Le quattro mosse della Russia

La caduta del governo ucraino e la sua sostituzione con uno orientato verso l’occidente è un’enorme sconfitta per la Federazione russa. Dopo la caduta dell’Unione sovietica, la Russia accettò l’idea che gli ex stati satelliti dell’Europa dell’est sarebbero stati assorbiti dal sistema politico ed economico occidentale. Mosca sostiene di aver ricevuto l’assicurazione che le ex Repubbliche sovietiche sarebbero state lasciate come un cuscinetto neutrale e non sarebbero state assorbite. Washington e altri hanno negato di aver mai fatto questa promessa. In ogni caso, la promessa è stata privata di ogni significato quando i paesi baltici sono stati ammessi nella Nato e nell’Unione europea. Il risultato è che la Nato, i cui confini si trovavano a quasi 1.600 chilometri da San Pietroburgo, è arrivata a estendersi fino a circa 160 chilometri dalla Russia.

di George Friedman

Le quattro mosse della Russia

La caduta del governo ucraino e la sua sostituzione con uno orientato verso l’occidente è un’enorme sconfitta per la Federazione russa. Dopo la caduta dell’Unione sovietica, la Russia accettò l’idea che gli ex stati satelliti dell’Europa dell’est sarebbero stati assorbiti dal sistema politico ed economico occidentale. Mosca sostiene di aver ricevuto l’assicurazione che le ex Repubbliche sovietiche sarebbero state lasciate come un cuscinetto neutrale e non sarebbero state assorbite. Washington e altri hanno negato di aver mai fatto questa promessa. In ogni caso, la promessa è stata privata di ogni significato quando i paesi baltici sono stati ammessi nella Nato e nell’Unione europea. Il risultato è che la Nato, i cui confini si trovavano a quasi 1.600 chilometri da San Pietroburgo, è arrivata a estendersi fino a circa 160 chilometri dalla Russia.

La Bielorussia e l’Ucraina erano i cuscinetti. Nel suo punto più vicino, l’Ucraina è a circa 480 chilometri da Mosca. Se l’Ucraina e la Bielorussia fossero ammesse nella Nato, la città di Smolensk, che era in profondità dentro all’Unione sovietica, diventerebbe una città di confine. Storicamente la Russia si è sempre protetta con la sua profondità. Ha mosso i suoi confini il più a ovest possibile, e questo ha disincentivato gli avventurieri – o, come con Hitler e Napoleone, li ha distrutti. La fine dell’Ucraina come cuscinetto verso ovest lascia la Russia senza questa profondità e ostaggio delle intenzioni e delle capacità dell’Europa e degli Stati Uniti.

Alcuni pensano che le paure della Russia siano antiquate. Nessuno vuole invadere la Russia, nessuno può farlo. Questi approcci sembrano sofisticati ma sono in realtà semplicistici. Gli intenti hanno relativamente poco peso quando bisogna valutare una minaccia. Possono cambiare molto in fretta, e lo stesso vale per le capacità. La performance americana nella Prima guerra mondiale e la performance tedesca negli anni Trenta mostrano quanto velocemente mutino le minacce e le capacità. Nel 1932, la Germania era distrutta sia economicamente sia militarmente. Nel 1938, era la potenza economica e militare che dominava il continente europeo. Nel 1941, era alle porte di Mosca. Nel 1916, il presidente Wilson organizzò una sincera campagna pacifista in un paese che a mala pena aveva un esercito. Nel 1917, fece sbarcare più di un milione di soldati in Europa.

Il punto di vista della Russia è pessimista. Se la Russia perde la Bielorussia o l’Ucraina, perde la sua profondità strategica, sulla quale si fonda la gran parte della sua abilità di difendersi. Se l’intenzione dell’occidente non è ostile, allora perché è così ansioso di vedere il cambio di regime in Ucraina? Potrebbe essere l’amore profondo per la democrazia liberale, ma dalla prospettiva di Mosca le ragioni sembrano molto più sinistre.

Tralasciando la questione dell’invasione, che è ovviamente una possibilità remota, la Russia è preoccupata per le conseguenze che potrebbe avere l’unione dell’Ucraina all’occidente e per il potenziale contagio su parti della Russia. Negli anni 90 c’erano molti movimenti secessionisti in Russia. I ceceni scelsero la violenza, e la loro storia di secessione è ben nota. Ma si parlava di secessione anche in Carelia, nel nord-ovest della Russia, nella regione sulla costa del Pacifico.

Se questo era concepibile sotto Boris Eltsin, non lo è più sotto Vladimir Putin. La strategia che Putin ha adottato è stata di aumentare la forza della Russia in maniera moderata ma sistematica, al fine di far passare questo aumento modesto come enormemente grande. La Russia non poteva permettersi di rimanere sulla difensiva: le forze che le stavano attorno erano troppo potenti. Putin ha dovuto esagerare la forza della Russia, e lo ha fatto. Usando le esportazioni energetiche, la debolezza dell’Europa e il fatto che gli Stati Uniti erano distratti col medio oriente, ha creato la sensazione che il potere della Russia stesse crescendo. Putin ha posto fine alle voci di secessione dentro la Federazione russa. Ha manovrato per installare governi in Bielorussia e Ucraina che mantenessero un’ampia autonomia interna ma che operassero una politica estera accettabile. Mosca è andata oltre, proiettando il suo potere sul medio oriente e, nella guerra civile siriana, dando l’impressione di forzare gli Stati Uniti a seguire la sua strategia.

Non è chiaro cosa è successo a Kiev. Sicuramente erano presenti molte organizzazioni finanziate da America ed Europa che lavoravano per un cambio di governo. E’ irrilevante la possibilità che, come accusano i russi, queste organizzazioni abbiano pianificato e fomentato la sollevazione contro il regime dell’ex presidente Viktor Yanukovich o se questa sollevazione fosse parte di un più ampio movimento locale che ha tirato con sé questi gruppi. I fatti sono che Yanukovich si è rifiutato di firmare un accordo che spingeva l’Ucraina più vicina all’Unione europea, che ci sono state dimostrazioni, violenze, e che un governo esplicitamente pro occidentale è salito al potere.

I russi non possono permettersi che questo accada. Non solo questo crea una nuova realtà geopolitica, ma sul lungo periodo dà anche l’impressione dentro la Russia che Putin sia più debole di quanto sembri e apre le porte all’instabilità e perfino alla frammentazione. Per questo, la Russia deve rispondere. La domanda è come.

Il primo passo è stato semplicemente rendere ufficiale quello che era già una realtà. La Crimea è da sempre nella sfera di influenza russa, e le forze militari che Mosca ha in Crimea grazie ai trattati con l’Ucraina possono prenderne il controllo quando vogliono. Che Sebastopoli fosse una base essenziale per le operazioni navali russe nel mar Nero e nel Mediterraneo non è il punto centrale della questione. L’intervento in Crimea è un’azione a basso rischio e a basso costo per fermare l’impressione che la Russia stesse perdendo potere.

Molte opzioni sono ora disponibili per la Russia. Primo, può non fare niente. Il governo di Kiev è molto frazionato, e vista l’ostilità delle fazioni più filorusse verso un ulteriore avvicinamento all’occidente, la probabilità di una paralisi è alta. A tempo debito l’influenza russa, il suo denaro e qualche manovra nascosta possono ricreare la precedente neutralità in Ucraina sotto la forma di uno stallo. Questo era il gioco della Russia dopo la rivoluzione arancione del 2004. Il problema di questa strategia è che richiede pazienza in un momento in cui il governo russo deve mostrare il suo potere ai suoi cittadini e al mondo. L’uscita della Crimea dall’Ucraina indebolirà il blocco filorusso a Kiev e mobiliterà un ampio numero di tartari. Potrebbe essere sufficiente per far perdere al blocco filorusso il potere elettorale di cui prima godeva (Yanukovich nel 2010 ha battuto Yulia Tymoshenko per meno di un milione di voti). Per questo, con la sua mossa in Crimea, Putin potrebbe contribuire ad assicurare la permanenza a Kiev di un’Ucraina filo occidentale.

Secondo, può invadere il resto dell’Ucraina. Questa ipotesi presenta tre problemi. Il primo è che l’Ucraina è un’area molto ampia da conquistare e pacificare. Il secondo è che affinché un’invasione dell’Ucraina sia geopoliticamente rilevante, tutta l’Ucraina a ovest del fiume Dnepr deve essere conquistata. Altrimenti le frontiere della Russia rimarrebbero sguarnite, e la posizione della Russia non riuscirebbe a stabilizzarsi. Ma questo porterebbe le forze russe sulla riva opposta a Kiev e creerebbe un confine diretto con la Nato e l’Europa. In queste condizioni, se la Russia volesse fare uso della la prima opzione, il fatto di portare gli elettori dell’Ucraina dell’est fuori dal processo elettorale ucraino aumenterebbe la possibilità di un governo antirusso a Kiev.

Terzo, può lavorare sulle periferie. Nel 2008 la Russia diede prova del suo potere invadendo la Georgia. Fu un forte avvertimento per Kiev e per le altre capitali della regione, per due motivi. Primo, il potere della Russia è vicino. Secondo, gli europei non hanno potere, e gli americani sono lontani. I tre punti maggiori su cui i russi possono esercitare pressione sono i paesi del Caucaso, la Moldavia e i baltici. Usando un’ampia minoranza russa potrebbero gettare queste regioni nel caos, mostrando la debolezza del potere della Nato.

Quarto, può offrire incentivi all’Europa centrale e orientale. I paesi di questa regione, dalla Polonia alla Bulgaria, sono sempre più consapevoli del fatto di doversi coprire dai rischi della loro scommessa sull’occidente. La crisi economica europea influenza le relazioni politico-militari. La frammentazione delle nazioni europee rende una risposta coerente, al di là dei proclami, impossibile. I grandi tagli alle spese militari tolgono la maggior parte delle opzioni belliche. L’Europa centrale si sente a disagio economicamente e strategicamente, soprattutto perché la crisi europea mette i paesi più grandi dell’Unione nella condizione di occuparsi soprattutto dei problemi dell’Eurozona, di cui gran parte dell’Europa centrale non fa parte. I russi hanno messo in piedi quel che noi definiamo un imperialismo commerciale, soprattutto a sud della Polonia, entrando in accordi di business che hanno aumentato la loro forza e hanno risolto alcuni problemi economici. I russi hanno sufficienti riserve finanziare per rendere neutrali i paesi dell’Europa centrale.

Infine, la Russia può mettere sotto pressione gli Stati Uniti creando problemi nelle zone critiche. Una di queste è l’Iran. Nelle ultime settimane, i russi si sono offerti di costruire due nuovi reattori non militari per gli iraniani. Con un sostegno tecnologico per il programma nucleare militare gli iraniani potrebbero porre fine alle negoziazioni con gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno investito sull’accordo e sulle relazioni con gli iraniani un grande capitale politico. I russi sono nella posizione di danneggiarli, soprattutto se gli iraniani sono alla ricerca di una leva nel loro dialogo con l’America. Su questa via, per fare esempi estremi, la Russia potrebbe dare il suo aiuto al debole regime del Venezuela. Ci sono posti in cui la Russia può far male agli Stati Uniti, e ora è nella posizione di voler correre rischi – come sul nucleare iraniano – che non avrebbe corso in passato.

La strategia europea e americana di tenere sotto controllo la Russia si è concretizzata con la minaccia di sanzioni. Il problema è che la Russia è l’ottava economia del mondo, le sue finanze sono interrelate con l’occidente e con la sua economia. Per ogni sanzione che l’occidente impone, i russi hanno una risposta. Ci sono molte aziende occidentali che hanno fatto grandi investimenti in Russia, hanno importanti conti nelle banche russe e hanno molte produzioni in Russia. I russi possono anche tagliare il gas e le forniture petrolifere. Questo farebbe male all’economia russa ma l’impatto sull’Europa – e sul mercato globale del petrolio – sarebbe più improvviso e difficile da gestire. Alcuni sostengono che l’energia americana o lo shale europeo possono risolvere il problema. Il vantaggio della Russia è che ogni soluzione è lontana anni, mentre l’Europa non ha a disposizione anni perché il calvario cominci. Alcune sanzioni simboliche con simboliche controsanzioni sono possibili, ma mettere l’economia russa in ginocchio senza un danno collaterale enorme è difficile.

La strategia che più probabilmente la Russia seguirà è una combinazione di quelle presentate sopra: pressioni sull’Ucraina con alcune incursioni limitate; disordini nei baltici, dove vivono grandi minoranze di russofoni, nel Caucaso e in Moldavia; fare in modo che l’Europa orientale non si coalizzi in un’unica entità. Al contempo, la Russia potrebbe intervenire nelle aree sensibili per gli Stati Uniti facendo sì che il governo ucraino si sfaldi nelle sue divisioni naturali.

In tutte queste ipotesi, ci sono due domande. La prima riguarda la politica estera tedesca. Berlino ha sostenuto la rivolta in Ucraina e ha in alcuni casi fatto opposizione alla reazione russa, ma non è nella posizione di fare molto più di concreto. Per ora ha cercato di cavalcare i dissapori, soprattutto quelli tra Russia e Ue, cercando di mediare tra tutti. Ora l’occidente ha posto una questione alla Russia alla quale Mosca risponderà in modo visibile. Se la Germania ignora la Russia, Berlino avrà due problemi. Primo: i paesi dell’Europa orientale, soprattutto la Polonia, perderanno fiducia nella Germania come alleato della Nato, in particolare se ci saranno problemi nei baltici. Secondo: la Germania dovrà affrontare una grande divisione di politica estera in Europa. I paesi vicini al “buffer”, al cuscinetto sono molto agitati. Quelli più lontani, come la Spagna, sono molto più calmi. L’Europa non è unita, e la Germania ha bisogno di un’Europa unita. La condizione dell’Europa sarà determinata in parte dalla risposta tedesca.

La seconda domanda riguarda gli Stati Uniti. Ho parlato della strategia dell’equilibrio dei poteri. Una strategia di equilibrio dei poteri richiede di calibrare il coinvolgimento, non di disimpegnarsi. Avendo sostenuto la creazione di un regime antirusso in Ucraina, gli Stati Uniti ora devono affrontare le conseguenze della loro decisione. La questione non è lo schieramento di forze maggiori ma la garanzia per i paesi dell’Europa centrale, dalla Polonia alla Romania, di tecnologia sufficiente a scoraggiare i russi a fare avventure pericolose.

Il paradosso è questo: la sfera d’influenza occidentale si è mossa verso est lungo la frontiera sud con la Russia, ma la linea di demarcazione effettiva è andata verso occidente. Qualsiasi cosa accada nei “buffer state”, questa linea è critica per la strategia americana perché mantiene l’equilibrio di potere dell’Europa. Potremmo chiamarlo “soft conteinment”.

E’ improbabile pensare che i russi vadano oltre alle attività commerciali nella regione. E’ altrettanto improbabile che l’espansione dell’Ue e della Nato in Ucraina minaccerà la sicurezza nazionale russa. Ma la storia è piena di ricorrenze improbabili che in retrospettiva appaiono probabilissime. I russi hanno poco margine di manovra ma si giocano tutto. Potrebbero prendere alcuni rischi che altri, che non si sentono sotto pressione come i russi, non prenderebbero. Ancora, si tratta di pianificare per il peggio sperando per il meglio.

Per gli Stati Uniti la creazione di un equilibrio di potere regionale è fondamentale. Idealmente, i tedeschi dovrebbero entrare nel progetto, ma la Germania è più vicina alla Russia e il piano comprende rischi che Berlino non vuole affrontare. C’è un gruppo nella regione chiamato Visegràd (è noto come Visegràd 4, ndr): è nel quadro della Nato e comprende Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia e Ungheria. E’ ora più un’idea che una formazione militare. Ma con l’impegno degli Stati Uniti e l’inclusione della Romania potrebbe diventare un contrappeso a basso costo (per gli americani) di fronte a una Russia che si sente insicura ed è quindi poco prevedibile. Questo, tenendo conto dell’imperialismo commerciale russo con un’alternativa americana in un momento in cui l’Europa non è nelle condizioni di sostenere le economie di questi paesi, potrebbe essere logico.

Questa è stata la strategia americana dal 1939: grande aiuto militare ed economico con un minimo coinvolgimento militare. La Guerra fredda finì molto meglio delle guerre in cui gli americani erano direttamente coinvolti. La Guerra fredda in Europa non è mai diventata calda. Logica vuole che a un certo punto gli americani adotteranno questa strategia. Ma nel frattempo aspettiamo la prossima mossa della Russia.

Pubblichiamo un articolo comparso su Forbes il 18 marzo. L’autore, George Friedman, nato in Ungheria da genitori sopravvissuti all’Olocausto, è il fondatore di Stratfor, una compagnia di intelligence globale che si occupa di analizzare scenari futuri per la geopolitica internazionale. Il suo libro “The Next Decade”, pubblicato nel 2010, è stato a lungo nella lista dei bestseller del New York Times.

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