La lustratcia

Il sistema-stato a Kiev è ancora quello di prima

Kiev, dal nostro inviato. Reshat Ametov è un tataro di 39 anni, muratore stagionale, padre di tre bambini, che la mattina del 3 marzo scorso va a protestare in piazza Lenin, a Sinferopoli – diventato territorio russo nelle ultime 24 ore. I testimoni lo vedono superare un cordone delle “unità di autodifesa”, i volontari crimeani che stanno con Mosca, e fermarsi a parlare con un gruppo di uomini in verde. Una troupe della tv crimeana ATR riprende due uomini in uniforme verde e uno in uniforme nera, tutti senza alcun segno di riconoscimento, che portano via Ametov. La famiglia denuncia la scomparsa alla polizia, chiede notizie di lui per due settimane.

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Il sistema-stato a Kiev è ancora quello di prima

Kiev, dal nostro inviato. Reshat Ametov è un tataro di 39 anni, muratore stagionale, padre di tre bambini, che la mattina del 3 marzo scorso va a protestare in piazza Lenin, a Sinferopoli – diventato territorio russo nelle ultime 24 ore. I testimoni lo vedono superare un cordone delle “unità di autodifesa”, i volontari crimeani che stanno con Mosca, e fermarsi a parlare con un gruppo di uomini in verde. Una troupe della tv crimeana ATR riprende due uomini in uniforme verde e uno in uniforme nera, tutti senza alcun segno di riconoscimento, che portano via Ametov. La famiglia denuncia la scomparsa alla polizia, chiede notizie di lui per due settimane. Il 16 marzo il corpo del tataro è trovato a Belogorsk, 45 chilometri a est di Sinferopoli – “è morto per causa violenta”, dice il rapporto della polizia. Una nota di Human Rights Watch cita alcuni media locali che dicono che Ametov è stato torturato e legato con nastro adesivo trasparente, ma non ha una conferma diretta. Ieri c’è stato il funerale islamico e la comunità tatara si è fatta vedere, c’erano almeno mille persone.

Nella crisi ucraina cominciata a fine novembre e culminata per ora nell’annessione della Crimea alla Russia, ci sono ancora 177 casi irrisolti di persone scomparse. Ma le indagini sono ferme, “perché non c’è ancora stata la lustratcia, la ripulitura del sistema. Il sistema è cambiato soltanto ai posti più alti, lassù al governo. Sotto, la magistratura e la polizia sono rimaste esattamente quelle di un mese fa, quando c’era ancora il presidente Yanukovich, e non stanno facendo le inchieste che dovrebbero fare perché potrebbero esserci delle corresponsabilità”, dice al Foglio Alexandra Alissa Novitchko, che tiene il conto degli scomparsi per un gruppo di avvocati volontari che durante gli scontri difendeva d’ufficio i diritti civili dei manifestanti. Dopo la fuga di Yanukovich – che Mosca ancora considera “presidente legittimo dell’Ucraina”, anche se ieri non lo ha invitato alla storica cerimonia d’annessione della Crimea – le sparizioni si sono interrotte, anche se soltanto sulla parte continentale del  paese.

La Novitchko cita la Repubblica ceca come modello post sovietico di possibile, efficiente spoil system generalizzato per – e qui manca un verbo che traduca l’idea della lustratcia: rivoltare, bonificare, reindirizzare? – il corpo centrale dello stato ucraino in questo post rivoluzione. Quando sente nominare l’esempio dell’Egitto, dove la ribellione è presto scivolata all’indietro fino al punto di partenza – l’esercito al potere – e dove la resistenza maggiore al cambiamento è venuta dagli stessi settori, la burocrazia, la magistratura, gli apparati di sicurezza, l’attivista ucraina arriccia il naso: siamo più evoluti, la nostra situazione è diversa, sono ottimista. “Abbiamo già avuto una rivoluzione, la rivoluzione arancione. Quando la situazione è regredita, siamo scesi di nuovo in piazza. In Ucraina succede l’opposto che negli altri paesi: in Russia e in Bielorussia dopo le violenze della polizia le manifestazioni sono rimpicciolite e si sono andate dissolvendo. Qui a ogni violenza da parte del governo le manifestazioni e i sit-in si sono ingranditi”.

Resta il problema degli scomparsi, “anche se ormai l’attenzione è completamente assorbita da quello che sta succedendo a sud, in Crimea”. Il gruppo dei diritti civili di cui fa parte Novitchko – Euromaidan Sos – parla di una campagna segreta del governo pre-cacciata di Yanukovich per sequestrare gli attivisti e in alcuni casi per ucciderli, tra dicembre e febbraio. “Sospettiamo che ci sia stata anche collaborazione da parte della Russia ma non ci sono prove. Gli uomini che il 22 gennaio hanno bendato e rapito Dmitry Bulatov e poi lo hanno rilasciato dopo una settimana di torture parlavano in russo. Quando gli ucraini parlano in russo si capisce comunque che sono ucraini, questi erano russi che parlavano la lingua madre. Però non ci sono altri elementi”.

Con lo spostamento della crisi in Crimea, anche i sequestri si sono spostati. Foreign Policy ha parlato della Crimea pre-referendum come della “Repubblica della paura”. Sabato è toccato a un prete della chiesa greco-cattolica e cappellano militare essere preso per pochi giorni a Sebastopoli: con la scusa della benedizione di una macchina, è stato ammanettato e portato via, e una nota lasciata sul posto dai rapitori spiegava che si trattava di una “lezione per tutti gli agenti del Vaticano”. Due giorni fa è stato rilasciato. A una domanda sul sequestro di tre leader della comunità ucraina locale, il ministro dell’Informazione crimeano Dmitri Polonsky ha risposto: “In Crimea non c’è una comunità ucraina. Quindi nemmeno attivisti”.

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