Veltroni e il film sul Quirinale

Un altro Lingotto, un altro film. Alla fine della serata, dopo essersi asciugati le lacrime, aver sbaciucchiato i vecchi compagni e aver stretto la mano a Giorgio Napolitano, Gianni Letta, Giuliano Amato, Enrico Letta, Fedele Confalonieri, Pier Luigi Bersani, Susanna Camusso, Giovanni Malagò, Raffaele Bonanni, Graziano Delrio, Dario Franceschini e Pietro Grasso, gli amici di Walter Veltroni erano lì, con lo sguardo sognante, a fissare negli occhi i cronisti e a dire ad alta voce quello che tutti, da ore, avevano cominciato a sussurrare da una poltrona all’altra dell’Auditorium: “Guarda bene. Ci sono due film. Uno è quello interpretato dai protagonisti del documentario. L’altro è quello interpretato dalle persone sedute in sala”.

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Veltroni e il film sul Quirinale

Un altro Lingotto, un altro film. Alla fine della serata, dopo essersi asciugati le lacrime, aver sbaciucchiato i vecchi compagni e aver stretto la mano a Giorgio Napolitano, Gianni Letta, Giuliano Amato, Enrico Letta, Fedele Confalonieri, Pier Luigi Bersani, Susanna Camusso, Giovanni Malagò, Raffaele Bonanni, Graziano Delrio, Dario Franceschini e Pietro Grasso, gli amici di Walter Veltroni erano lì, con lo sguardo sognante, a fissare negli occhi i cronisti e a dire ad alta voce quello che tutti, da ore, avevano cominciato a sussurrare da una poltrona all’altra dell’Auditorium: “Guarda bene. Ci sono due film. Uno è quello interpretato dai protagonisti del documentario. L’altro è quello interpretato dalle persone sedute in sala”. Un’altra pellicola, un altro Lingotto. Il film parallelo proiettato giovedì a Roma non riguarda soltanto la storia di Berlinguer ma riguarda un altro film che verrà mostrato tra alcuni mesi quando Napolitano farà quello che ormai anche Renzi considera scontato: dimettersi da presidente della Repubblica quando il ciclo delle riforme sarà incardinato alle Camere e far scegliere il suo successore a questo Parlamento in modo da avere la certezza che anche il suo erede possa essere espressione di una grande coalizione tra centrodestra e centrosinistra. A Palazzo Chigi nessuno sa ancora se il passaggio di consegne avverrà a ottobre, quando secondo Renzi anche la riforma del Senato sarà approvata in prima lettura, o se si aspetterà la fine del semestre europeo, e dunque l’inizio del nuovo anno. Ciò che però risulta evidente è che all’interno della rosa sfogliata da Renzi in vista della successione di Re George tra i nomi che con discrezione sono finiti nel casting di Palazzo Chigi, accanto a quello di Giuliano Amato, di Mario Draghi, di Romano Prodi, di Piero Fassino, di Pierluigi Castagnetti e persino di Dario Franceschini, c’è quello dell’ex segretario del Pd: che anche attraverso quel robusto pacchetto di grandi elettori esibito giovedì all’Auditorium ha scelto di inviare il proprio curriculum al presidente del Consiglio mettendosi in lista per avere un ruolo da protagonista nel film sul dopo Napolitano. I più pettegoli dicono che l’attivismo di Veltroni sul fronte Quirinale sia testimoniato anche dall’energia con cui l’ex leader Pd sta premendo per far sì che il caro amico D’Alema si possa trovare lontano dall’Italia, e magari in Europa e magari a Bruxelles, quando si apriranno i giochi per il Colle. Ma ciò che è certo è che il curriculum di Veltroni salirà le classifiche di Palazzo Chigi a condizione che si verifichi quello che i renziani definiscono lo “Scenario A”. “Scenario A” che prevede quanto segue: Renzi regge senza troppi problemi fino al termine del 2014, incassa un paio di riforme importanti all’inizio del 2015 e poi, capendo che di più con questa maggioranza non si può fare, per capitalizzare quanto ottenuto saluta con la manina Alfano e riporta il paese alle elezioni già a maggio. “Scenario B”: Renzi, invece, ottiene un buon risultato alle Europee, vede crollare Alfano, capisce che il suo governo viene percepito come se fosse un monocolore Pd e decide di andare avanti anche oltre il 2015. Lo Scenario B prevede la presenza di un capo dello stato morbido che possa lasciare Renzi libero di governare senza troppi caveat, troppi vincoli e troppi paletti (il modello, per capirci, è quello alla Pierluigi Castagnetti). Lo Scenario A, invece, nella testa di Renzi, prevede la scelta di un capo dello stato forte, capace di rappresentare in una fase di transizione un argine politico, un punto di certezza e una garanzia per i mercati. Concentrarsi sui nomi rischia di essere un esercizio di stile considerando che nessuno sa quando verrà proiettato nelle Aule il film sulla successione di Nap. Ciò che però si può dire senza paura di essere smentiti è che lo scenario del voto a maggio 2015 (che a Palazzo Chigi considerano il più probabile) prevede un capo dello stato che abbia caratteristiche simili a quelle di Napolitano. Un presidente apprezzato tanto nel centrosinistra quanto nel centrodestra. Un presidente apprezzato tanto nel mondo della politica quanto nel mondo dell’establishment. Un presidente apprezzato tanto in Italia quanto in ambito internazionale. Nella lista di Palazzo Chigi sono molti i nomi che rispondono a questi requisiti ma sono anche molti i nomi che rischiano di piacere più agli avversari del Pd che allo stesso Pd (Amato, per dire). La rosa però comincia a essere sfogliata. La lista inizia a prendere forma. Renzi è alla ricerca di un volto “giovane” per il Quirinale (Veltroni ha 58 anni) ma le sue idee per ora non coincidono con la parola “Walter”. Tutto è in movimento. La partita non è scontata. Certezze non ce ne sono. Se non che da giovedì, anche grazie a quel pacchetto di grandi elettori, in questa lista, il nome “Veltroni” ha cominciato a suonare in modo diverso a Palazzo Chigi.

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