Vivere un lampo di vita. Appunti per una sceneggiatura caffarriana

Come cambiare il mondo in 20 ore. In Belgio fanno la dolce morte, a Bologna fanno la dolce vita.
Premessa caffarriana
Condivido in toto l’attrazione per l’aratro della dottrina e la spada dell’apologia, ma non mi piace leggerle sui libretti delle istruzioni, sono un asino e mi stufo in fretta. Dottrina e apologia sono molto più incantevoli quando si vedono in azione, dentro l’esperienza, efficaci nella prassi pubblica, non solo privata, nel cuore dei casini, perché solo così la verità diventa attraente per la libertà, che può finalmente vedere un’alternativa dopo tre secoli di danni (anche sei). Dopo la tambureggiante intervista al cardinale Caffarra sul Foglio di sabato è chiaro il metodo per affrontare le sfide tremende e fantastiche della modernità: non il bunker (modello tradizionalista), non la ritirata organizzata (modello progressista), ma la costruzione del monastero (modello Caffarra, cattolico apostolico). Come?

di Emmanuel Exitu

Vivere un lampo di vita. Appunti per una sceneggiatura caffarriana

Come cambiare il mondo in 20 ore. In Belgio fanno la dolce morte, a Bologna fanno la dolce vita.

Premessa caffarriana
Condivido in toto l’attrazione per l’aratro della dottrina e la spada dell’apologia, ma non mi piace leggerle sui libretti delle istruzioni, sono un asino e mi stufo in fretta. Dottrina e apologia sono molto più incantevoli quando si vedono in azione, dentro l’esperienza, efficaci nella prassi pubblica, non solo privata, nel cuore dei casini, perché solo così la verità diventa attraente per la libertà, che può finalmente vedere un’alternativa dopo tre secoli di danni (anche sei). Dopo la tambureggiante intervista al cardinale Caffarra sul Foglio di sabato è chiaro il metodo per affrontare le sfide tremende e fantastiche della modernità: non il bunker (modello tradizionalista), non la ritirata organizzata (modello progressista), ma la costruzione del monastero (modello Caffarra, cattolico apostolico). Come? Testimoniare fatti e raccontare storie dove si vede che la verità e la libertà non si escludono, ma s’incontrano e fanno esplodere qualcosa di nuovo, nel privato e nel pubblico.

Il fatto: dall’efficacia nella vita privata all’incidenza sulla vita pubblica
Bologna. Natascia e Mirco scoprono che il quarto figlio è anencefalico e vivrà poche ore, come la prima figlia. Non reggono la botta e prenotano l’aborto. Prima però vanno dal cardinale Caffarra che si offre di accompagnarli: decidono di portare a termine la gravidanza.
Giacomo vive 19 ore, 4 minuti e 12 secondi in una stanza con la sua famiglia. Quelle ore però impressionano tutti gli operatori sanitari del reparto di Ostetricia e Ginecologia del S. Orsola di Bologna – immersi come chiunque di noi nella cultura dello scarto – che rivoluzionano le procedure di cura, inaugurando un percorso di comfort care per la prima volta in Italia (seconda al mondo dopo New York). Il 12 aprile si terrà il convegno nazionale patrocinato dalla Società italiana neonatologia.

Protagonisti 1: due genitori
Natascia e Mirco, cristiani convinti e praticanti (pro life si potrebbe dire con sciocca superficialità), che al quarto figlio scoprono che è anencefalico e vivrà poche ore: c’è la pelle, sottile sottile, un po’ di cervello, manca la scatola cranica e non è un bello spettacolo. Avevano già avuto la prima figlia così, dieci anni prima, morta dopo due respiri: la loro via crucis se l’erano già fatta, no? Lei infatti non regge e si prenota per l’aborto che ora sembra avere tutte le ragioni: tanto morirà dopo pochissimo, no? Perché farlo nascere? “Non volevo continuare la gravidanza solo perché ‘è giusto’così. Volevo dell’altro”. Quindi non smette di rompere i coglioni a Dio e a se stessa. Distrutta e incazzata va dal cardinal Caffarra (uno con la porta sempre aperta al suo popolo, che non solo parla della misericordia, ma la fa, come Francesco: non è roba fantastica?).

Protagonisti 2: il cardinale parcheggiatore
Vanno da Caffarra e chiedono perché è capitato di nuovo quel dolore inutile, innocente. Caffarra dà la stessa risposta di Benedetto XVI alla madre di un ragazzo in stato vegetativo: non lo so, solo Dio lo sa. “Però so che, così feriti, il Signore vi chiede di correre. Allora dovete chiedere a lui la forza di farlo. Comunque io sono con voi”. Poi parlano parlano parlano, in un dialogo di fuoco e nettare, ma c’è questo refrain: io sono con voi.
Caffarra non offre solo dottrina, assieme alla dottrina si offre come amico: offre la possibilità di viverla, quella dottrina. Ci saranno tante udienze, tante porte aperte. Poi li invita a una celebrazione liturgica importante, ma insiste che parcheggino vicino dato il pancione. Dettaglio interessante, no? La sera della celebrazione, li scorge in mezzo alla folla immensa, si avvicina: “Dov’è che avete parcheggiato? Avete parcheggiato dove vi ho detto io?”. Possibile che la dottrina arrivi fino a questo dettaglio così umano, così totale?

Protagonisti 3: Giacomo e gli operatori sanitari di Ostetricia e Ginecologia
Giacomo nasce, ma il cuore non decelera, è tecnicamente “vitale” e lui strilla. Invece della terapia intensiva come da routine, la dottoressa Locatelli propone al team di tenerlo in stanza con Natascia e assisterlo lì: avendo fatto il cesareo non potrebbe seguire il figlio inscatolato nell’incubatrice e Giacomo può andarsene da un momento all’altro. La cosa strana è che tutti danno parere positivo per una procedura fuori dall’ordinario.
La cosa ancor più strana è che comincia la processione in quella stanza, sì, ma dei medici e degli infermieri (alcuni pensavano che quella nascita fosse una cazzata bella e buona), non solo di parenti e amici.
E lì non c’è la Madonna, c’è solo Giacomo con i suoi genitori e i suoi fratelli.
A poche ore dalla sua partenza, i genitori si trovano davanti caposala, ostetrica e caposala parto: “E’ stato bello con voi, vogliamo fare un report clinico alla Direzione Sanitaria e chiedere d’iniziare un ‘percorso Giacomo’ per i bambini come lui”.
Giorni dopo la caposala sbotta con la neonatologa: “Ma lo sai che non mi sono nemmeno accorta che quel cinno (bambino in bolognese) aveva una patologia? E’ stata una cosa bellissima (sic), cioè non lo so, ma è una cosa fuori dal mondo, che io è raro che lo vedo e l’ho ringraziata da donna a donna, lei sorrideva, non si lamentava, non diceva niente, non mi ha chiesto neanche un antidolorifico, era appagata dal suo bambino, mi vengono ancora i brividi, e di colpo dopo tanti anni mi sono resa conto che questi bimbi non sono accompagnati dalla mamma perché vanno in rianimazione e muoiono. In questa procedura invece lei si è presa suo figlio e l’ha accompagnato di là, proprio come se dovesse portarlo nell’altra stanza! Non lo so, mi ha svegliata, capisci? Giacomo mi ha aperto gli occhi, esiste un modo diverso di lavorare”.

3. Conseguenze della dolce vita di Giacomo: roba pazzesca
Il 12 aprile c’è un convegno sul comfort care neonatale, primo in Italia, con patrocinio della Società italiana di neonatologia. Il titolo doveva essere un tristanzuolo “Accompagnare al fine vita”, ma il primario l’ha cambiato: “Vivere un lampo di vita”. E c’è un pazzo riscontro dal fronte psicologico: una ricerca ha osservato che il comfort care neonatale è sempre un’esperienza arricchente (sic) sia per la famiglia sia per il personale medico. Rispetto alla vulgata secolarista, non è una storia semplicemente pazzesca? Il bello è che è pure vera, wow!

Note di regia
In Belgio c’è la dolce morte per tutti perché è un posto noioso, soprattutto per i bambini, invece a Bologna ci si diverte molto perché si fanno un sacco di cose. Giacomo Potami le ha fatte tutte, anche se ha la testa come un pallone sgonfio, con la conca: c’è la pelle, sottile sottile, attraverso cui si vede, c’è anche un po’ di cervello, manca quasi tutto l’osso della scatola cranica (si dovrebbe dire anencefalia, ma non si capirebbe niente).
A Bologna c’è stato diciannove ore, otto minuti e cinquantadue secondi, ma non ha perso tempo e si è divertito: ha fatto tutto.
Natascia invece ha la testa dura, ed è meglio se non le rompi i coglioni. Se ti scontri con lei, non la sfanghi perché: 1) è femmina; 2) perfino cristiana; 3) addirittura ci crede.
Come tutti sanno, però, anche le teste più dure prima o poi si rompono (anche se femmine, anche se cristiane). La testa di Natascia si è rotta contro quella di Giacomo. Non si ruppe dieci anni prima contro la testa di Michela, la prima figlia, anche lei anencefalica: nacque, sorrise, dopo due respiri, morì.
Si pianse molto, molto si pregò e poi si tirò avanti, dimenticando qualcosa. E avanti marsch…
 

di Emmanuel Exitu

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