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Il Clásico ha rotto le palle

Il Clásico è il più grande spettacolo involontario mai inscenato su un campo di calcio. E’ spettacolo perché si fanno un sacco di gol e giocate, ma il tutto sembra scaturire dal caso, dalla scienza dell’errore, da difese che fanno apparire Ranocchia come un luminare della marcatura a zona. L’esito è un’ammucchiata calcistica da resuscitare i morti, ma con quello strano effetto che fanno certi vecchi varietà con abbondanti sciantose in playback un po’ troppo scollacciate, che tengono lo spettatore lì a forza di stimoli alle zone erogene, non propriamente per la qualità dei contenuti. Nel Clásico sembra che ormai ci siano due contropiedi fulminanti al minuto per contratto con l’emittente televisiva, e pure le finte risse dopo l’ennesimo gol di Messi hanno qualcosa di posticcio, di turistico.

Il Clásico ha rotto le palle

Londra. David Beckham in tribuna se la rideva (e i suoi figli si sono messi una mano davanti alla bocca come Cassano quando deve parlare in campo); i compagni di squadra devono avere pensato “è pazzo”, il portiere del West Ham “lo sapevo che non dovevo esagerare con la birra ieri sera”. Wayne Rooney ha segnato al volo da centrocampo, lo avete visto tutti, e probabilmente ha fatto credere a Moyes che il peggio è passato. Certo, il 3-0 all’Olympiacos in settimana è servito a molto: ci sono stati minuti fergusoniani, anche se i Red Devils hanno subìto i greci e devono ringraziare il portiere De Gea, brutto come un soprammobile di porcellana ma efficace come raramente gli è capitato (il suo vice, Lindegaard, ha ormai le formiche alle chiappe a forza di stare seduto in panchina, ma si rinfranca con la fidanzata Misse Beqiri, immortalata qui accanto durante una meritatissima pausa sigaretta). Rivedere Giggs, 41 anni, giocare ai livelli di un venticinquenne è sicuramente poco renziano, ma molto confortante. Il problema del Manchester United è che Van Persie si è di nuovo infortunato, e in Champions League non giocherà contro il West Ham, ma contro il noiosamente corretto Bayern di Pep Guardiola. Passare il turno meriterebbe un giro di brandy offerto a tutta la squadra (pure a Moyes, sì), ma posso assicurarvi che se ne stapperà molto anche in caso di doppia sconfitta. Per chi segue il calcio c’è sempre un motivo buono per bere.

La ghigliottina di Wenger. Piers Morgan aveva iniziato a guardare la partita del suo Arsenal con lo stesso spirito positivo con cui aveva iniziato il suo programma sulla Cnn, cioè con la baldanza cieca di chi si illude di poter mesmerizzare il pubblico coloniale con trovate intelligenti. Ma le colonie ripagano sempre la madrepatria con moneta scadente, in questo caso ascolti da quarta serata, e l’Arsenal tradisce quasi sempre i suoi tifosi. “Se c’è mai stato un giorno in cui finalmente battere Mourinho è questo #Wenger1000”, twittava il Morgan giulivo per la millesima partita di Wenger e ignaro della batosta che stava per arrivare sotto forma di sei stangate sei dal clan Mourinho, che voleva “uccidere l’Arsenal”. Quando ha usato l’espressione da annessione crimeana tutti hanno gridato al solito smargiasso portoghese, il quale però, come spesso capita, ha ragione. E così mentre Wenger veniva pestato da Mourinho come uno spicchio di lime in un mojito, Morgan picchiava su Twitter con antiche verità note ai Gunners: “501 partite senza un trofeo. Buon anniversario, Arsene”. E così dalla giornata buona per sconfiggere il Nemico si è passati direttamente al terrore, con il popolo che chiede la testa dell’allenatore e urla espliciti riferimenti alla ghigliottina.

Victoria Saravia cerca tra i fili d'erba una forcina per capelli caduta al fidanzato Diego Forlan.

 

 

 

Via Crucis. Nella mia Quaresima di penitenza ho deciso di non abbandonare il brandy ma di flagellarmi guardando le partite italiane trasmesse da Rai International. Uno può legittimamente pensare che Inter-Atalanta sia un supplizio a prescindere dall’emittente che la produce, ma garantisco che lo studio guidato da Amedeo Goria dovrebbe essere bandito dalle convenzioni internazionali, come il waterboarding e le granate al fosforo. Quando nell’intervallo si collegano via Skype con un improbabile Inter Club del New Jersey ecco che penso al peggio, una Via Crucis anticipata, e invece appare uno sgranato Mariolino Corso che inaspettatamente rovescia la situazione. Innanzitutto, gli chiedono della dedica del gol di Icardi alla sua Wanda, e lui mormora un “lasciamo perdere”. Poi, notandolo leggermente impreparato rispetto agli accadimenti dei primi quarantacinque minuti, domandano: “Ma hai seguìto il primo tempo?”. Lui, che di Dio era il piede sinistro, risponde candido, allegramente sbattendosene del teatrino attorno a lui: “No, ero a messa”.

"Dai, mettiti in porta che tiro". Jamie O'Hara si allena così a casa con la moglie Danielle.

 

 

 

 

 

 

Brutis Siviglia. Nel mio tour di autoflagellazione, giovedì scorso ho guardato quasi tutte le partite di Europa League (i campioni in carica sono pur sempre inglesi). Nella tristezza generale – eliminazione del Tottenham compresa – sono rimasto astonished dal derby spagnolo tra Betis e Siviglia. Derby per davvero, cittadino, non nazionale come Juventus-Fiorentina. Derby disperato per il Betis, ultimo in classifica in quel torneo amatoriale che è la Liga e vincente 2-0 all’andata in casa dei cugini. Il calcio è così stronzo che il più delle volte scrive storie perfette fino a un minuto prima della fine. Il debole che trova la rivincita contro il più forte, l’oppresso che ha lo scatto d’orgoglio e sopperisce con la grinta ai piedi di ardesia, la partita che salva una stagione fallimentare. Stronzo, perché poi torna realista e fa quello che deve. La cosa che mi ha più impressionato, è stata la povertà del match: le immagini, la grafica, lo stadio, il campo, tutto più triste di quello a cui siamo abituati. Sembrava una partita dei primi anni Novanta trasportata nel 2014. Le maglie delle due squadre erano grezze, male indossate dai giocatori. I giocatori stessi sembravano le controfigure dei protagonisti della Champions League: facce che non metteresti sulla prima pagina di un giornale, ciuffi mosci, creste stinte, barbe rasate male. Quando al novantesimo, sullo 0-2, il Betis ha avuto la possibilità di calciare un tiro di punizione dal limite dell’area, ho capito tutto: non c’era nulla di finto, costruito, artefatto. Eravamo davanti al dramma vero. Sul pallone si è presentato un giocatore dall’aria anziana e con un cognome che non passerà alla storia, un cognome omen: Salva Sevilla. Mentre guardava la palla e poi la barriera e poi la palla e poi la porta e poi la palla e poi il portiere, alle sue spalle un compagno praticamente in lacrime pregava rivolto verso il cielo e si baciava un tatuaggio (fatto male, ovviamente) sul braccio. I tifosi si mangiavano le sciarpe per la tensione. Era l’istante che poteva cambiare la stagione. Poco prima il brizzolato Salva Sevilla aveva calciato un’altra punizione sulla barriera. Se il Dio del calcio avesse letto abbastanza Soriano, il pallone avrebbe superato i difensori del Siviglia e si sarebbe insaccato nel sette. La palla, invece, è finita in pancia a un componente della barriera. E lì è finito tutto. I supplementari sono stati un supplizio: squadre impaurite, crampi che ancora un po’ e colpivano pure i raccattapalle, lento declino del match verso la tragica lotteria-dei-rigori. Anche lì, nessuna sceneggiatura memorabile: la porta prescelta era quella che alle spalle aveva una curva semi-vuota, così da non creare neppure una scenografia di pubblico da ricordare, buona per le foto. Sbaglia il Siviglia, poi entrambe segnano fino al quarto rigore. Palo del Betis, gol del Siviglia, che passa in vantaggio. Il rigore decisivo per i padroni di casa lo calcia Nono, anche se era il decimo tiro dal dischetto. Lo vedevi subito che anche lui era sbagliato: non ha la faccia del rigorista decisivo, ma neppure quella del rigorista maledetto, il cui volto rigato di lacrime sarà ricordato come immagine simbolo della serata maledetta. Nono ha la barba lunga, gli occhi un po’ strabici. Calcia una loffia imbarazzante, sfiorata con tre dita da Beto, il portiere pettinato male del Siviglia, che esulta mostrando istericamente le falangi decisive alla telecamera. Betis a casa. Il collegamento si è chiuso poco dopo, quando la tristezza mi aveva ormai avvolto impunemente. Esiste un calcio più vero della patinata Champions League, dunque. Ma è straziante.

Spettacolo involontario. Il Clásico è il più grande spettacolo involontario mai inscenato su un campo di calcio. E’ spettacolo perché si fanno un sacco di gol e giocate, ma il tutto sembra scaturire dal caso, dalla scienza dell’errore, da difese che fanno apparire Ranocchia come un luminare della marcatura a zona. L’esito è un’ammucchiata calcistica da resuscitare i morti, ma con quello strano effetto che fanno certi vecchi varietà con abbondanti sciantose in playback un po’ troppo scollacciate, che tengono lo spettatore lì a forza di stimoli alle zone erogene, non propriamente per la qualità dei contenuti. Nel Clásico sembra che ormai ci siano due contropiedi fulminanti al minuto per contratto con l’emittente televisiva, e pure le finte risse dopo l’ennesimo gol di Messi hanno qualcosa di posticcio, di turistico. La controprova è che, mentre il giornalista collettivo parla di “inni al calcio” e “ritmi forsennati” e fa paragoni con la Serie A, quelle vecchie volpi di Fox tolgono dalla formalina Bruno Pizzul e spruzzano lacca sul toupè di Mancini per commentarla in studio. Come dire: di più non merita.

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