Non solo Merkel

La cancelliera tedesca, Angela Merkel, si è detta “molto colpita dal cambiamento strutturale” che Matteo Renzi promette per l’Italia. Il presidente del Consiglio italiano ha risposto che le riforme “vanno fatte per i nostri figli” e non perché ce lo chieda qualcuno “a Bruxelles o a Berlino”, rassicurando che sulle “regole che ci siamo dati” – si chiamino Patto di stabilità e crescita o Fiscal compact – gli impegni si mantengono. Nessuno ha promosso nessuno, per ora siamo alla cortesia diplomatica e interlocutoria: anche se, mentre Renzi illustrava il suo piano di riforme del lavoro, del fisco e delle istituzioni, il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, precisava che di “rinvii sul rigore” non se ne parla.

Non solo Merkel

La cancelliera tedesca, Angela Merkel, si è detta “molto colpita dal cambiamento strutturale” che Matteo Renzi promette per l’Italia. Il presidente del Consiglio italiano ha risposto che le riforme “vanno fatte per i nostri figli” e non perché ce lo chieda qualcuno “a Bruxelles o a Berlino”, rassicurando che sulle “regole che ci siamo dati” – si chiamino Patto di stabilità e crescita o Fiscal compact – gli impegni si mantengono. Nessuno ha promosso nessuno, per ora siamo alla cortesia diplomatica e interlocutoria: anche se, mentre Renzi illustrava il suo piano di riforme del lavoro, del fisco e delle istituzioni, il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, precisava che di “rinvii sul rigore” non se ne parla. Per il presidente del Consiglio, però, ieri non era il momento di ricordare in pubblico quanto sostenuto pochi mesi fa durante le primarie per la segreteria del Pd, cioè che il tetto al 3 per cento per il deficit previsto da Maastricht è “un parametro anacronistico”. Meglio invece, “da ex sindaco di Firenze”, celebrare il “Rinascimento industriale” che Berlino e Roma vogliono assicurare al Vecchio continente. D’altronde sulla strada del Rinascimento europeo (e della ripresa italiana) non c’è soltanto la Merkel o il Fiscal compact (vedi articolo sopra): “L’alleanza dei paesi mediterranei in chiave anti tedesca non ha senso. L’alternativa non è tra riforme strutturali nei singoli paesi, comunque necessarie, e cambiamento in Europa – dice al Foglio Sylvie Goulard, europarlamentare francese, ieri a Berlino per coordinare i gruppi del think tank Eiffel Group – Il punto è che la situazione attuale dell’Eurozona è insostenibile. Sia per le politiche anti crisi messe in campo, sia per la carenza di legittimazione di queste politiche”. La chimica personale tra i leader conta, insomma, ma poi ci sono alcune aride cifre da tenere in conto: come quelle sull’inflazione pubblicate ieri dall’Eurostat. A febbraio i prezzi nell’Eurozona sono aumentati solo dello 0,7 per cento, in Italia dello 0,4. Dati che rendono più difficile, per il nostro paese, smaltire la montagna di debito pubblico (133 per cento del pil), visto che il pil nominale non crescerà di molto.

L’Italia è oggi sotto “sorveglianza speciale” da parte della Commissione europea per via del suo alto debito pubblico crescente e della sua perdita di competitività. Il ruolo di Cerbero nei confronti di Renzi, in questo caso, lo svolge l’esecutivo di Bruxelles. Un esecutivo composto di tecnocrati teoricamente equidistanti dalle capitali (e che attualmente esorta anche la Germania a rilanciare domanda e investimenti interni per contenere il suo surplus delle partite correnti), ma non certo immuni da pressioni politiche. Come quelle arrivate a fine febbraio da parte dei ministri delle Finanze di Germania e Finlandia che, in un insolito documento (riservato per alcune ore ma subito reso noto dal Financial Times), hanno detto di non condividere gli sconti sull’austerity che la Commissione avrebbe assicurato ad alcuni paesi dell’euro (Francia, Spagna e Olanda gli indiziati). Marco Buti, direttore generale della Commissione per gli Affari economici e fiscali, ha risposto per le rime: ricordando che sono stati gli stessi governi a decidere di tenere conto del ciclo economico per valutare in maniera realistica la crescita potenziale e il gettito fiscale dei paesi sotto osservazione. Polemica chiusa, ma che dimostra ancora una volta che alla pressione “lassista” dei leader politici mediterranei ne corrisponde una almeno uguale e contraria dei leader nordici. In fondo, è lo stesso tipo di braccio di ferro in corso sul ruolo della Banca centrale europea: il governo tedesco ha preso le distanze dalla Corte costituzionale di Karlsruhe, che sul piano salva euro (Omt) di Mario Draghi non si è pronunciata definitivamente ma ha reso nota la sua contrarietà, tuttavia un risultato secondo molti analisti c’è già e consiste nel depotenziamento dello scudo anti spread. L’Unione bancaria, come ha notato l’editorialista di Reuters Hugo Dixon, fu concepita nel 2012 per creare un’assicurazione comune sui conti correnti dei cittadini europei ed evitare ondate di panico; oggi consta solo di una forte supervisione centrale e di una fragile rete di sicurezza per le banche. Questa settimana si capirà se un compromesso del genere sarà giudicato soddisfacente dal Parlamento europeo. La via che porta al Rinascimento europeo è costellata di battaglie diplomatiche ancora tutte da combattere.

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