Lo stato dell’Ilva

Quella che era la prima acciaieria privata d’Europa rischia di finire la liquidità in cassa. L’Ilva è in sofferenza. Allo stato l’onere di sorreggerla. Il senso dell’emergenza finanziaria in cui versa lo stabilimento di Taranto lo dà l’architettura del decreto ministeriale, allo studio in questi giorni, del commissario Enrico Bondi e del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio. L’esigenza immediata da parte del governo e del commissario infatti non è tanto quella di mettere a punto un piano industriale – da tempo atteso ma non ancora presentato ufficialmente, complice il recente cambio dell’esecutivo – che tenga conto sia del risanamento ambientale sia del rilancio industriale.

Lo stato dell’Ilva

Quella che era la prima acciaieria privata d’Europa rischia di finire la liquidità in cassa. L’Ilva è in sofferenza. Allo stato l’onere di sorreggerla. Il senso dell’emergenza finanziaria in cui versa lo stabilimento di Taranto lo dà l’architettura del decreto ministeriale, allo studio in questi giorni, del commissario Enrico Bondi e del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio. L’esigenza immediata da parte del governo e del commissario infatti non è tanto quella di mettere a punto un piano industriale – da tempo atteso ma non ancora presentato ufficialmente, complice il recente cambio dell’esecutivo – che tenga conto sia del risanamento ambientale sia del rilancio industriale. Prima bisogna infatti capire come si arriverà a quel momento, con quali soldi e con quali garanzie. Da quando l’Ilva e la proprietà della famiglia Riva sono finiti sotto inchiesta da parte della magistratura tarantina, che prima ha sequestrato gli impianti e poi le disponibilità liquide dei Riva – il tutto in circa due anni di tempo – l’azienda ha bruciato denaro circolante per rimanere attiva e, ovviamente, continuare a pagare gli stipendi di 15 mila dipendenti (tra diretti e indotto). Ora i soldi scarseggiano al punto che allo studio del governo, stando alle circostanziate indiscrezioni del Sole 24 Ore di ieri, c’è la possibilità di un intervento emergenziale – cosiddetto prestito-ponte – attraverso l’attivazione di una linea di credito per 500 milioni di euro con garanzia pubblica o della Cassa depositi e prestiti, ente finanziario dello stato che attinge ai risparmi postali degli italiani, o di una sua controllata, la Sace, in teoria deputata a facilitare l’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese. Lo stato, in buona sostanza, è invocato come prestatore di ultima istanza. Si arriva così a capire come un’inchiesta giudiziaria deflagrante abbia portato il pilastro della siderurgia nazionale vicino all’immobilità. L’intento dei comitati ambientalisti locali e dei giudici era quello di salvaguardare la salute dei cittadini costringendo la proprietà a usare le migliori tecnologie possibili per risanare gli impianti, come in realtà – seppure con colpevole ritardo – aveva in progetto di fare. La salute prima del lavoro, si disse. L’obiettivo salute è raggiunto: l’Ilva lavora a regimi molto bassi e produce meno emissioni. Ora siamo arrivati all’osso. L’urgenza riguarda l’acciaio, il lavoro e il pane.

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