Io sbaglio da sola

Non esiste più un solo comportamento, tic, ossessione, gioco innocente, abitudine o fantasia che non sia già diventato materia da laboratorio, sottoposto a esperimenti, trasformato in un conteggio preciso dei nostri errori e delle nostre possibilità. Tutto quello che facciamo produce effetti, e nulla consente spensieratezza, perché se regaliamo Barbie principessa a una bambina, ad esempio, non solo trasmettiamo il messaggio sbagliato sulla magrezza, la bellezza e la ipersessualità, ma stiamo anche ipotecando il futuro lavorativo di questa settenne con le treccine.

Io sbaglio da sola

Non esiste più un solo comportamento, tic, ossessione, gioco innocente, abitudine o fantasia che non sia già diventato materia da laboratorio, sottoposto a esperimenti, trasformato in un conteggio preciso dei nostri errori e delle nostre possibilità. Tutto quello che facciamo produce effetti, e nulla consente spensieratezza, perché se regaliamo Barbie principessa a una bambina, ad esempio, non solo trasmettiamo il messaggio sbagliato sulla magrezza, la bellezza e la ipersessualità, ma stiamo anche ipotecando il futuro lavorativo di questa settenne con le treccine. Siamo lì, con il nostro pacco rosa fra le mani e un sorriso ottuso sulla faccia, sprovveduti e ignari dello studio scientifico di due ricercatori dell’Oregon, secondo il quale chi gioca con le Barbie non avrà una carriera luminosa, si limiterà a lavori prettamente femminili, metterà un limite alle proprie aspirazioni, mentre la ragazzina che gioca con mrs Potato (la famosa patata di plastica celebrata in “Toy Story”) potrebbe senza dubbio diventare una grande scienziata, un’astronauta, la capa dei pompieri. Siamo ancora sicuri, adesso, di voler regalare quella Barbie con i capelli vaporosi e i tacchi alti, adesso che ci sono i grafici e i numeri del nostro scontento? Adesso che gli scienziati (chissà con che cosa giocavano, da piccoli, e che cosa hanno intensamente desiderato e mai ricevuto in dono) hanno osservato le bambine, come fossero insetti da laboratorio, mentre cullano le signore Patata e le bambole (non solo Barbie principessa, anche con Barbie medico, che rappresenterebbe la riduzione del danno). Attraverso i loro giochi e le loro risposte a domande preconfezionate, i ricercatori hanno calcolato l’impatto sulla crescita, ricavato una sentenza, un monito rivestito di numeri e diagrammi di flusso. Se ci affidiamo a queste rivelazioni, se le prendiamo sul serio, allora non decideremo mai più nulla (nemmeno un regalo di compleanno) senza avere prima interrogato l’oracolo dei numeri e degli esperimenti, senza avere la rassicurazione che le bambine che lanciano in aria una patata di plastica guadagneranno di più da grandi. Ma non tutto si può conteggiare, non tutto è big data da osservare al microscopio per farne statistica, trovando nuove leggi e sensi di colpa: non tutto ha risposte numeriche. E’ stato calcolato anche l’impatto delle madri in carriera sui raffreddori dei propri figli: incrociando i dati dei bambini ammalati durante i boom economici e durante invece i periodi di recessione, ecco lo studio che dimostra come i figli crescano più sani quando la madre è senza lavoro, e come anche lei in fondo stia meglio perché conduce una vita più sana, fuma di meno, cammina di più, fa attenzione al cibo, dorme un numero adeguato di ore (non si hanno dati, però, sull’insonnia da preoccupazione economica, sulle sigarette nevrotiche fumate pensando al futuro, sul cibo spazzatura ingurgitato per ansia). Si sente il vuoto, dietro questa serietà scientifica, dietro un’accuratezza algebrica impossibile da applicare alle vite delle persone, al futuro dei nostri figli. E se la bambina giocasse appassionatamente con le Barbie, però impiccandole o decapitandole? Quale statistica predirà le sue scelte da adulta e stabilirà i nostri errori? Non è il caso di farsi insegnare a vivere dai calcoli sui giocattoli altrui, dagli studi sui benefici dei letti separati, dalle sciocchezze sull’impatto del colore rosa sull’adolescenza delle bambine. Possiamo benissimo sbagliare da soli, senza scienziati che vegliano, e poi disegnare il nostro personale diagramma dell’inadeguatezza.

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