Prese altre basi in Crimea

A che punto è la guerra per l’anima dell’oriente ucraino tra Kiev e Putin

Kiev, dal nostro inviato. Quello che accadrà dopo l’annessione della Crimea si gioca tutto nelle regioni del sud-est dell’Ucraina. A contendersi l’anima della parte orientale del paese sono in tre. Il governo centrale, il Cremlino e la popolazione locale. Kiev due giorni fa ha annunciato che d’ora in poi i russi avranno bisogno del visto per varcare la frontiera, salvo poi rimangiarsi l’annuncio perché “c’è bisogno di pensarci ancora, è una di quelle situazioni in cui come si dice si prende la misura tre volte prima di fare il taglio”. La mossa sarebbe controproducente anche e soprattutto per l’Ucraina, perché attraverso la frontiera il traffico di merci e lavoro è intensissimo, ed è dettata dalla disperazione del governo transitorio nel vedere autobus carichi di russi venire a manifestare nelle città dell’est per ottenere un secondo “effetto Crimea”, quindi fornire un prestesto a Mosca per intervenire.

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A che punto è la guerra per l’anima dell’oriente ucraino tra Kiev e Putin

Kiev, dal nostro inviato. Quello che accadrà dopo l’annessione della Crimea si gioca tutto nelle regioni del sud-est dell’Ucraina. A contendersi l’anima della parte orientale del paese sono in tre. Il governo centrale, il Cremlino e la popolazione locale. Kiev due giorni fa ha annunciato che d’ora in poi i russi avranno bisogno del visto per varcare la frontiera, salvo poi rimangiarsi l’annuncio perché “c’è bisogno di pensarci ancora, è una di quelle situazioni in cui come si dice si prende la misura tre volte prima di fare il taglio”. La mossa sarebbe controproducente anche e soprattutto per l’Ucraina, perché attraverso la frontiera il traffico di merci e lavoro è intensissimo, ed è dettata dalla disperazione del governo transitorio nel vedere autobus carichi di russi venire a manifestare nelle città dell’est per ottenere un secondo “effetto Crimea”, quindi fornire un prestesto a Mosca per intervenire. La Russia, secondo contendente, per ora aspetta: nello storico discorso del presidente Vladimir Putin di martedì le regioni sudorientali sono state definite “storicamente russe”, ma è stato anche detto che “chi dice che vogliamo invadere quelle regioni sta sbagliando”. I terzi in questa contesa sono gli abitanti, molti dei quali stanno decisamente con Putin. Un sondaggio di febbraio attribuiva al 33 per cento di loro la volontà di unirsi alla Russia – e la percentuale potrebbe essere più alta adesso, dopo il voto in Crimea (e chissà cosa accadrebbe se ci fossero elezioni, come definirle, emergenziali). Il Time scrive in un bel reportage che alcuni ucraini sorvegliano le strade verso il confine orientale per impedire ai tank ucraini – e non russi – di schierarsi a difesa del paese. “Siamo disposti a sdraiarci sull’asfalto”, dicono, e se invece arrivassero nell’altro senso i carri armati di Mosca li farebbero passare, “perché non vogliamo stare con i fascisti di Kiev, l’Ucraina occidentale è un cancro”. La propaganda in stile Russia Today ormai ha fatto completamente presa: la piazza di Kiev e il nuovo governo sono identificati con il nazismo, anche se il partito di destra più temuto, Svoboda, che alle parlamentari del 2012 prese il 10 per cento, ora dopo la rivolta è sceso nei sondaggi al tre.

Il governo del primo ministro di origini ebraiche Arseniy Yatsenyuk dice che l’Sbu, i servizi di sicurezza ucraini, hanno catturato agenti dei servizi russi che raccoglievano informazioni militari e fomentavano i disordini nelle città dell’est – ma si tratta di una notizia da confermare, perché sembra che non ci sia bisogno di tramare nell’ombra: sono gruppi di nazionalisti russi apertamente devoti a Putin a varcare in festa il confine per andare a manifestare nelle città che sentono come ingiustamente separate dalla madrepatria. Sempre a est sono molti gli ucraini locali a dire che non andranno nemmeno a votare alle presidenziali del 25 maggio – in teoria l’appuntamento che dovrebbe rinnovare il paese – perché tanto si tratta di scegliere tra il nuovo fascista che avanza e il vecchio, ovvero la cleptocrazia corrotta.
La guerra tra Kiev e Mosca per ora è sublimata in una sfida economica. Giovedì mattina una coda di 200 camion al valico di Bachivsk, uno dei più importanti, ha fatto temere per un blocco delle importazioni ucraine da parte della Russia, ma si è risolto dopo qualche ora. Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, dice che la minaccia delle autorità ucraine di confiscare le proprietà russe – inclusi i gasdotti di Gazprom – innescherebbe una reazione a catena. Due giorni fa la polizia antisommossa ha chiuso nella città di Lipetsk l’unica fabbrica di cioccolato in territorio russo della compagnia Roshen di Petro Poroshenko, un magnate ucraino che appoggia con entusiasmo lo spostamento di Kiev verso l’Unione europea. L’anno scorso la Russia aveva bloccato le importazioni di prodotti dolciari dalle fabbriche di Poroshenko e di un’altra vasta gamma di beni, proprio prima del summit di novembre in cui Kiev avrebbe dovuto firmare il trattato di libero commercio con l’Unione europea. Fu un’anticipazione dello scambio reciproco di rappresaglie economiche a base di gas e cioccolato che potrebbe arrivare adesso, una guerra economica scatenata per motivazioni politiche come surrogato senza spargimento di sangue delle battaglie tra tank.

Nella penisola di Crimea ormai passata alla Russia sono continuate le operazioni per scalzare le forze ucraine. Il quartier generale della marina è stato preso del tutto, e così anche un tribunale militare e tre navi da guerra attraccate a Sebastopoli, su cui è stata issata la bandiera russa. Un ammiraglio catturato mercoledì è stato rilasciato. La conquista installazione per installazione dell’apparato militare ucraino da parte delle “forze di autodifesa” per ora ha fatto un solo morto.

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