Oltre le sanzioni

L’Ue si muove sull’energia, ma Putin lo fa da 25 anni

I 28 capi di governo europei, riuniti ieri a Bruxelles per fornire una risposta unitaria all’escalation della crisi in Ucraina, hanno annunciato di voler accelerare l’approvazione di misure per ridurre la dipendenza energetica dalla Russia. “Altrimenti nel 2035 saremo dipendenti dall’estero per l’80 per cento delle risorse petrolifere e di gas”, ha detto il presidente del Consiglio Ue, Herman Van Rompuy. In perfetto stile brussellese, la Commissione Ue dovrà “presentare uno studio approfondito entro giugno”. Poi si vedrà. E’ pur vero che negli ultimi anni l’Ue – come ha sintetizzato il Financial Times – è riuscita ad allestire scorte maggiori di gas per le emergenze e a ridurre un po’ l’importanza della via di passaggio ucraina, ma la Russia “rimane in posizione di comando, fornendo il 30 per cento del gas e del petrolio europei”.

L’Ue si muove sull’energia, ma Putin lo fa da 25 anni

I 28 capi di governo europei, riuniti ieri a Bruxelles per fornire una risposta unitaria all’escalation della crisi in Ucraina, hanno annunciato di voler accelerare l’approvazione di misure per ridurre la dipendenza energetica dalla Russia. “Altrimenti nel 2035 saremo dipendenti dall’estero per l’80 per cento delle risorse petrolifere e di gas”, ha detto il presidente del Consiglio Ue, Herman Van Rompuy. In perfetto stile brussellese, la Commissione Ue dovrà “presentare uno studio approfondito entro giugno”. Poi si vedrà. E’ pur vero che negli ultimi anni l’Ue – come ha sintetizzato il Financial Times – è riuscita ad allestire scorte maggiori di gas per le emergenze e a ridurre un po’ l’importanza della via di passaggio ucraina, ma la Russia “rimane in posizione di comando, fornendo il 30 per cento del gas e del petrolio europei”. Tra uno studio della Commissione e l’altro, i ritmi europei nella politica energetica comune sono molto più blandi di quelli che storicamente Vladimir Putin, oggi presidente russo, ha impresso allo stesso settore nel suo paese negli ultimi 25 anni.

Un pallino, l’energia, che Putin coltivava già nella sua tesi di dottorato nel 1997, sostenendo che Mosca avrebbe dovuto costituire dei “campioni nazionali”, anche nazionalizzando le società private, e poi usare le risorse naturali per competere globalmente. Accentramento nelle mani statali di gas e petrolio e trasformazione degli idrocarburi in leva di politica estera sono rimasti un leitmotiv putiniano. Nel 1999, diventato primo ministro, Putin annunciò l’“equidistanza” del governo con gli imprenditori privati, fossero pure gli oligarchi che negli anni 90 si erano affermati ai vertici dei gruppi energetici ex statali. Equidistanza, a parole. “Aspetta e vedrai. Entro due anni non saprai più riconoscere la situazione attorno a te”, confidò infatti Igor Sechin – ex agente del Kgb, già allora stretto collaboratore di Putin e oggi amministratore delegato di Rosneft (prima società petrolifera di stato) – a uno dei più alti dirigenti della società petrolifera privata Yukos. Quest’ultima, nella primavera del 2003, divenne la prima società petrolifera del paese; nello stesso anno, però, la profezia di Sechin si avverò: Mikhail Khodorkovsky, amministratore delegato del gruppo e uomo più ricco del paese, fu arrestato e condannato a nove anni di carcere, e decine di suoi dirigenti indagati. La Yukos venne spolpata. Lo statunitense Thane Gustafson, uno dei principali storici dell’industria energetica russa, sostiene che questo fu un passaggio cruciale nella strategia putiniana per riaffermare il potere delle “élite coercitive” (servizi segreti civili e militari senza uniforme, i siloviki) sugli oligarchi. Il crollo dell’Unione sovietica, con annessi choc ideologico e collasso dello stato centrale, aveva demotivato e depotenziato i siloviki. I quali grazie a Putin ritrovarono un leader e una causa comune – ricorda Gustafson nel libro “Wheel of Fortune” (Harvard University Press) – Poi, complice il contemporaneo boom dei prezzi petroliferi iniziato nel 1998, i siloviki riconobbero nelle compagnie energetiche un potenziale bacino di ingenti risorse economiche. All’affaire Yukos fece seguito “Operation Energiia”: tre anni di indagini, centinaia di arresti, per rivoltare come un calzino le quattro società che collaboravano con Yukos nell’upstream (esplorazione ed estrazione) e inviare il segnale dell’irrigidimento di Mosca verso le società più piccole del settore e i politici locali. Il tutto mentre s’invertiva il processo di privatizzazione dei colossi Rosneft (petrolio) e Gazprom (gas); e Rosneft per esempio si guadagnava galloni di affidabilità operando nella Cecenia resa inaccessibile dal conflitto cruento tra Mosca e gli indipendentisti. A vent’anni di distanza – con Putin presidente dal 2012, dopo esserlo già stato dal 2000 al 2008 – complici un regime fiscale e regolatorio ad hoc, le principali opportunità di crescita del settore russo sono riservate a Rosneft e Gazprom (solo ad alcune condizioni in tandem con società straniere), mentre negli scenari meno garantiti si muovono i gruppi privati. Non è detto che tale sistema continuerà a dimostrarsi economicamente conveniente, in una fase di necessarie innovazioni tecnologiche, ma per ora garantisce un’utile leva di potere anche all’estero. Edoardo Narduzzi, imprenditore italiano che opera anche in Russia, due giorni fa su ItaliaOggi ha citato voci di un imminente takeover del gruppo petrolifero Bashneft da parte di Gazprom. Proprio mentre il premier Medvedev, ieri, ricordava a Kiev i suoi debiti con Mosca e in particolare con Gazprom per 16 miliardi di dollari.

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