Un tram che si chiama sciopero inutile

I tramvieri saranno per il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, quello che gli assistenti di volo furono per il presidente statunitense Ronald Reagan? Ieri, come tante altre volte in passato, lo sciopero dei lavoratori del trasporto pubblico locale (Tpl) ha paralizzato mezza Italia. Per di più, i vasti disagi subiti da milioni di italiani non sono dovuti a cause specifiche: abbiamo assistito a un’agitazione del tipo “ndo cojo cojo”. Il pretesto è il mancato rinnovo del contratto, ma i sindacati del Tpl sanno benissimo che i livelli salariali e occupazionali nel settore sono esagerati.

Un tram che si chiama sciopero inutile

I tramvieri saranno per il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, quello che gli assistenti di volo furono per il presidente statunitense Ronald Reagan? Ieri, come tante altre volte in passato, lo sciopero dei lavoratori del trasporto pubblico locale (Tpl) ha paralizzato mezza Italia. Per di più, i vasti disagi subiti da milioni di italiani non sono dovuti a cause specifiche: abbiamo assistito a un’agitazione del tipo “ndo cojo cojo”. Il pretesto è il mancato rinnovo del contratto, ma i sindacati del Tpl sanno benissimo che i livelli salariali e occupazionali nel settore sono esagerati. Il trasporto pubblico italiano costa tra il 30 e il 50 per cento in più che nei paesi europei comparabili: e questo deriva dall’interazione tra organici gonfiati, orari e turni ultra generosi, bassa produttività, sovente assenteismo diffuso e non di rado fornitori furbetti. In una parola: il Tpl, segnato da gestioni pubbliche inefficienti e messo oggi alle strette dalla riduzione delle risorse disponibili, soffre una forte carenza di managerialità.

La via d’uscita dall’attuale crisi, che si traduce nel taglio sistematico del servizio per preservarne i costi fissi, passa inevitabilmente per la ristrutturazione di aziende in buona parte sull’orlo del fallimento, come ha evidenziato anche il commissario alla revisione della spesa pubblica, Carlo Cottarelli. Solo che, come non esistono pasti gratis, non esistono neppure ristrutturazioni facili, specie nei comparti dove la politica storicamente (non) decide e i sindacati la fanno da padroni. Se la via d’uscita passa ineludibilmente tra la Scilli della liberalizzazione e la Cariddi della privatizzazione, seguire una simile rotta richiede, più ancora che competenza tecnica, volontà politica. Il problema non è “cosa fare”, ma dove trovare la forza per farlo. Finora tutti i tentativi sono naufragati sugli scogli delle resistenze sindacali (come si è visto nelle giornate di Genova, ai tempi del governo Letta), peraltro sostenute dagli intellettuali benecomunisti che, non viaggiando in autobus, possono ben evitare di porsi il problema. Nella sua Firenze, Renzi da sindaco ha avuto il coraggio di confrontarsi con le partecipate del comune e le ha messe almeno parzialmente in riga: se vuole avere successo come sindaco d’Italia, adesso deve replicare in grande la stessa operazione.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi