L’antiamericanismo di Putin è sostanza e non posa (ma occhio ai verdoni)

“Come all’epoca del Terzo Reich, vediamo le nuove minacce, non meno numerose di allora, con lo stesso disprezzo per la vita umana e con le stesse pretese di diktat globale e di eccezionalismo”. Il paragone degli Stati Uniti con la Germania di Hitler non è uscito dalla bocca di un Vladimir Putin accaldato per la conquista della Crimea in questi giorni, è datato 9 maggio 2007, quando pronunciò dalla tribuna del mausoleo di Lenin nella piazza Rossa il tradizionale discorso per l’anniversario della vittoria del 1945. Le accuse di “ideologia di confronto ed estremismo” all’epoca suscitarono qualche imbarazzo, e la diplomazia russa si affrettò a chiarire che Putin non intendeva equiparare gli americani ai nazisti, con tanto di telefonata dal Cremlino all’“amico George”. I media russi per qualche giorno si entusiasmarono a parlare del “Quarto Reich” degli Stati Uniti, ma l’incidente venne archiviato.

L’antiamericanismo di Putin è sostanza e non posa (ma occhio ai verdoni)

“Come all’epoca del Terzo Reich, vediamo le nuove minacce, non meno numerose di allora, con lo stesso disprezzo per la vita umana e con le stesse pretese di diktat globale e di eccezionalismo”. Il paragone degli Stati Uniti con la Germania di Hitler non è uscito dalla bocca di un Vladimir Putin accaldato per la conquista della Crimea in questi giorni, è datato 9 maggio 2007, quando pronunciò dalla tribuna del mausoleo di Lenin nella piazza Rossa il tradizionale discorso per l’anniversario della vittoria del 1945. Le accuse di “ideologia di confronto ed estremismo” all’epoca suscitarono qualche imbarazzo, e la diplomazia russa si affrettò a chiarire che Putin non intendeva equiparare gli americani ai nazisti, con tanto di telefonata dal Cremlino all’“amico George”. I media russi per qualche giorno si entusiasmarono a parlare del “Quarto Reich” degli Stati Uniti, ma l’incidente venne archiviato.

Anche perché alla Casa Bianca sapevano già che Putin non era più l’uomo che per primo aveva telefonato a George W. Bush dopo la tragedia dell’11 settembre. Pochi mesi prima, il 10 febbraio 2007, il presidente russo fece la “svolta di Monaco”, pronunciando all’annuale conferenza internazionale sulla sicurezza un discorso molto simile a quello dell’altro giorno davanti al Parlamento. C’era tutto: la condanna del “mondo monopolare”, le accuse di prepotenza e militarismo, fino all’esplicito affondo su “un solo stato che la fa da padrone” imponendo la sua volontà agli altri. I vertici di Washington e la cancelliera Merkel ascoltarono con facce di pietra l’ospite russo che per 32 minuti aveva snocciolato rimproveri, dall’estensione della Nato all’est europeo ex sovietico ai soliti Kosovo e Iraq, alle accuse agli americani di violare i trattati sul disarmo e “nascondere sotto il cuscino qualche centinaio di testate nucleari”, oltre alla rituale invocazione dell’Onu. Fino alla nostalgia per il mondo “bipolare”, secondo Putin, “fragile e un po’ inquietante”, ma più sicuro.

Di questa retorica oggi manca l’Onu, visto che Mosca ha stracciato le regole del Palazzo di vetro in Crimea. Il resto era già stato detto, e anche fatto. Pochi mesi dopo il bellicoso affondo di Monaco Putin ha sospeso il trattato sulle armi convenzionali in Europa, una delle architravi del post Guerra fredda, con la scusa che gli equilibri erano stati violati dagli occidentali. Da allora l’antiamericanismo, esploso nel 1999 con i bombardamenti sulla Serbia, è diventato la politica ufficiale russa, dalle guerre commerciali a colpi di polli surgelati, le famigerate “cosce di Bush”, alla campagna contro gli americani che adottano gli orfani russi all’unico scopo di seviziarli, culminata nel bando delle adozioni verso gli Stati Uniti. Fino all’esplicita accusa di Vladimir Putin agli oppositori scesi in piazza nell’inverno del 2011 di essere al soldo del dipartimento di stato. Le ong che ricevevano soldi da oltreoceano sono state bollate come “agenti stranieri” e gli attivisti putiniani pubblicavano in rete le foto dei dissidenti che andavano ai ricevimenti dell’ambasciata americana come prova del tradimento.

La guerra contro l’Ucraina è una guerra contro gli Stati Uniti, e a Mosca appare ovvio e scontato. Il Senato chiede a Putin di ritirare l’ambasciatore da Washington mentre vota per l’intervento in Crimea, e le tv e le radio di stato spacciano i comunicati sul sito dell’ambasciata americana per “istruzioni emanate agli agenti interni”. La Russia è mentalmente, se non ufficialmente, in guerra con gli Stati Uniti, anche se questo non impedisce ai russi – mentre l’odio verso gli americani nei sondaggi supera quasi i livelli sovietici – di consumare appassionatamente iPhone, fuoristrada e Hollywood, e anche di tenere i loro risparmi in dollari. Meno che negli anni 90, quando il verdone era la seconda valuta russa e tutti avevano un portafogli con due scomparti, ma la reazione alla Crimea è stato il tutto esaurito nei cambiavalute. E mentre molti rimproveri agli Stati Uniti sono simili a quelli dell’intellighenzia europea (arroganti, ignoranti, mercantili ecc.), i russi ci aggiungono un rancore tutto loro, radicato da quando Krusciov aveva promesso di “raggiungere e superare l’America”: la competizione tra grandi potenze, e la frustrazione per aver perso la gara.

Il rimprovero di Putin a Washington, a leggerlo bene, è sempre quello di non voler considerare i russi dei pari con i quali spartirsi il mondo. Da qui anche l’insistenza del Cremlino a negoziare sempre nuovi accordi bilaterali sul disarmo, che la Casa Bianca a un certo punto considerava superati (era l’epoca in cui Bush aveva visto l’anima di Putin). Poi arrivò il reset obamiano, ma il Cremlino di nuovo si sentì escluso, anche perché per Putin che vede la politica ancora come un Risiko i discorsi sulla libertà e i diritti umani sono soltanto una cinica ipocrisia, quasi un prendere l’interlocutore (russo) per scemo. Una mancanza di rispetto per un interlocutore che non vuole tanto demolire gli Stati Uniti, quando poterli emulare.

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