Fermi tutti, ecco i dubbi dei piloti sulla scomparsa del volo malese

I comandanti e i piloti che hanno avuto la possibilità di condurre un Boeing 777 in lungo e in largo per i cieli di tutto il mondo sono sempre stati alquanto scettici circa la scomparsa nel nulla del volo MH370 della Malaysia Airlines. Dopo molte teorie circolate sui mezzi di informazione in queste due settimane di ricerca transcontinentale – la più lunga caccia a un aeroplano civile nella storia dell’aviazione moderna – solo ieri è arrivato il primo indizio considerato “credibile” sia da osservatori tecnici sia, soprattutto, dal governo della Malesia che fino a ora aveva centellinato le informazioni (parziali o tardive) fornite alla stampa, peraltro contraddicendosi.

Fermi tutti, ecco i dubbi dei piloti sulla scomparsa del volo malese

I comandanti e i piloti che hanno avuto la possibilità di condurre un Boeing 777 in lungo e in largo per i cieli di tutto il mondo sono sempre stati alquanto scettici circa la scomparsa nel nulla del volo MH370 della Malaysia Airlines. Dopo molte teorie circolate sui mezzi di informazione in queste due settimane di ricerca transcontinentale – la più lunga caccia a un aeroplano civile nella storia dell’aviazione moderna – solo ieri è arrivato il primo indizio considerato “credibile” sia da osservatori tecnici sia, soprattutto, dal governo della Malesia che fino a ora aveva centellinato le informazioni (parziali o tardive) fornite alla stampa, peraltro contraddicendosi. Il premier australiano, Tony Abbott, ieri ha comunicato davanti al Parlamento che due grossi oggetti sono stati individuati al largo delle coste del continente. Per la precisione a 2.500 chilometri a sud-ovest di Perth, una zona grosso modo corrispondente ai confini dell’ampissimo raggio d’azione delle ricerche che adesso giocoforza potranno concentrarsi in un’area più circoscritta. Ci vorrà tempo prima di verificare se le foto catturate dai satelliti australiani cinque giorni fa corrispondono ai resti dell’aereo malese e poi recuperare i detriti e ancora di  più ne servirà per verificare il contenuto della scatola nera, per capire come sono andate le cose la notte dell’8 marzo, quando si sono interrotte le comunicazioni.

Sui blog e sui siti specializzati anche i comandanti si sono sbizzarriti nel tentativo di comprendere il mistero. C’è ad esempio chi, fin da subito, ha ipotizzato un disastro aereo provocato da un’esplosione repentina del velivolo. In gergo aeronautico si tratta di una “decompressione esplosiva” provocata da una rapida depressurizzazione della cabina che può essere causata da una bomba oppure, più pragmaticamente, da una grossa falla nella fusoliera. Tale ipotesi viene da alcuni esperti ricollegata a un incidente che lo stesso aereo (numero di matricola 9MRO) aveva riportato nell’agosto del 2012, quando all’aeroporto di Shanghai (Pudong) aveva urtato la coda di un aereo cinese e si era rotto un’ala. “Un guasto – scriveva nell’immediatezza dell’incidente un comandante italiano con esperienza trentennale – che se mal riparato può pregiudicare la tenuta strutturale del velivolo”. A fare propendere per questa, per la verità semplice, pista – qui però va tenuto a mente un consiglio dello Sherlock Holmes di Conan Doyle: “Non c’è nulla di più in gannevole di un fatto ovvio” – c’era la segnalazione da parte della Federal Aviation Administration diramata tre giorni prima dell’accaduto all’indirizzo della Boeing. Una “airworthiness directive”, cioè una segnalazione di una carenza da sistemare, al fine di “individuare e sistemare rotture e corrosioni nella fusoliera che potrebbero portare alla rapida decompressione e alla perdita dell’integrità strutturale dell’aeroplano”. Si dirà che, così, tutto torna. L’aereo dev’essere esploso. Ma allora come ha fatto a procedere per sette ore, come si è spesso scritto, dopo avere deviato sopra al Golfo di Thailandia dove inizialmente si sono perse le tracce? E come mai in una zona geopoliticamente molto sensibile (vicina a Vietnam, Cambogia, Laos, Cina, e verso nord-ovest Pakistan, Afghanistan, Turkmenistan) i radar militari non hanno rilevato significativi indizi? Erano tutti distratti? Basta spegnere il transponder, come si è detto? Non proprio. I radar restano attivi, sono uno primario e uno secondario, spegnerne uno non basta. Piuttosto, come mai, si chiede un altro pilota, i “satelliti spia non l’hanno ripreso” e “il data link dei motori ha continuato a trasmettere dati, quindi i motori hanno girato regolarmente, dove e come non si sa”? Per spiegare il motivo “Mix-24” ha intervistato un (anonimo) comandante italiano di stanza nel sud-est asiatico che ipotizza una sovrapposizione di segnali tra l’aereo civile e un possibile aereo militare che avrebbe potuto usare il Boeing per evitare di essere intercettato e cercare di sconfinare o entrare in un territorio ostile (il classico scenario alla Ustica, teoria molto italiana). “Non verrebbe percepito – dice il pilota – perché la traccia dell’aereo commerciale lo coprirebbe”. Sono altre ipotesi che non risolvono il mistero, ma che instillano qualche dubbio. Si vedrà se le indicazioni australiane corrispondono al vero. D’altronde a Canberra di scomparse misteriose se ne intendono. Fu lo scrittore Bill Bryson, autore di acuti reportage, a ricordare in “Australia, un paese bruciato dal sole” la scomparsa del primo ministro Harold Holt il 17 dicembre del ’67. Si era tuffato nell’oceano, scomparve e non fu più ritrovato. Si parlò di un complotto ordito dai vietnamiti. Con tutta probabilità annegò in acque infestate dagli squali. Ironia della sorte gli dedicarono una piscina.

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