Napoleone-Renzi corre e giganteggia coi nani. Ma s’imbroglia sui numeri

Al direttore - A distanza di quasi un mese dall’insediamento a Palazzo Chigi di Matteo Renzi e dopo le sue prime uscite in sede europea, qualche considerazione un po’ più approfondita va fatta. Sul piano politico e su quello programmatico Renzi è una energia positiva per il paese, con la sua determinazione e con una visione, non sempre condivisa, ma pur sempre una visione generale sullo stato del paese. Renzi, inoltre, ha una forte capacità comunicativa che alcune volte prende finanche il sopravvento sulla sostanza dei contenuti.

di Paolo Cirino Pomicino

Napoleone-Renzi corre e giganteggia coi nani. Ma s’imbroglia sui numeri

Al direttore - A distanza di quasi un mese dall’insediamento a Palazzo Chigi di Matteo Renzi e dopo le sue prime uscite in sede europea, qualche considerazione un po’ più approfondita va fatta. Sul piano politico e su quello programmatico Renzi è una energia positiva per il paese, con la sua determinazione e con una visione, non sempre condivisa, ma pur sempre una visione generale sullo stato del paese. Renzi, inoltre, ha una forte capacità comunicativa che alcune volte prende finanche il sopravvento sulla sostanza dei contenuti. Infine, senza offesa per nessuno, Renzi giganteggia rispetto al nanismo politico di un sistema che ha smarrito ogni riferimento culturale tanto da consentire a lui, figlio del cattolicesimo politico che ha uno dei suoi punti di riferimento in quel Giorgio La Pira più volte evocato da lui stesso, di guidare l’adesione del Pd al Partito socialista europeo senza battere ciglio. La qualità migliore di Renzi sinora sembra essere la velocità della comprensione, dell’eloquio e delle decisioni. Un contrasto netto, dunque, con il passato prossimo. In questo quadro, però, vi sono dei rischi. Il primo è che la sua “velocità” si trasformi in “fretta” con tutto il suo carico di pressappochismo e di strafalcioni che oggi passano sotto silenzio ma che nel giro di pochi mesi, se continuassero, gli metterebbero il piombo nelle ali. La conferenza stampa di Palazzo Chigi con il suo cronoprogramma è stata la prima eloquente dimostrazione di questo rischio, così come la carrellata europea dal valore quasi esclusivamente di conoscenza politica. A nessun presidente del Consiglio sarebbe stato concesso impunemente, ad esempio, di presentare, dopo un lungo Consiglio dei ministri, piuttosto che provvedimenti una relazione con delle slide. Non essendoci i provvedimenti, la velocità di Renzi si è trasformata in fretta, spingendolo a rispettare una data purchessia in un efficace show con molti errori, in particolare per quanto riguarda le coperture finanziarie indicate. E non a caso ora i nodi stanno venendo al pettine. Immaginare che i due grandi problemi del paese, mancata crescita e aumento continuo del debito (due facce della stessa medaglia) possano essere affrontate con l’elenco di Cottarelli, con la riduzione delle pensioni di reversibilità, con il giusto prelievo sulle cosiddette pensioni d’oro (quelle veramente d’oro sono davvero poche) o con la riduzione del 10 per cento dell’Irap, significa davvero sognare. Noi non siamo affiliati alla perversa cultura del “benaltrismo” e riteniamo che le misure sinora annunciate vadano nella giusta direzione. Esse, però, sono, per dirla alla Totò, “quisquilie” e in più sono accompagnate da strafalcioni sulle coperture finanziarie degne di un peone. Immaginare, ad esempio, di utilizzare come copertura il gettito Iva proveniente dagli investimenti nell’edilizia scolastica e nell’assetto idrogeologico (previsti 5 miliardi di euro) significa andare incontro a una reprimenda europea che metterebbe giustamente dietro la lavagna e faccia al muro il nostro ministro dell’Economia. E così sarebbe anche l’utilizzo di entrate “una tantum” (per coprire spese correnti) come quelle legate all’accordo con la Svizzera (l’accordo, peraltro, ancora non c’è); o dare per scontato quei risparmi di 3 miliardi di spesa pubblica nel corso del 2014. E potremmo continuare sottolineando anche aspetti positivi come l’inizio di un riequilibrio del carico fiscale tra lavoro, rendita finanziaria e rendita patrimoniale. Questo riequilibrio sarà tanto più sostenibile quanto più rapidamente l’Italia riprenderà quella crescita che manca dal 1995, perché farlo in fase recessiva o di stagnazione troverà certamente forti resistenze. Il ministro Padoan lo sa bene, tanto che ha detto in quel di Cernobbio che è la crescita il problema centrale del paese. Ma crescere significa certo ridurre la spesa pubblica, o, meglio ancora, riqualificarla per davvero, ma significa principalmente, nelle condizioni attuali, fare una manovra finanziaria straordinaria con un respiro politico tale da fare emergere le risorse necessarie per ridurre, a un tempo, il debito e il costo dei fattori di produzione, dall’energia al lavoro e investendo in ricerca e innovazione, nella infrastrutturazione del territorio e nel suo assetto idrogeologico e nella formazione del capitale umano. E noi non pensiamo a una patrimoniale che avrebbe effetti recessivi. Abbiamo fatto da queste colonne una proposta di natura diversa rivolta alla ricchezza nazionale per recuperare almeno 120/140 miliardi di euro. Il lavoro non lo creano le regole che possono incentivarlo o frenarlo. La creazione di posti di lavoro è figlia dell’impresa e delle crescita economica del paese. La flessibilità del lavoro è un fattore positivo in una economia che cresce mentre si trasforma in precarietà in una economia stagnante o regressiva. In altra occasione ragioneremo sul semestre europeo di presidenza italiana, ma non possiamo tacere il rischio più grande che sta correndo il giovane premier e cioè quello di trasformare la sfilacciata democrazia italiana, figlia di una crisi politica dei partiti, in un sistema autoritario. Così prevede, di fatto, quella legge elettorale che non ha simili in nessuna altra democrazia europea. Mentre i tedeschi hanno, come elemento maggioritario, la soglia di accesso, gli spagnoli le circoscrizioni piccole, gli inglesi i collegi uninominali maggioritari, quel mostro della legge elettorale approvata qualche giorno fa li mette tutti e tre insieme con al posto dei collegi uninominali inglesi un premio di maggioranza del 15 per cento. E’ assordante, al riguardo, il silenzio compiacente di tantissimi intellettuali che somigliano sempre più a quell’intendenza napoleonica che seguiva pedissequamente i condottieri vincenti. Un silenzio e un conformismo compiacenti così diffusi e acritici perché figli di un vizio italico, quello del “servo encomio”, non sono un buon segno per il futuro dell’Italia.

di Paolo Cirino Pomicino

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