Le conseguenze della Fed

Se Yellen frena, toccherà a Draghi stampare moneta

Un battibecco a distanza, e poi un lungo incontro tra il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, e il premier Matteo Renzi sul vincolo del 3 per cento di deficit hanno segnato l’inizio del Consiglio europeo di Bruxelles. Oggetto, il richiamo del presidente in scadenza della Commissione Ue a quanto sia “fondamentale che l’Italia rispetti gli impegni presi in Europa”. E la risposta di Renzi (che usciva dal summit dei partiti socialisti, in testa nei sondaggi per il Parlamento di Strasburgo): “L’Italia gli impegni li ha sempre rispettati”.

Se Yellen frena, toccherà a Draghi stampare moneta

Un battibecco a distanza, e poi un lungo incontro tra il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, e il premier Matteo Renzi sul vincolo del 3 per cento di deficit hanno segnato l’inizio del Consiglio europeo di Bruxelles. Oggetto, il richiamo del presidente in scadenza della Commissione Ue a quanto sia “fondamentale che l’Italia rispetti gli impegni presi in Europa”. E la risposta di Renzi (che usciva dal summit dei partiti socialisti, in testa nei sondaggi per il Parlamento di Strasburgo): “L’Italia gli impegni li ha sempre rispettati”. La due giorni esamina lo stato di accoglimento delle raccomandazioni ai singoli paesi in vista della stesura del Def, e non è probabilmente sfuggito agli sherpa dei capi di governo il diverso linguaggio del “new boy in town” se si trova a Berlino o a Roma. Mercoledì Renzi aveva infatti definito “un anacronismo” il tetto di deficit al 3 per cento. Ma sul summit ha aleggiato un’ombra inattesa: le conseguenze dell’annuncio di Janet Yellen, nuovo capo della Federal Reserve, di proseguire come previsto nel “tapering” (ritiro progressivo della liquidità immessa con l’acquisto di asset pubblici, cioè il Quantitative easing). E’ stato invece soprendente (anche per i mercati) l’annuncio che – entro un anno – la Banca centrale americana potrebbe tornare ad aumentare i tassi d’interesse, abbandonando l’attuale livello zero. Per chiudere il cerchio Yellen ha aggiunto che non ci sarà più un nesso diretto tra denaro facile e soglia di allarme della disoccupazione, finora fissata al 6,5 per cento. I risultati, causa anche la crisi ucraina e le incertezze sulla crescita cinese, hanno prodotto un calo dell’euro sul dollaro, salutato con favore dalle imprese, ma anche un aumento generalizzato dei rendimenti dei titoli di stato dei paesi dell’euro. Con esiti paradossali. Gli spread rispetto al Bund tedesco hanno continuato a ridursi; mentre i tassi sono tutti schizzati in alto: di circa il due per cento quelli italiani e spagnoli, intorno al quattro i tedeschi. I cui decennali pagano un interesse dell’1,6 per cento, rispetto all’1,1 di maggio 2013. Mezzo punto che se venisse richiesto in asta sulle future emissioni del Tesoro italiano inciderebbe parecchio sul costo del debito e sul finanziamento delle riforme. Come rispondere alla strategia della Fed? La gran parte delle istituzioni e analisti ritiene che la Banca centrale europea debba agire con una mossa contraria: una soluzione resta certo di portare a zero i tassi, oggi allo 0,25 per cento. Ma più ancora di attuare nuove misure non convenzionali. Mario Draghi, che ieri ha finalmente ottenuto il via libera (in versione ridotta) dell’Unione bancaria, non esclude nulla, neppure di iniziare a comprare bond del Tesoro americano.

Tre fatti inducono la Bce a muoversi in controtendenza, e a farlo in fretta. Il primo è la revisione al ribasso dell’inflazione europea certificata il 17 marzo da Eurostat. Siamo allo 0,7 per cento rispetto allo 0,8 di febbraio, con lo 0,4 in Italia. Un anno fa l’inflazione media era all’1,8 per cento. Il rischio deflazione, o almeno stagnazione, induce due influenti istituzioni tedesche a rompere gli indugi. Il 19 marzo il bollettino sulle prospettive economiche e monetarie della Bundesverband deutscher Banken, la lobby bancaria tedesca, ha scritto: “Non riteniamo che si debbano abbassare ancora i tassi. L’effetto sarebbe limitato e un tasso negativo è ritenuto da molti controproducente. Se però l’andamento dei prezzi segnalasse un arrivo della deflazione la Bce dovrebbe adottare ulteriori provvedimenti non convenzionali. Con questo intendiamo un vero Quantitative easing, che in una tale situazione potrebbe funzionare al meglio”. Oltre ai banchieri, il rischio deflazione e l’invito alla Bce ad agire di conseguenza è stato segnalato dalla Diw, l’Istituto tedesco per la ricerca economica, uno dei massimi think tank indipendenti: “Esiste un rischio definitivo di deflazione”, ha scritto pochi giorni fa Marcel Fratzscher, presidente dell’istituto. “Occorre un massiccio e inusitato Quantitative easing, sulla scia di quanto fatto per anni dalla Federal Reserve. L’azione dovrebbe portare all’acquisto di bond e di obbligazioni private per un volume mensile di 60 miliardi di euro”. Qualcosa che andrà di traverso alla Bundesbank convinta che la politica monetaria non può supplire alle riforme. Ma che è già nell’agenda di Mario Draghi.

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