Fare la morale a Wojtyla

Nella Roma che si prepara a proclamare solennemente santo Giovanni Paolo II il prossimo 27 aprile, dopo la beatificazione a tempo di record avvenuta nel 2011 grazie alla dispensa pontificia firmata da Benedetto XVI, il suo magistero in fatto di visione antropologica e morale viene messo, per la prima volta, pubblicamente in discussione all’interno della chiesa. Un magistero, quello depositato dal lungo pontificato wojtyliano, che è sempre più “disatteso, come se non esistesse”, diceva al Foglio il cardinale Carlo Caffarra qualche giorno fa.

Fare la morale a Wojtyla

Nella Roma che si prepara a proclamare solennemente santo Giovanni Paolo II il prossimo 27 aprile, dopo la beatificazione a tempo di record avvenuta nel 2011 grazie alla dispensa pontificia firmata da Benedetto XVI, il suo magistero in fatto di visione antropologica e morale viene messo, per la prima volta, pubblicamente in discussione all’interno della chiesa. Un magistero, quello depositato dal lungo pontificato wojtyliano, che è sempre più “disatteso, come se non esistesse”, diceva al Foglio il cardinale Carlo Caffarra qualche giorno fa. In discussione non c’è (più) da tempo la dimensione politica del pontificato, l’ecclesia militans impegnata con forza nella battaglia per abbattere il Muro di Berlino e radere al suolo la Cortina di ferro, e per realizzare un’unica Europa cristiana “dall’Atlantico agli Urali”, bensì quella dottrina che regola famiglia e matrimonio, vincolo dell’indissolubilità, sacramento cui Giovanni Paolo II, teologo morale, ha dedicato molto del suo lavoro sul trono di Pietro.

E’ su questo che la chiesa cattolica è chiamata a dibattere da qui al Sinodo ordinario del 2015, cui seguirà la decisiva esortazione di Francesco che tirerà le somme del confronto aperto lo scorso autunno. In questione – e la relazione “di taglio teologico” presentata ai confratelli cardinali da Walter Kasper l’ha chiarito – non c’è solo la questione della comunione ai divorziati risposati, bensì il ben più ampio insegnamento giovanpaolino circa la dottrina e la pastorale familiare. Non a caso, il primo oggetto del confronto è la Familiaris Consortio, l’esortazione apostolica scritta al termine del Sinodo sulla famiglia del 1980, preceduto e seguìto negli anni successivi da ben centotrentaquattro catechesi sull’amore umano. Il cardinale Oscar Rodríguez Maradiaga, ascoltatissimo coordinatore della consulta istituita dal Pontefice argentino per riorganizzare la curia romana, aveva definito quel testo bellissimo, facendo però capire che su molte questioni – dal gender alle unioni civili, ad esempio – è superato. Sosteneva, il porporato honduregno, la necessità di adeguare l’insegnamento cattolico ai contesti attuali, sì da venire incontro alla sofferenza di chi si trova dinnanzi al fallimento del proprio progetto di vita.

E sul magistero di Karol Wojtyla in tema di teologia morale è intervenuto recentemente anche il Papa emerito Benedetto XVI. Lo ha fatto nel libro “Accanto a Giovanni Paolo II - Gli amici e i collaboratori raccontano”, curato dal vaticanista Wlodzimierz Redzioch ed edito da Ares. Tanti i contributi presenti nel corposo volume, da quello di Camillo Ruini a quello di Stanislaw Dziwisz, da Tarcisio Bertone al professor Stanislaw Grygiel. Benedetto XVI – che ha voluto personalmente curare la traduzione del suo intervento dal tedesco all’italiano – spende parole importanti proprio sull’enciclica Veritatis splendor del 1993, che è una sorta di summa del pensiero morale della chiesa, e che “ha avuto bisogno di lunghi anni di maturazione e rimane di immutata attualità”. Joseph Ratzinger va oltre nel segnalarne la centralità e ricorda che “la Costituzione del Vaticano II sulla chiesa nel mondo contemporaneo, di contro all’orientamento all’epoca prevalentemente giusnaturalistico della Teologia morale, voleva che la dottrina morale cattolica sulla figura di Gesù e il suo messaggio avesse un fondamento biblico”.

Eppure, “questo fu tentato attraverso degli accenni solo per un breve periodo, poi andò affermandosi l’opinione che la Bibbia non avesse alcuna morale propria da annunciare, ma che rimandasse ai modelli morali di volta in volta validi. La morale è questione di ragione, si diceva, non di fede”, scrive ancora il Pontefice emerito. La conseguenza di ciò, è che “scomparve da una parte la morale intesa in senso giusnaturalistico, ma al suo posto non venne affermata alcuna concezione cristiana. E siccome non si poteva riconoscere né un fondamento metafisico né uno cristologico della morale, si ricorse a soluzioni pragmatiche: a una morale fondata sul principio del bilanciamento di beni, nella quale non esiste più quel che è veramente male e quel che è veramente bene, ma solo quello che, dal punto di vista dell’efficacia, è meglio o peggio”.

Il “grande compito” che Giovanni Paolo II si diede in questo testo – sono ancora parole di colui che fu il prefetto custode della fede del Pontefice polacco per più d’un ventennio – “fu di rintracciare nuovamente un fondamento metafisico nell’antropologia, come anche una concretizzazione cristiana nella nuova immagine di uomo della Sacra scrittura”. Da ciò deriva l’invito quasi perentorio di Benedetto XVI: “Studiare e assimilare questa enciclica rimane un grande e importante dovere”. E se il contenuto di quel documento poteva ingenerare qualche incomprensione, pazienza: “Giovanni Paolo II non si è mai preoccupato di come le sue decisioni sarebbero state accolte. Egli ha agito a partire dalla sua fede e dalle sue convinzioni ed era pronto anche a subire dei colpi”, ha sottolineato il Papa emerito.

Un esempio in tal senso è relativo al “turbine che si era sviluppato intorno alla dichiarazione Dominus Jesus” del 2000, sull’ecumenismo. Dopo aver precisato, a distanza di quattordici anni, che quel documento “riassume gli elementi irrinunciabili della fede cattolica”, Ratzinger rivela che il Pontefice polacco gli disse “che all’Angelus intendeva difendere inequivocabilmente il documento. Mi invitò – sono parole di Benedetto XVI – a scrivere un testo per l’Angelus che fosse a tenuta stagna e non consentisse alcuna interpretazione diversa. Doveva emergere in modo del tutto inequivocabile che egli approvava il documento incondizionatamente”. Allora, racconta Ratzinger, “preparai un breve discorso; non intendevo però essere troppo brusco e così cercai di esprimermi con chiarezza ma senza durezza. Dopo averlo letto, il Papa mi chiese ancora una volta: ‘E’ veramente chiaro a sufficienza?’. Io risposi di sì”.

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