La mafia ha perso. Punto

Due autorevoli professori dell’Università di Palermo, il giurista Giovanni Fiandaca e lo storico Salvatore Lupo hanno pubblicato un libretto, “La mafia non ha vinto – Il labirinto della trattativa” (Laterza) che ha provocato reazioni scomposte da parte del noto quotidiano ingroiano e dai magistrati che, con Ingroia, hanno formulato i capi d’accusa agli imputati nel processo noto come “trattativa Stato-mafia”. E siccome nel codice il reato di “trattativa” non c’è, gli imputati sono accusati di “minaccia a un corpo politico dello Stato”: il governo.

di Emanuele Macaluso

La mafia ha perso. Punto

Due autorevoli professori dell’Università di Palermo, il giurista Giovanni Fiandaca e lo storico Salvatore Lupo hanno pubblicato un libretto, “La mafia non ha vinto – Il labirinto della trattativa” (Laterza) che ha provocato reazioni scomposte da parte del noto quotidiano ingroiano e dai magistrati che, con Ingroia, hanno formulato i capi d’accusa agli imputati nel processo noto come “trattativa Stato-mafia”. E siccome nel codice il reato di “trattativa” non c’è, gli imputati sono accusati di “minaccia a un corpo politico dello Stato”: il governo. Su questo giornale i fatti che motiverebbero l’accusa sono stati ampiamente esposti e commentati, anche perché il Foglio pubblicò sul tema un ampio saggio del professore Fiandaca, apparso in Criminalia – annuario di scienze generalistiche – Infatti, Fiandaca e Lupo sono due stimati studiosi che si sono distinti non solo per la riconosciuta competenza nelle materie che insegnano, ma anche per il loro impegno civile assolto con assoluta indipendenza. Lupo è un intellettuale di sinistra, senza partito e fuori dalle lobby editoriali, sulla mafia ha scritto libri che hanno suscitato l’interesse di chi segue il fenomeno non solo in Italia. Fiandaca è un professore liberal-democratico ed è considerato da tanti avvocati e magistrati “un maestro”: così lo definì lo stesso Ingroia. Il suo manuale di Diritto penale è in uso in tanti atenei. Ho fatto queste considerazioni per dire che il libro dei due professori non è una memoria difensiva, come insinua il quotidiano ingroiano, ma una difesa del diritto e della ragionevolezza, su fatti letti con l’occhio acuto dello storico e del giurista. Il libro è, a mio avviso, un rilevante contributo alla conoscenza del fenomeno mafioso e dimostra come l’uso dell’azione penale della magistratura può colpirlo o rivelarsi un boomerang, se non è fondata sulla certezza delle prove e la sapienza giuridica. Non lo dico io, ma Falcone e con lui coloro che hanno effettivamente contribuito a colpire la mafia. Nel processo della cosiddetta trattativa mancano le prove e la sapienza giuridica; e i fatti sono letti con lenti deformanti.

Il professore Lupo osserva che “il contributo dello storico non può ridursi alla facile constatazione che la trattativa tra Stato e mafia c’è sempre stata; e non solo perché essa potrebbe comportare l’altrettanto facile previsione che sempre ci sarà” – e chiarisce: “La storiografia deve spiegare come le cose sono cambiate, indicare le linee di continuità ovvero di discontinuità” – Ed esaminando i fatti, con dovizia di riferimenti concreti, Lupo mette in forte evidenza un dato ignorato da gruppi che operano nel mondo della politica, dei media e della magistratura. La strategia stragista della mafia è stata sconfitta e non ci fu nessuna trattativa. Anche perché dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino la reazione del popolo e delle istituzioni fu tale da costringere Cosa nostra a una ritirata. Lupo ricorda che dopo la sentenza del gennaio 1992, la quale confermò tutte le condanne del maxiprocesso, “il pendolo delle relazioni fra Stato e mafia, che in centotrent’anni aveva così spesso oscillato verso la collaborazione, ora sembrava orientarsi verso il contrasto. Il risultato era di portata storica”. E Lupo commenta: “Il concetto risulta piuttosto ostico per chi predilige le storie che vedono la mafia prevedere tutto e vincere sempre”. Fra questi oggi ci sono i paladini della “trattativa” che si sarebbe svolta con il cedimento dello Stato proprio nella fase descritta dallo storico. La reazione stragista della mafia, accentuata dopo la sentenza cui ho accennato (l’uccisione di Falcone, sua moglie e la scorta, la strage di via D’Amelio per uccidere Borsellino e la sua scorta) non deriva da “qualcun altro (la misteriosa entità)” come sostengono i trattativisti. Scrive Lupo: “E’ invece possibile che la leadership mafiosa sia stata incapace di calcolare gli effetti di questa iniziativa perché in preda a una sorta di coazione a ripetere che prevedeva un’unica tattica: colpire e poi colpire ancora. Così d’altronde, aveva conquistato il potere.

Così si legittimava agli occhi dei quadri e dei gregari”. E sbatterono la testa al muro: in quel momento le istituzioni ressero l’urto e, come dice l’autore, “la mafia non ha vinto (almeno per ora), ha perso”. E ha perso anche perché le forze politiche reagirono. E reagì la Dc; reagì pure Andreotti, come documenta Lupo. Il quale, a proposito dei comportamenti di Forza Italia e Berlusconi, nota: “Vittorio Mangano, narcotrafficante e boss di Cosa nostra, fu presentato da Dell’Utri a Berlusconi e dimorò a lungo nella sua casa, senza che nessuno dei due abbia spiegato in maniera convincente a che fini.

Dell’Utri, al contrario di Mori (e di Mannino), è stato condannato a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Però alla fine nulla di quanto sopra detto, sentenza Dell’Utri compresa, avvalora la tesi che la costituzione di Forza Italia sia stata un sottoprodotto della trattativa”. E aggiunge: “ Io continuo a non capire quale contributo Cosa nostra potesse mai portare alla nuova politica berlusconiana con la sua strategia della tensione”. Lupo ha scritto libri contro il berlusconismo e ribadisce anche in questo testo la sua radicale opposizione al Cavaliere e alla sua politica, ma osserva che “le sue vittorie sono state determinate innanzitutto dalla formidabile spinta di un’opinione pubblica convinta di doversi ‘liberare’ dalla partitocrazia catto-comunista fiduciosa che finalmente il grande imprenditore avrebbe dato al paese un governo ‘del fare’”. Illusioni e delusioni. Insomma, lo storico, con distacco e mestiere, esaminando i fatti, ci dice che non ci fu una trattativa, ma osserva: “Una parte d’Italia ha quasi bisogno di convincersi che nel passaggio cruciale del 1992-’93 ci siano state non solo trattative tra apparati di sicurezza, gruppi politici, fazioni o esponenti mafiosi”. E amaramente conclude: “Azzardo una previsione. Nei prossimi anni qualsiasi cosa accada gli opinion makers continueranno imperterriti nella celebrazione della invincibilità della mafia”. Osservo io: Falcone diceva che “la mafia come tutti i fenomeni umani ha un inizio e una fine”. Cioè la mafia può essere definitivamente sconfitta. Oggi, questo il senso di quel che dice anche Lupo, purtroppo non siamo a questo; ma non si vuole ammettere che la mafia nella fase esaminata ha perso.

Il saggio del professore Fiandaca dà sostanza giuridica agli argomenti di Lupo attraverso una ricostruzione giudiziaria dei fatti. “Il giudice e lo storico – scrive Fiandaca – anche quando indagano sulle medesime materie sono portati a impiegare – a causa della diversità del mestiere – criteri di giudizio in parte comuni, in parte divergenti”. Fiandaca parla di “cosiddetta trattativa” e dice, a proposito della procura, che dopo aver ricercato nelle vicende indagate “una qualche forma di illecito penale, infine, l’ipotesi criminosa escogitata è quella di violenza a un corpo dello Stato (art. 338 c.p.)”. Infatti il reato di trattativa non esiste, come aveva spiegato in un precedente saggio il professore. Il quale oggi pone un interrogativo: l’accusa così formulata “si presta davvero al perseguito obiettivo di coniugare condanna etico-politica e condanna penale? La risposta ampiamente argomentata è negativa. Ai lettori consiglio di leggere il libro per rendersi conto di come l’argomentazione giuridica di Fiandaca si intreccia con quella storico-politica di Lupo. Dal saggio del giurista voglio sottolineare due questioni che a mio avviso sono al centro di campagne di mafiologi da strapazzo. Fiandaca osserva che la premessa di fondo sottostante all’ipotesi accusatoria della procura di Palermo, cioè la tesi della assoluta inaccettabilità etico-politica di una qualsiasi forma di possibile trattativa Stato-mafia, è smentita dalla storia. A questo proposito in un mio scritto ho ricostruito alcuni fatti come si svolsero in Sicilia nel 1950 (governo De Gasperi). Lo Stato, attraverso i suoi apparati, trattò con la mafia, che eseguì l’operazione concordata: l’uccisione del bandito Salvatore Giuliano. I carabinieri che allora operarono, il colonnello Luca e il capitano Perenze, non furono processati ma encomiati, decorati e promossi nei gradi. Oggi – osserva Fiandaca – “si sono verificati eventi che hanno gravemente offeso – anche simbolicamente – lo stesso ordine giudiziario per effetto degli attentati contro Falcone e Borsellino: a maggior ragione dopo l’uccisione di questi magistrati, valorosi e coraggiosi – per di più preceduta da una lunga catena di altri magistrati caduti sul fronte della lotta alla mafia e, prima ancora, su quello del terrorismo – ‘trattare con la mafia non può che essere giudicata una scelta moralmente vile ed esecrabile’”. Sempre Fiandaca osserva che “questa interazione tra condanna morale e paradigma vittimario è in larga parte comprensibile”. E continua: “Rimane tuttavia aperta la domanda, se e fino a che punto sia compatibile con i princìpi di fondo di un moderno Stato di diritto che la giustizia penale si atteggi in qualche misura a ‘giustizia di emozioni’ sotto la prevalente angolazione della opinione pubblica e/o delle vittime dirette”.

Lo stesso professore ricorda che a Palermo le “associazioni antimafia” come Agenda rossa e altre animano un’accesa e fideistica tifoseria a sostegno dei magistrati dell’accusa. E “ogni eventuale critica, sollevata anche in base ad argomentazioni di stretto diritto, rischia di essere pregiudizialmente interpretata come l’ennesimo attacco dai nemici della verità”. A questo proposito, a sostegno delle considerazioni di Fiandaca, ci aiuta a capire un fatto verificatosi recentemente a Palermo. E’ stato presentato il libro scritto da Caselli e Ingroia; e il giornalista Lodato senza vergognarsi, con l’assenso dei due magistrati, ha detto che la vicenda della telefonata di Mancino al presidente della Repubblica è da inscriversi fra gli atti volti a occultare la verità. Così vanno le cose nel discutere di “trattativa”.
Fiandaca demolisce con argomenti giuridici l’impianto giudiziario della procura e dopo averlo fatto in un precedente saggio ripropone con ricca argomentazione un tema che deve fare riflettere tutte le istituzioni. Infatti in questo caso vengono chiamati in causa il capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, il capo della polizia di allora Parisi, i capi dei Ros, il generale Lubrani e il colonnello Mori, i dirigenti della Amministrazione penitenziaria (Dap), i giudici Capriotti e Di Maggio, il giurista Conso ministro della Giustizia, parlamentari, Mannino e altri. Il tema – come è noto – è questo: la decisione ministeriale di togliere dal carcere durissimo 41 bis un gruppo di condannati per mafia, ma non i boss, è una concessione fatta a Cosa nostra frutto della trattativa o è stato un atto di politica giudiziaria del governo? Quell’atto è il culmine di una serie di reati commessi dagli imputati? A parte le contestazioni su quegli atti compiuti dagli imputati c’è una questione più generale da valutare. Fiandaca scrive: “Non c’è bisogno di essere giuristi per richiamare la logica della divisione dei poteri e delle competenze istituzionali, operante anche nell’attuale democrazia costituzionale. In base a questa logica, la salvaguardia preventiva del bene della sicurezza pubblica, finalizzata alla protezione della vita e della incolumità dei cittadini da pericoli o minacce futuri o incombenti, compete innanzitutto al potere esecutivo e alle forze di polizia; senza che la doverosità delle strategie di intervento da prescegliere possa considerarsi condizionata da una previa autorizzazione, da un previo assenso dell’autorità giudiziaria”. Il professore per esemplificare ricorda i casi del sequestro di uomini politici (il caso Moro divise su questo tema le forze politiche. Ma nessuno pensò che in discussione ci fosse un reato!).
Infine, Fiandaca, come Lupo, colloca la “Trattativa” nel quadro che ha visto impegnata la procura di Palermo quando fu aperta un’indagine sui “sistemi criminali” (pm Ingroia). I due professori parlano di una “inquisitio generalis”, “cioè un’inchiesta prodromica che andava alla ricerca di (più di quanto non prendesse le mosse da) specifiche ipotesi di reato, e quindi di problematica competitibilità con i princìpi di fondo del processo penale – poggiava sull’idea di un intreccio stretto, di una interazione tra sistema criminale mafioso e sistema criminale non mafioso (costituito, a sua volta, da settori deviati della finanza, dei servizi segreti e della massoneria in concorso con la destra eversiva). Insomma una specie di super cupola.

L’inchiesta fu archiviata, ma il procuratore Scarpinato – ricorda Fiandaca – ha scritto un libro con l’“esperto” Lodato (“Il ritorno del principe”) nel quale parla proprio di una cupola: “Un sistema integrato di soggetti individuali e collettivi. Una sorta di tavolo dove siedono figure diverse, non tutte necessariamente dotate di specifica professionalità criminale: il politico, l’alto dirigente pubblico, l’imprenditore, il finanziere, il faccendiere, esponenti delle istituzioni e, non di rado, il portavoce della mafia”. Osservo io che manca il “magistrato deviato” – come Lupo, Fiandaca nota che discutendo il biennio tragico ’92-’93 e “sviluppando un tale modello esplicativo diventa di decisivo rilievo l’affermazione del nuovo soggetto politico costituito da Forza Italia”. E il coinvolgimento di Berlusconi nelle stragi (archiviato a Firenze). Scrive Fiandaca: “A meno di soggiacere a una preconcetta e irresistibile tentazione di leggere gli eventi recando una prospettiva ‘omnicriminalizzatrice’, non sembrano esservi ragioni oggettivamente forti per supporre che il ricorso a una strategia di tipo stragistico fosse una condizione storicamente necessaria al passaggio dal vecchio sistema di potere incentrato sulla Dc al regime impersonato da Berlusconi”. E riprendendo la nota dei rapporti tra la logica dello storico e quella del giudice, il professore “ritiene verosimile che l’inclinazione giudiziaria a rileggere le dinamiche politiche degli anni ’92-’93 alla luce dell’influenza predominante esercitata dai poteri criminali rifletta una tendenza semplificatrice, dovuta proprio all’ottica professionale, in qualche misura deformante, della magistratura più impegnata nella criminalità mafiosa”. In quel che dice Fiandaca c’è del vero. Ma, per concludere, a me pare che questa “ottica deformante” è anche presente in parti rilevanti della politica e dei media. In questa “ottica” c’è certo ignoranza e faziosità, ma c’è anche, e molto, la vocazione a far passare l’analisi storico-politica e l’abitudine a trasferire le proprie responsabilità delle sconfitte politiche altrove, “nei sistemi criminali” così ben descritti da Lupo e Fiandaca. E’ questa la ragione per cui questi due saggi, pubblicati da Laterza, sono utili alla riflessione di chi opera nel campo della giustizia, ma anche direi soprattutto al mondo della politica e particolarmente alla sinistra.

di Emanuele Macaluso

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