Basta con il disengagement

“Questa nuova èra ci è piombata addosso perché non abbiamo vinto del tutto la Guerra fredda”. Le parole che l’ex ambasciatore americano a Mosca, Michael McFaul, ha affidato al New York Times hanno il senso storico che manca a tante analisi sulla relazione fra Stati Uniti e Russia – fra occidente e oriente – basate sulla dimensione urgente e parziale del live tweeting della crisi. McFaul sostiene che questa situazione a forte carica ideologico-nazionalistica, roba da inizio del XX secolo, è anche l’esito del disimpegno americano dopo il collasso dell’Unione sovietica.

Basta con il disengagement

“Questa nuova èra ci è piombata addosso perché non abbiamo vinto del tutto la Guerra fredda”. Le parole che l’ex ambasciatore americano a Mosca, Michael McFaul, ha affidato al New York Times hanno il senso storico che manca a tante analisi sulla relazione fra Stati Uniti e Russia – fra occidente e oriente – basate sulla dimensione urgente e parziale del live tweeting della crisi. McFaul sostiene che questa situazione a forte carica ideologico-nazionalistica, roba da inizio del XX secolo, è anche l’esito del disimpegno americano dopo il collasso dell’Unione sovietica. L’America non si è impegnata a fondo per stabilire un nuovo ordine mondiale, ha lasciato spazi vuoti e questioni irrisolte, ha peccato di “complacency”, quell’eccesso di fiducia in sé che confina con la noncuranza e la distrazione. E la “complacency”, recita una saggia massima militare, uccide. E’ la politica di Vladimir Putin a essere aggressiva, ma è l’occidente a metterlo in condizioni di nuocere. Negli interstizi del disimpegno americano sono fermentate la “bramosia per il vecchio ordine e il risentimento verso le condizioni imposte alla fine della Guerra fredda”, scrive McFaul, mentre Washington era inebriata di idealismo da “fine della storia”: era caduto l’ultimo vincolo, il mondo poteva finalmente scivolare senza sforzo su un piano inclinato verso l’ordine liberale e democratico.

Walter Russell Mead, professore di Relazioni internazionali al Bard College e firma dell’American Interest, ha scritto che “per gli americani e gli europei il compromesso geopolitico del 1989 sembrava desiderabile e irreversibile” e le potenze extraoccidentali “non avevano il potere per farci nulla”. Era la vittoria su scala globale della visione di Francis Fukuyama, con l’occidente nel ruolo di inevitabile tedoforo della fiaccola politica e morale per tutte le nazioni. In un mondo del genere l’engagement americano è superfluo e l’Alleanza atlantica può permettersi di diminuire drasticamente la sua capacità offensiva sul confine orientale. Gli eventi in Ucraina mostrano la miopia di questa concezione della storia e del ruolo dell’America nel mondo. Mostrano che il mondo sarà anche di Fukuyama, ma i conflitti sono quelli di Huntington, il teorico dello scontro di civiltà.

Barack Obama, che ha trascinato l’idea del disimpegno ai confini con l’isolazionismo (la rischiosa prevalenza del “nation building at home” sulla guida degli eventi globali), e anche oltre, ad annessione della Crimea fatta, basi militari prese ed esercito ucraino in rassegnata ritirata dalla penisola, firma sanzioni e nel tour europeo cerca misure punitive ex post assieme agli alleati, innanzitutto cacciare a titolo definitivo la Russia dal gruppo del G8. “Il problema però è molto più radicato”, dice al Foglio Philip J. Crowley, professore della George Washington University ed ex portavoce del dipartimento di stato, “e ha a che fare con la situazione irrisolta del post Guerra fredda. La questione delle sfere d’influenza non è mai stata affrontata davvero, nella convinzione che il rapporto tra est e ovest si sarebbe normalizzato da sé, ma era un’illusione”. Quando il vuoto americano incontra una lega di imperialismo slavo, potenza energetica e antiamericanismo viscerale l’asse dei rapporti globali tende a inclinarsi. “Non dobbiamo sottostimare la determinazione di Putin – ha detto Anders Fogh Rasmussen, segretario generale della Nato, alla rivista Foreign Affairs – ha un obiettivo chiaro, una strategia chiara, una tattica chiara. Per compensarla dobbiamo avere una posizione salda e molta determinazione”. Posizione salda e molta determinazione sono beni al momento difficili da reperire sul versante occidentale della barricata, e da più parti arrivano richieste di ripensare a fondo significato e termini della Nato. Inevitabile poi mettere a confronto l’ondivaga gestione obamiana delle crisi globali con la “moral clarity” che l’Amministrazione Bush intrinsecamente portava. L’azione (e soprattutto l’inazione) della Casa Bianca in Siria, Iran, Libia, Egitto, Ucraina hanno logorato la posizione americana, esponendo il prezzo finale del “disengagement”. I competitor ringalluzziti dell’America mostrano “come il mondo con cui Obama deve fare i conti non è quello che si aspettava di guidare”, come scrive Fred Hiatt sul Washington Post. Ma i leader di Washington, dice McFaul, “devono dimostrare che sono ancora pronti a guidare il mondo libero in questa nuova sfida”.

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