L’ombra di Mosca sull’Iran

Con un senso dei tempi degno di grandi direttori d’orchestra, ieri si è aperto a Vienna il negoziato decisivo sulla questione del nucleare iraniano. Tutte le tv erano sintonizzate sul discorso di Vladimir Putin che, celebrando l’annessione della Crimea alla madrepatria russa, ha fatto sapere all’occidente che Mosca non si fida più, che troppi errori e troppi tradimenti si sono consumati in questi anni, il mondo guidato dall’America non può funzionare. Nei corridoi del palazzo in cui si sono incontrate le delegazioni dell’Iran e del 5+1 non si faceva che guardarsi attoniti: e ora? Già, e ora?

L’ombra di Mosca sull’Iran

Con un senso dei tempi degno di grandi direttori d’orchestra, ieri si è aperto a Vienna il negoziato decisivo sulla questione del nucleare iraniano. Tutte le tv erano sintonizzate sul discorso di Vladimir Putin che, celebrando l’annessione della Crimea alla madrepatria russa, ha fatto sapere all’occidente che Mosca non si fida più, che troppi errori e troppi tradimenti si sono consumati in questi anni, il mondo guidato dall’America non può funzionare. Nei corridoi del palazzo in cui si sono incontrate le delegazioni dell’Iran e del 5+1 non si faceva che guardarsi attoniti: e ora? Già, e ora? Con qualche intoppo e una buona dose di menefreghismo, gran parte delle questioni strategiche a livello globale è stata gestita dall’America e dalla Russia. Già in Siria è piuttosto evidente che la via russa per la salvaguardia del regime di Damasco ha avuto il sopravvento, ma con la Repubblica islamica d’Iran le cose possono essere ancora più complicate. Si parte da un accordo temporaneo – iniziato il 20 gennaio, con durata sei mesi – in cui gli iraniani si sono impegnati a non costruire e attivare altre centrifughe per il nucleare e l’occidente ha allentato le misure sanzionatorie su Teheran. Da gennaio a oggi l’Iran ha avuto un po’ di sollievo, il presidente Hassan Rohani è stato accolto nei consessi internazionali con curiosità e fiducia, il ministro degli Esteri Javad Zarif, che fa un uso smodato di Twitter, ha fatto sapere ieri che l’Iran ha mantenuto le sue promesse e che ora tocca all’occidente fare il suo (per il Wall Street Journal, in realtà, l’esportazione di petrolio sarebbe superiore a quanto era previsto dall’accordo, in violazione all’embargo). Barack Obama ha puntato sulla pace iraniana la sua eredità politica: crede che un accordo solido sia possibile, e in nome di questa convinzione ha già sacrificato altre questioni importanti, come la cacciata di Assad.
E’ a questo punto che arriva Putin. La settimana scorsa, il Cremlino ha fatto sapere di aver riaperto, dopo lunghe diatribe sui pagamenti, il rapporto di collaborazione con Teheran sulla costruzione di siti nucleari e centrifughe. Che è come dire che da una parte l’Iran negozia con l’occidente una tregua nucleare e dall’altra si fa aiutare nel suo progetto nucleare dalla Russia. In un momento, poi, in cui l’America e la Russia stanno toccando minimi diplomatici da Guerra fredda. Non promette bene, il negoziato per l’accordo a tempo indeterminato che vorrebbe prevenire la Bomba iraniana.

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