto: “C’è speranza”, molti tipi assurdi, gente senza casa, altri che facevano a botte, e infine una signora che ha guardato quella faccia allegra di undicenne vagabondo e ci ha riconosciuto il manifesto con la parola “Missed” appeso a Brooklyn, ha chiamato un poliziotto, che ha offerto a Kareem un panino da McDonald’s prima di chiedergli il numero di telefono della madre. “Ho capito che il mondo è davvero grande”, ha detto il ragazzino, accanto alla madre raggiante per questo lieto fine che a tutti, nel mondo del terrore, sembra miracoloso, libero da incubi. Cinque notti da solo per la città, con dieci dollari in tasca e una giacca col cappuccio: nessuno gli ha fatto del male (un tizio si è arrabbiato perché Kareem gli ha rubato una salsiccia da un baracchino, ma era cruda e non l’ha nemmeno mangiata) e nessuno, per cinque giorni, gli ha chiesto che facesse tutto solo nella metropolitana, o al McDonald’s invece di essere a scuola, o perché da Chuck E. Cheese’s mangiasse le insalate lasciate dagli altri clienti (dopo averle lavate in bagno). Kareem sorrideva mentre raccontava la sua avventura in città (la signora che l’ha riconosciuto a Union Square e ha chiamato il poliziotto è scappata al lavoro senza lasciare il suo nome, alle sette del mattino a New York non si può perdere troppo tempo) e ci ha rammentato una cosa sorprendente: Huckleberry Finn e i barili dentro cui dormire, le zattere su cui scendere il Mississippi a volte esistono ancora, nonostante il nostro terrore iperprotettivo. “Questo è il mio peggiore incubo”, piangeva la madre mentre la polizia cercava suo figlio, mentre pensava a tutte le cose terribili che possono succedere ai nostri figli quando noi non siamo con loro e non li proteggiamo. La faccia del bambino a ogni fermata di autobus, l’amico con cui aveva giocato alla PlayStation prima di sparire interrogato mille volte (“prima di uscire dal mio appartamento mi ha chiesto di controllare se nel corridoio ci fosse qualcuno che conosceva sua madre”), e lui che non ha mai avuto paura, nemmeno di notte, si è solo infastidito quando il ragazzo gli ha sparato l’heavy metal nelle orecchie, e non ha mai avuto fame perché aveva vinto un mucchio di caramelle a una specie di jackpot, e però gli era venuto mal di pancia. Sapeva a memoria il numero di sua madre, ma non chiedeva aiuto (“ero arrabbiato, e stavo facendo il mio viaggio nel mondo”). Il poliziotto, dopo, si è messo in posa per la fotografia, orgoglioso, con il suo cane lupo. Il ragazzino è uscito dal suo barile, è sceso dalla zattera, ha sbadigliato ed è tornato a casa, contento, e la madre ha commentato: “Mi sento come se avessi un milione di dollari”. La scoperta del mondo può essere ancora un romanzo di Mark Twain.

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