Altro che Blair, la Thatcher

Adesso che deve spiegare dove si troveranno le risorse per il promesso sostegno ai redditi più bassi – che possono venire, nella  parte più cospicua, solo da tagli reali alla spesa pubblica se non si vuole aumentare il carico fiscale – Matteo Renzi è più esposto alla contestazione della Cgil. E Susanna Camusso si mostra convinta che non sia possibile, per un governo di sinistra, svolgere una radicale operazione di disboscamento del pubblico impiego che esplicitamente si rifà all’esempio di Margaret Thatcher (che infatti si scontrò con l’ostilità più netta del sindacalismo britannico).

Altro che Blair, la Thatcher

Adesso che deve spiegare dove si troveranno le risorse per il promesso sostegno ai redditi più bassi – che possono venire, nella  parte più cospicua, solo da tagli reali alla spesa pubblica se non si vuole aumentare il carico fiscale – Matteo Renzi è più esposto alla contestazione della Cgil. E Susanna Camusso si mostra convinta che non sia possibile, per un governo di sinistra, svolgere una radicale operazione di disboscamento del pubblico impiego che esplicitamente si rifà all’esempio di Margaret Thatcher (che infatti si scontrò con l’ostilità più netta del sindacalismo britannico). Può darsi che la previsione della Cgil sia fondata, che la tattica avvelenamento dei pozzi e inondazione delle pianure utilizzata nei decenni dal sindacato per impantanare le riforme, e che ha ostacolato tutti i tentativi fatti, da quello di Bettino Craxi in poi, e che ora minaccia quello di Renzi, abbia probabilità di successo. Ma l’elemento di forza della posizione della Cgil, comprendere che il profilo dell’azione di governo è tendenzialmente liberista nonostante l’avvio “sociale”, è anche la sua debolezza.

Spiegare che quelli che dipingevano Renzi come il nuovo Tony Blair si sbagliavano, è un’arma a doppio taglio. Blair deve gran parte del suo successo al fatto di aver potuto contare su una situazione economica già rimessa in carreggiata dalla dura sterzata liberista della Thatcher, il che gli ha consentito, dopo aver battuto la corrente filo sindacale che voleva tornare indietro allo stato assistenziale e fallimentare, di gestire un’operazione di conquista del ceto medio. Renzi non ha alle spalle una rivoluzione liberista attuata, anche se qualche elemento di trasformazione è stato introdotto nell’ultimo ventennio (a partire dalle riforme ispirate da Marco Biagi, che Renzi ha voluto ricordare nel suo ultimo discorso al Parlamento). La gravità della situazione determinata dalla prolungata crisi e anche dal più antico rallentamento del ritmo di crescita rendono quella svolta liberista, che chiede meno stato per avere meno tasse, ancora più urgente. L’equivoco sul superamento della fase di austerità, inteso come una sorta di liberi tutti a favore di una nuova espansione della spesa pubblica, ormai è chiarito, nel senso che si lavora per incrementare i redditi e la competitività delle forze produttive, non della burocrazia e dei servizi pubblici male amministrati. La difesa dello stato sociale, mantra del sindacato (che ha ormai un peso contrattuale reale solo nella funzione pubblica), diventa più difficile proprio perché deve scontrarsi con un esecutivo prevalentemente di sinistra. E se la dipendenza del governo da una maggioranza in cui molti dei temi agitati dalla Cgil sono condivisi consente a Camusso di lanciare la sfida, non sembra però in grado di fermare Renzi.

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