Arriva la repressione finanziaria che piace a Landini e allarma Alesina&Giavazzi

Ragioni ideali, motivi concreti e possibili effetti nefasti del “dàgli alla rendita!” renziano

Matteo Renzi, rottamatore per antonomasia, intende dare una scossa all’Italia, slegare le forze produttive finora represse, farlo da sinistra e quindi assicurando allo stesso tempo dosi di giustizia sociale. Ma se invece, complice la ricerca di immediata popolarità, alcune delle prime mosse del presidente del Consiglio spingessero il paese verso un ulteriore immobilismo? Il rischio c’è, perlomeno nella partita che si sta giocando sulla tassazione delle rendite finanziarie. “E’ partito, si impegna, pedala con entusiasmo, ma per ora è in pianura”. Questa è l’idea che di Renzi si sono fatti per ora gli economisti Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, editorialisti del Corriere della Sera. Quando dagli annunci di riforma si passerà alle riforme vere e proprie, allora si paleseranno “tante salite e avversari difficili”. A meno che Renzi – hanno scritto ieri Alesina e Giavazzi – non scelga di percorrere alcune “scorciatoie poco lungimiranti”, come quella intrapresa finora sulla tassazione delle rendite finanziarie.

Ragioni ideali, motivi concreti e possibili effetti nefasti del “dàgli alla rendita!” renziano

Matteo Renzi, rottamatore per antonomasia, intende dare una scossa all’Italia, slegare le forze produttive finora represse, farlo da sinistra e quindi assicurando allo stesso tempo dosi di giustizia sociale. Ma se invece, complice la ricerca di immediata popolarità, alcune delle prime mosse del presidente del Consiglio spingessero il paese verso un ulteriore immobilismo? Il rischio c’è, perlomeno nella partita che si sta giocando sulla tassazione delle rendite finanziarie.

“E’ partito, si impegna, pedala con entusiasmo, ma per ora è in pianura”. Questa è l’idea che di Renzi si sono fatti per ora gli economisti Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, editorialisti del Corriere della Sera. Quando dagli annunci di riforma si passerà alle riforme vere e proprie, allora si paleseranno “tante salite e avversari difficili”. A meno che Renzi – hanno scritto ieri Alesina e Giavazzi – non scelga di percorrere alcune “scorciatoie poco lungimiranti”, come quella intrapresa finora sulla tassazione delle rendite finanziarie. A copertura del taglio del 10 per cento dell’Irap sulle imprese (costa circa 2,5 miliardi), Renzi ha detto di voler aumentare le imposte su alcuni titoli, continuando a privilegiare i soli titoli di stato. Errore rosso: meglio prendere esempio da Regno Unito e Stati Uniti, scrivono i due economisti, perché “tassare il reddito da lavoro in modo progressivo e quello da capitale in modo proporzionale”, cioè con la stessa aliquota, è “ingiusto”. Quello che per i due professori (rispettivamente di Harvard e della Bocconi) è un problema di “giustizia”, per Maurizio Landini, segretario generale della Fiom-Cgil, è invece una medaglia che Renzi farebbe bene a tenersi appuntata al petto: “Se a maggio arriveranno 80 euro in busta paga, sarà un primo passo utile – ha detto ieri il sindacalista – Un fatto positivo, come quello di aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie”.

Pietro Reichlin, professore della Luiss accreditato come uno tra gli economisti ascoltati in questa fase dal presidente del Consiglio, offre una risposta “pragmatica” all’apparente cortocircuito tra professori liberisti e sindacalisti radicali. “Aumentare l’aliquota sulle rendite dal 20 al 26 per cento, escludendo i titoli di stato che resteranno tassati al 12,5 per cento per non creare pericoli per il nostro enorme debito pubblico, non mi sembra uno scandalo”. Tuttavia incentivare i risparmi a dirigersi sui titoli di stato, per definizione improduttivi, invece che verso investimenti finanziari in capitale di rischio, “non può che andare a detrimento della crescita e del rilancio del paese”, ha detto al Corriere della Sera Paolo Basilico, numero uno di Kairos, società indipendente di risparmio con più di 5 miliardi di asset gestiti.

Certo, ammette Reichlin, così si consolida “la posizione di vantaggio” per lo stato rispetto ad altri tipi di investimenti, ma “l’effetto di ulteriore spiazzamento a favore degli investimenti in Bot, che già oggi esiste, non sarà enorme”. Anche il gettito che sarà ricavato dall’innalzamento al 26 per cento sugli altri redditi di natura finanziaria “è contenuto, si tratta al massimo di 1,5 miliardi”. Renzi, secondo Reichlin, “non sta dicendo che quello attuale è il sistema giusto di tassazione. Sta solo indicando che oggi, per finanziare lo sgravio sull’Irap, questo è il male minore”. In questo senso l’alleanza con Landini e quella sinistra che sostiene la caccia al rentier sarebbe solo casuale: “Il sindacato difende la constituency del lavoro dipendente, ma ha una visione un po’ superata: non è detto che il lavoratore dipendente non sia anche risparmiatore, soprattutto le giovani generazioni che dovranno puntare maggiormente sul risparmio previdenziale”. Comunque Reichlin – autore con Aldo Rustichini di “Pensare la sinistra. Tra equità e libertà” (Laterza) – non è “così convinto” dall’idea di far rientrare i redditi di natura finanziaria nella dichiarazione dei redditi ai fini del pagamento dell’Irpef (l’imposta sul reddito personale), come suggeriscono Alesina e Giavazzi: “Innanzitutto perché l’effetto di ‘doppia tassazione’ rimarrebbe: paghiamo prima le tasse sul reddito; poi, una volta che lo abbiamo accumulato e investito, torniamo a pagare le tasse sulle rendite. Inoltre in Italia abbiamo scelto il sistema della tassazione alla fonte sui redditi da capitale perché è più semplice da applicare: consente di evitare elusione ed evasione che invece diverrebbero possibili se chiedessimo ai cittadini di incassare le rendite sui titoli di stato e poi metterle in dichiarazione dei redditi”.

Di diverso avviso è Mario Seminerio, analista finanziario che da tempo sul suo blog Phastidio.net mette in guardia dalla retorica dell’adeguiamoci-ai-livelli-europei-di-tassazione-sulle-rendite, osservando che non bisogna tener conto delle sole aliquote. Si prenda – ha osservato Seminerio – un risparmiatore che abbia 100.000 euro in un deposito bancario vincolato che gli garantisce un rendimento annuo lordo del 2 per cento. Non proprio il Lupo di Wall Street, insomma. Il reddito da interesse, a fine anno, sarà di 2.000 euro, cui vanno sottratte la ritenuta d’imposta ora al 26 per cento (520 euro) e l’imposta di bollo al 2 per mille (200 euro). Fanno 720 euro in meno, quindi una pressione fiscale effettiva del 36 per cento. “Dopo Tokyo, Roma rischia di diventare l’altra capitale mondiale della ‘repressione finanziaria’”, cioè del tentativo degli stati più indebitati di incanalare verso di sé risparmi privati che altrimenti andrebbero altrove. E’ esattamente quanto accadrà con il trattamento fiscale asimmetrico che la riforma renziana garantirà a “rendite pubbliche” (tassate al 12,5 per cento) e “rendite private” (26 per cento). Oltre a “creare enormi distorsioni allocative a svantaggio dell’impresa privata”, anche le coperture per il taglio dell’Irap potrebbero presto venire a mancare: “I risparmiatori si sposteranno su titoli di stato e risparmio postale, e allora la base imponibile su cui applicare le aliquote più alte svanirà. E chi dice che un domani anche i fondi previdenziali non possano essere oggetto di strette fiscali? L’effetto domino è imprevedibile”.

Seminerio, autore per Rizzoli del libro “La cura letale”, sottolinea poi uno dei paradossi politici della vicenda: “E’ curioso che sia la sinistra a proporre di insistere in tale direzione, ma è un dato di fatto che la tassazione proporzionale dei redditi da capitale, cioè con la stessa aliquota per tutti, accresce la disuguaglianza rispetto a una tassazione ad aliquota marginale dei redditi da capitale, cioè in dichiarazione dei redditi. Nel sistema attuale, infatti, un nullatenente con 10 milioni di euro investiti in titoli di stato è sottoposto alla stessa tassazione di un normale lavoratore dipendente con qualche risparmio investito in Bot”. Ecco perché la proposta di Alesina e Giavazzi – cioè tassare sia il reddito da lavoro sia il reddito da capitale in modo progressivo (“con una franchigia a tutela del piccolo risparmio”, aggiunge Seminerio) – oltre che più favorevole all’impresa privata, è anche più “giusta”.

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