Dopo le municipali francesi

Hollande cerca una tattica (e delle scuse) per salvare la faccia al Ps

Ritirarsi laddove non è più possibile vincere, raggrupparsi a sinistra per fare massa critica contro le destre. Questa è la strategia decisa dal Partito socialista di Francia ieri, dopo la sconfitta alle municipali di domenica, in un concitato vertice a rue Solférino, risultati delle elezioni alla mano, tra musi lunghi e spavento, con i molti ministri che ancora non sanno se i loro comuni resteranno socialisti, o una come Martine Aubry, elefantessa del Ps, che deve sottoporsi al secondo turno a Lille.

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Hollande cerca una tattica (e delle scuse) per salvare la faccia al Ps

Ritirarsi laddove non è più possibile vincere, raggrupparsi a sinistra per fare massa critica contro le destre. Questa è la strategia decisa dal Partito socialista di Francia ieri, dopo la sconfitta alle municipali di domenica, in un concitato vertice a rue Solférino, risultati delle elezioni alla mano, tra musi lunghi e spavento, con i molti ministri che ancora non sanno se i loro comuni resteranno socialisti, o una come Martine Aubry, elefantessa del Ps, che deve sottoporsi al secondo turno a Lille. La strategia per i ballottaggi del 30 marzo ha il tono altisonante di un piano che deve salvare la République fermando l’onda populista del Front national – “La paura sulle città”, titolava ieri Libération, con una copertina tutta blue-Marine che non è che incutesse poi troppo timore – ma che poi si riduce in un ben più semplice, e tremendo, “salvare la faccia”. Sulla vittoria di Marine Le Pen, con il primo comune vinto al nord, Hénin-Beaumont (Pas-de-Calais) – il comune-vetrina del Fn, come lo chiamavano tutti, perché qui, città a sinistra da sempre, si sono sviluppati, alla grande, i due percorsi decisi da Marine: l’ancoraggio sul territorio e la “banalizzazione” del Fronte, non più mostri xenofobi, ma politici che possono guidare un comune, una città, pure tutto il paese, se serve, magari con lo smalto grigio sulle unghie “che è molto di moda”, come una volta ha detto civettuola la Le Pen – si scriverà parecchio, con la consapevolezza che al secondo turno i termini del colpaccio si potranno ridimensionare. Ma il dato politico non è tanto, o solo, che il “Marinisme” è ora un fatto, né che i leader dell’Ump non sanno più come trattenere i sorrisetti, quanto piuttosto che si è visto, plastico e imponente, nelle urne sparse per la Francia, il fallimento di François Hollande e del suo governo. Marsiglia ha fatto da scenografia, con Patrick Mennucci che pensava di vincere – dopo quelle primarie dei socialisti velate dalla rabbia di chi voleva esserci per forza: era un posto assicurato – e che è arrivato terzo. Dietro al sindaco uscente dell’Ump e dietro al candidato del Fn. Come si può essere sicuri di vincere e piazzarsi terzi?
I commentatori parlano di scollamento dalla realtà, di un Partito socialista che non sa più comprendere la Francia, di un paese stanco e disilluso che, come già aveva fatto in passato, protesta votando il Front national o non andando a votare (l’astensione da record è un altro elemento che solletica gli esperti), ma la risposta è ben più semplice di così. Hollande non solo non ha saputo riformare la Francia, ma nemmeno raccontare una storia che fornisse ai francesi la certezza di una visione, di un percorso a tappe verso la crescita e il ritorno al benessere: Londra ha scelto l’austerità spinta, per dire; Berlino ha puntato sulla leadership merkeliana e sulla solidarietà-solo-quando-lo-diciamo-noi; e Parigi? Da quando Hollande ha vinto, grandiosamente, le presidenziali del 2012, forte tra l’altro di un risultato d’oro alle municipali del 2008, la sua promessa si è persa in patti, contratti, piccoli passi, marce indietro, annunci e ritiri. I dati, che non registrano i tormenti di un presidente o di un partito al governo, non lasciano dubbi: secondo le stime di Bruxelles, il rapporto deficit/pil francese sarà del 4 per cento nel 2014 e del 3,9 nel 2015, quando Parigi ha previsto il 3,6 per cento per quest’anno e il rientro nei parametri di Maastricht, al 2,8 per cento, nel 2015. Il debito, al 93,9 per cento nel 2013, passerà al 96,1 nel 2014 e al 97,3 per cento, con una crescita che si aggira attorno all’uno per cento quest’anno e all’1,7 nel 2015. Per quanto riguarda l’occupazione, obiettivo numero uno di Hollande e del governo Ayrault, l’Europa non prevede rivoluzioni: le previsioni della disoccupazione sono dell’11 per cento sia per il 2014 sia per il 2015 (fonti a Londra dicono di non aver mai visto tanti ragazzi francesi cercare lavoro lì, “paiono dei rifugiati”, dicono: la Camera di commercio di Parigi rileva che è raddoppiato in due anni il numero di laureati che cercano lavoro all’estero). Parigi, ispirata a un ottimismo che pare venato di follia, pone obiettivi all’8 per cento, pure se ancora non è stata registrata alcuna inversione di tendenza rispetto alla crescita della disoccupazione. Hollande ha speso finora il suo mandato alzando le tasse per un valore di 30 miliardi di euro, continuando a cambiare le date dell’introduzione di nuove tassazioni (di solito in seguito alle proteste di piazza di questa o quella categoria) ed esasperando le aziende che quelle imposte le devono contabilizzare; il mercato del lavoro e le pensioni sono stati toccati giusto il tempo per fare due titoli di giornale, come ammette lo stesso governo quando, per bocca dello stesso premier Ayrault, dice di aver “sottostimato la portata della crisi”. Poi è arrivato il “patto di responsabilità” con le aziende, quella svolta liberale annunciata nel mezzo della crisi amorosa di Hollande, con un risparmio della spesa pubblica di 50 miliardi di euro (2,5 per cento del pil) nei prossimi tre anni e un alleggerimento fiscale per i lavoratori che dovrebbe essere introdotto a maggio. Ma lo slancio liberale si è già affievolito durante i negoziati con i sindacati e l’applicazione di alcune norme.
Ora ci sono gli esiti delle municipali, altri dati da digerire senza restare pallidi e attoniti com’era il premier Ayrault domenica sera (il suo feudo, Nantes, va al ballottaggio: non accadeva dal 1989). Proiettando i dati a livello nazionale i risultati dei comuni con più di 10 mila abitanti, le destre hanno ottenuto il 55,1 per cento (45,9 l’Ump, 9,2 il Fn) contro il 42,7 per cento delle sinistre (41,4 il Ps e i Verdi, 1,3 l’estrema sinistra). Il 30 marzo ci saranno 430 ballottaggi (anche a tre o a quattro o addirittura a cinque candidati), e il Point diceva ieri che, nonostante la linea di partito dell’Ump preveda di non fare alleanze con il Fn, a livello locale molti faranno accordi. I socialisti hanno fatto il patto con i Verdi, ma salvare la faccia non significa salvare una presidenza, figurarsi la Francia.

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