Depressione francese

I francesi non sono depressi solo per ragioni economiche, lo sono anche per ragioni di ordine simbolico. Un certo discorso convenzionale sui famosi “valori repubblicani” che vanno difesi in ogni occasione ha ormai perso di efficacia. Anche se satura lo spazio pubblico, questo discorso ha perduto di positività. La Repubblica ha avuto nemici che hanno nutrito la sua dinamica interna: la chiesa e il clericalismo, il bonapartismo o ancora Vichy e il pétanismo. Ora essa non ha più nemici interni: tutti sono repubblicani in Francia, in mancanza di meglio. Vissuta su una modalità religiosa quando si trattava di strappare le coscienze alla chiesa, l’affermazione repubblicana è diventata agnostica.

di  Paul-François Paoli

I francesi non sono depressi solo per ragioni economiche, lo sono anche per ragioni di ordine simbolico. Un certo discorso convenzionale sui famosi “valori repubblicani” che vanno difesi in ogni occasione ha ormai perso di efficacia. Anche se satura lo spazio pubblico, questo discorso ha perduto di positività. La Repubblica ha avuto nemici che hanno nutrito la sua dinamica interna: la chiesa e il clericalismo, il bonapartismo o ancora Vichy e il pétanismo. Ora essa non ha più nemici interni: tutti sono repubblicani in Francia, in mancanza di meglio. Vissuta su una modalità religiosa quando si trattava di strappare le coscienze alla chiesa, l’affermazione repubblicana è diventata agnostica. La Repubblica è ritenuta capace di difenderci dal peggio, in particolare da quell’islamismo che terrorizza l’occidente: ma ci protegge davvero? Succede, infatti, come se una certa idea della Repubblica inciampasse nell’islam, e non perché questo sia un particolarismo. Ma perché, al contrario, in quanto universalismo si dimostra un temibile concorrente dell’universalismo laico repubblicano. Gli ideali di cui questo è portatore sono meno svuotati da un nemico che vorrebbe la loro sconfitta che dall’essere partecipi di una fiducia nel futuro ormai perduta. Il progressismo repubblicano non arretra sotto la pressione di un nemico controrivoluzionario, ma si usura e si indebolisce dall’interno.

In “Homo eroticus” (Cnrs Editions, 2012), come nelle sue opere precedenti, il sociologo Michel Maffesoli formula questa ipotesi: i popoli d’occidente hanno smesso di credere nella Storia e questo accade perché i loro politici sono, nell’insieme, assai mediocri. I grandi idoli del Diciannovesimo secolo che Marcel Gauchet definisce “liberali” nel suo libro “La Rivoluzione moderna”, e in particolare la fiducia nel Progresso sotto l’egida della Scienza, il culto dell’Umanità o la fede nella Ragione, vacillano sui loro piedistalli. Michel Maffesoli prende atto di un fatto fondamentale: i discorsi ufficiali di cui le istituzioni si riempiono la bocca, o la retorica repubblicana che satura il linguaggio dei politici con grandi tirate sul “dovere della memoria”, lasciano gli individui sempre più indifferenti. La “vera vita” degli occidentali è altrove, osserva Maffesoli: su Facebook o su Meetic, per esempio, dove milioni di persone si connettono e costruiscono le loro illusioni; o su quei blog dove, a decine di migliaia, si esibiscono gli ego in penuria di riconoscimento. O in quell’edonismo minimale e festivo che Philippe Muray ha tanto ridicolizzato e di cui sembra invece dilettarsi Maffesoli. In un certo senso, Maffesoli e Muray sono arrivati alla stessa conclusione, uno per rallegrarsene, l’altro per deplorarla: non siamo più popoli di cittadini. Anche l’impatto di Sarkozy si spiega per questa via: se ha esercitato tanto fascino, è perché la sua personalità narcisistica era in sintonia con un certo esibizionismo diffuso. Tuttavia, la cosa di cui non si rende conto Maffesoli e che costituisce un limite della sua riflessione, è che questa deriva dell’occidente postmoderno dipende meno da una negazione dell’individualismo che da una sua mutazione. A Maffesoli piace vedere nei fenomeni come la Techno parade o il Gay pride l’espressione di un festoso neopaganesimo. Questo genere di manifestazioni tende piuttosto a provare che il cittadino razionale che padroneggia i propri affetti è invaso dal pathos esibizionista al lavoro nelle nostre società. Divenuto narcisista ed edonista, l’individualismo non è incompatibile con un comunitarismo di affinità. Queste possono essere fondate su modi di vita (i gay e le lesbiche), su appartenenze religiose (cattolici, musulmani, ebrei…) o di vicinanza di origini (còrsi, bretoni, marsigliesi…)  che permettono ai “postmoderni” di rompere il cerchio di quella solitudine che sembra essere diventato il destino dell’uomo occidentale.

Quel che vediamo emergere negli anni Ottanta è dunque una mutazione dell’individualismo che, da cittadino che si considerava, è diventato consumista e narcisista. L’individualista che vive sotto il regno di Narciso desidera meno essere compreso che visto e riconosciuto. L’individualismo postmoderno ignora la frontiera tra sfera intima e spazio pubblico. Sarkozy è in perfetta sintonia con i tempi, impulsivo e narciso, cosa di cui non è necessariamente cosciente. Gli stessi media che lo hanno sbertucciato non hanno, del resto, smesso di sfruttare questo filone, diventando dipendenti dall’uomo che fustigavano e continuando a tampinarlo anche dopo che aveva perso il potere. L’individualismo dei nostri tempi è schizofrenico. Da un lato, c’è l’ordine del discorso e del senso, quello delle istituzioni, dei giornalisti e degli intellettuali istituzionalizzati di cui i media hanno bisogno, da Luc Ferry a Boris Cyrulnik, passando per l’inevitabile Frédéric Lenoir; dall’altro quello della vita ufficiosa e sotterranea che si dispiega sui social network e sui siti di incontri. In realtà, si continua a perseguire la privatizzazione del mondo per come l’aveva diagnosticata Alexis de Tocqueville: gli uomini della modernità hanno smesso di essere cittadini. E’ nel quadro di questa “evoluzione” che bisogna giudicare la mancanza di eredi dei famosi “valori repubblicani”, i quali partecipavano di un progetto reputato capace di liberare l’umanità dall’oscurantismo religioso unendo le nazioni sotto la bandiera di un Progresso di cui l’occidente, e la Francia in particolare, deteneva il magistero.

Bisogna certamente intendersi su ciò che alcuni, sull’esempio di Jean-François Lyotard, hanno definito “postmodernità”. Questa, il cui paradigma si mette  all’opera, secondo Lyotard, all’indomani della Seconda guerra mondiale, implica la messa in discussione delle grandi “narrazioni” teleologiche, siano esse rivoluzionarie o semplicemente progressiste. Come la narrazione comunista, o il romanzo repubblicano che fu narrato in Francia da Michelet, Hugo e fu fatto arrivare fino a noi da un Max Gallo: con, alla base, la loro mistica del popolo, insieme educato ed edificante. Tutti concordano, oggi, sul fatto che la dimensione messianico-religiosa della narrazione repubblicana si è indebolita. Il che non significa che questi discorsi non possono più servire, come impianti ideologici venuti da un’altra epoca.

Così è per il lirismo di un Max Gallo o di un Henri Guaino. Non c’è niente di male a essere repubblicani in Francia, perché tutti più o meno lo sono, almeno sul piano simbolico. La differenza di fondo tra un liberal-repubblicano e un socialdemocratico è, tutto sommato, abbastanza minima, al punto che è relativamente facile per Max Gallo passare dalla sinistra socialista al sarkozysmo, così come sarà facile domani per Luc Ferry diventare socialdemocratico con François Hollande. Repubblicani, liberali, socialdemocratici hanno in comune l’essenziale: la fede nei grandi schemi progressisti della modernità, da cui la difficoltà per la destra politica di dissociarsi davvero dalla sinistra nel suo rilancio anticonservatore. Da cui, anche, la sorpresa di questa destra di fronte alla mobilitazione contro il “mariage pour tous”. Per la prima volta, non è in nome degli ideali della modernità che si sono mobilitati milioni di persone, ma in nome di un rifiuto fondamentale: quello di cedere al mito normativo del “Progresso” nel campo dei costumi.

Il progressista crede che il futuro è, per definizione, migliore del passato; ora è proprio la nostra relazione con il tempo che è cambiata. L’ideale della tradizione abitava il passato, l’utopia modernista   formattava il futuro, ma il presente è per eccellenza il tempo della postmodernità. La quale è, in un certo senso, postpolitica, indecisa e fluttuante, cosa che non impedisce, di passaggio, un certo “ritorno” del religioso. Perché no, dopo tutto? Non si tratta di corteggiare le forze oscure ma di ammettere che la vita, la gioia, la felicità di essere al mondo vanno largamente al di là dei valori della razionalità. Né il socialismo né il liberalismo e nemmeno il repubblicanismo, possono rispondere all’attesa fondamentale dell’uomo, al suo bisogno di sperimentare i limiti dell’Essere. Tutti e tre mettono la vita sotto l’egida di una razionalità più o meno calcolatrice: cerchiamo il nostro benessere, siamo esseri razionali e sociali. Ciò nonostante, l’arte, la letteratura, ma anche la religione, sono là per ricordarci che l’uomo è mosso da passioni e affetti che non sono riconducibili al benessere e al suo culto mortifero. L’uomo è prima di ogni altra cosa un essere di desiderio. Quel desiderio che, come scrisse Breton, è “la leva dell’Essere”. Anche la politica è soggetta al desiderio, anche la politica è abitata dall’affettività. Anche la politica è mossa da un istinto che non può essere ridotto alla ragione calcolatrice.


(tratto da “Malaise de l’Occident”, di  Paul-François Paoli ed. Pierre-Guillaume de Roux)

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