Chi sei tu per giudicare?

Immagino che ad Alfredo Robledo non manchino argomenti per contestare la conduzione della procura di Milano da parte del suo capo, Edmondo Bruti Liberati, sui vari pasticciati procedimenti in corso a partire dal caso Sea: la norma costituzionale che prevede la cosiddetta obbligatorietà dell’azione penale determina uno stato di anomalia tale della gestione dell’azione inquirente che chiunque si assuma una qualsiasi responsabilità (soprattutto se tesa a non esasperare problemi complessi) è sempre giuridicamente dalla parte del torto. D’altro verso, poi, la rivoluzione giustizialista decollata con il 1992 ha provocato un caos così devastante nell’azione della magistratura che il ruolo di “capo” e l’idea che una procura sia coordinabile soggettivamente da un responsabile sono stati spazzati via dal cosiddetto circuito mediatico-giudiziario.

Chi sei tu per giudicare?

Immagino che ad Alfredo Robledo non manchino argomenti per contestare la conduzione della procura di Milano da parte del suo capo, Edmondo Bruti Liberati, sui vari pasticciati procedimenti in corso a partire dal caso Sea: la norma costituzionale che prevede la cosiddetta obbligatorietà dell’azione penale determina uno stato di anomalia tale della gestione dell’azione inquirente che chiunque si assuma una qualsiasi responsabilità (soprattutto se tesa a non esasperare problemi complessi) è sempre giuridicamente dalla parte del torto. D’altro verso, poi, la rivoluzione giustizialista decollata con il 1992 ha provocato un caos così devastante nell’azione della magistratura che il ruolo di “capo” e l’idea che una procura sia coordinabile soggettivamente da un responsabile sono stati spazzati via dal cosiddetto circuito mediatico-giudiziario. Grazie al quale ogni volta che una toga trova l’appoggio di media di qualche rilevanza (ora poi siamo di fronte a un attrezzato quotidiano come il Fatto, che sistematicamente premia/punisce i pm e i giudici che si adeguano/rifiutano le sue direttive) non c’è niente che possa resistergli. Rispetto ai pm baresi Giuseppe Scelsi e Desirèe Digeronimo, che denunciarono il loro capo Antonio Laudati con argomenti simili a quelli che ritornano oggi a Milano, Robledo appare più insicuro: infatti non denuncia penalmente Bruti Liberati ma ne fa solo un caso di applicazione del regolamento. Ma ormai, si considerino anche le guerre palermitane, siamo di fronte all’ultima espressione di una nuova fase di disgregazione.

Di tanto in tanto c’è pure qualche garantista in buona fede a prendere le difese di chi si ribella ai capi: con l’argomento della difesa di spiriti indipendenti animati da una volontà di giustizia senza colori che soccombono alla divisione partitico-correntizia della giustizia. In realtà siamo di fronte a una generazione di magistrati animati dalla volontà di protagonismo, attirati dalle luci della ribalta, che non possono resistere all’idea che sia loro strappato un ruolo che li potrebbe far andare sui giornali e sulle televisioni in generale, perché ce l’hanno su con Silvio Berlusconi ma talvolta anche perché se la prendono con Massimo D’Alema o arrivano a sfiorare persino l’intoccabile Banca Intesa.

Non ho alcuna simpatia per Bruti Liberati né per Francesco Greco, non parliamo di Ilda Boccassini (peraltro professionista invidiabile – quando non in preda a qualche suo demonio politico – nella persecuzione della criminalità organizzata). In uno stato ordinato, poi, un magistrato come Armando Spataro che così clamorosamente ha sbagliato il giudizio sul segreto di stato (come hanno ribadito Cassazione e Consiglio di stato)  nella vicenda Abu Omar (tra l’altro ha dichiarato che il segreto di stato è uno scudo dell’impunità e ha anche spiegato come farebbe lui la politica estera) dovrebbe essere accompagnato all’uscita dalla professione. Non sono dunque affatto un fan della procura di Milano, ma chi la contesta come oggi fa Robledo non solo non aiuta a migliorare le cose, ma le aggrava.

Quel pasticcio costituito in larga misura dalla parte ordinamentale della nostra Costituzione, arriva ai suoi vertici quando propone l’assetto corporativo, peraltro fascista, della magistratura senza distinzione radicale di giudici e inquirenti, accompagnato dall’inapplicabile norma dell’obbligatorietà penale. Ciò, senza più lo stato dei partiti che ne mediava pragmaticamente l’applicazione (grazie a immunità e amnistie), ha prodotto il caos post ’92 con disgregazione della nostra sovranità popolare, incrinando la connessa sovranità nazionale.

La parte più colta di quella Magistratura democratica che fu la forza traente dell’ondata di processi tra il 1992 e il 1993 ha maturato sino in fondo il fallimento della sua idea di innovazione della società per via giudiziaria e ora, innanzi tutto con Luciano Violante, sta cercando di rimediare ai guasti che ha provocato. Lo stesso Bruti Liberati è in qualche modo espressione di questo ripensamento, dell’idea che la magistratura non possa far proprio il motto “fiat jus, pereat mundus”, che vanno trovate regole per perseguire i crimini senza distruggere la società. Bruti è aiutato anche dall’essere nipote di un grande magistrato come Adolfo Beria d’Argentine, espressione dell’azionismo mite e riformista milanese assai migliore di quello radicale ed elitista torinese, che resse il suo ufficio con la delicatezza necessaria in genere all’amministrazione di una giustizia non gridata e pure a non scassare gli equilibri di una società complessa come quella milanese.

Naturalmente non mi sfuggono i gravi limiti di chi tenta di rimediare ai propri errori senza un’adeguata riflessione storica, favorendo così tutte le gravi ambiguità innanzitutto di un partito come il Pd, ma oggi anche di opportunisti vari a partire da Ncd. Comunque è meglio un riformista spaventato e ambiguo di chi, sventolando i propri esibizionismi, vuole proseguire sulla via di una disgregazione così violentemente in atto.
 

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