Il bisturi di Renzi

I sorrisi, e ok. Gli abbracci, e va bene. Ma una volta smaltita la sbornia generata dalla profonda sintonia registrata a Berlino con Angela Merkel bisognerà capire verso quale direzione si muoverà il bisturi del presidente del Consiglio. Domanda: Renzi potrà permettersi ancora a lungo di far sorridere tutti e non scontentare quasi nessuno? E fino a quando potrà concedersi il lusso di non far scorrere sangue e non scontentare alcuni blocchi sociali? Il messaggio che il bilaterale italo-tedesco ha consegnato ieri agli osservatori in fondo è riassumibile più o meno in un tweet: l’Italia si impegna a fare i suoi compiti a casa ma una volta fatti i compiti vuole andare all’incasso e ottenere un qualche strumento utile a stimolare la crescita (flessibilità sul deficit) e a combattere i populismi a cinque stelle (flessibilità sul Fiscal compact). Ecco.

Il bisturi di Renzi

I sorrisi, e ok. Gli abbracci, e va bene. Ma una volta smaltita la sbornia generata dalla profonda sintonia registrata a Berlino con Angela Merkel bisognerà capire verso quale direzione si muoverà il bisturi del presidente del Consiglio. Domanda: Renzi potrà permettersi ancora a lungo di far sorridere tutti e non scontentare quasi nessuno? E fino a quando potrà concedersi il lusso di non far scorrere sangue e non scontentare alcuni blocchi sociali? Il messaggio che il bilaterale italo-tedesco ha consegnato ieri agli osservatori in fondo è riassumibile più o meno in un tweet: l’Italia si impegna a fare i suoi compiti a casa ma una volta fatti i compiti vuole andare all’incasso e ottenere un qualche strumento utile a stimolare la crescita (flessibilità sul deficit) e a combattere i populismi a cinque stelle (flessibilità sul Fiscal compact). Ecco. Ma quando si parla di compiti esattamente di cosa stiamo parlando? Nel lungo incontro avuto ieri con la Cancelliera, il presidente del Consiglio ha tradotto molte delle slide presentate la scorsa settimana a Roma in Consiglio dei ministri ma poi ha cominciato ad aggiungere alcuni capitoli che rappresentano una possibile risposta alla domanda: ok, belle queste cose, ma i soldi dove pensate di trovarli? Il bisturi di Renzi ha indicato naturalmente gli obiettivi legati alla revisione della spesa corrente (tre miliardi nel 2014, 18 miliardi nel 2015, 34 miliardi nel 2016, ma il premier vorrebbe portare a 7 miliardi la revisione nel 2014) ma accanto a questo dossier ce n’è un altro che il presidente del Consiglio ha lasciato intravedere e che da qualche giorno si trova sulla sua scrivania di Palazzo Chigi: non solo il capitolo legato al piano di cui si sta occupando il commissario Carlo Cottarelli ma anche il capitolo legato alla spesa sugli investimenti (di cui si sta occupando il gruppo di consiglieri del premier). E quando si parla di spesa sugli investimenti si intende una cifra che secondo Palazzo Chigi (i calcoli sono diversi rispetto a quelli del rapporto Giavazzi) potrebbe coincidere con il primo vero bisturi infilato nella pancia delle corporazioni: 50 miliardi di euro all’anno. Il bisturi, già. Ma in che senso?
L’arma della spending review, assieme al capitolo sulla riforma del contratto di lavoro, sono i due dossier che hanno più affascinato la signora Merkel (e anche sul secondo punto Renzi è intenzionato a non fermarsi alla sola riforma annunciata dal ministro Poletti ma anche a seguire l’assist offerto dal segretario della Cgil Susanna Camusso, che per la prima volta ha aperto alla possibilità di ragionare su un ipotesi di contratto unico, vecchio pallino della coppia Renzi-Ichino). Da questo punto di vista, però, la revisione della spesa per gli investimenti nelle grandi partecipate dallo stato costituisce il primo bisturi dell’èra Renzi perché coincide con un colpo indirizzato verso un’area delicata che comprende una galassia che va dalle Ferrovie dello Stato, passando per la Rai, le Poste, l’Enav e le aziende di trasporto pubblico. I dati Eurostat dicono che dal 2000 al 2010 la spesa per investimenti pubblici e privati in Italia è stata un punto di pil in più rispetto alla Germania (con risultati deludenti sia sul fronte della produttività che della crescita dei posti di lavoro) e Renzi è convinto che su questo fronte sia necessario rivedere il sistema pazzotico di quei finanziamenti a pioggia concessi alle aziende senza chiedere nulla in cambio (obiettivo sono soprattutto i 4,5 miliardi all’anno incassati da Fs e gli 11 miliardi all’anno versati dallo stato al settore del trasporto pubblico locale). Dai documenti consultati dal Foglio l’entità dei tagli non è ancora definitiva ma ciò che è certo è che nelle prossime settimane sarà questo uno dei campi sui quali il presidente del Consiglio proverà a mostrare la sua credibilità. E il bisturi di Renzi sarà indirizzato anche verso un altro campo sul quale il Rottamatore potrebbe incontrare la resistenza del suo stesso partito: sanità e istruzione. Quando Renzi, facendo svenire per l’emozione Cuperlo, dice “non toccheremo la sanità e non toccheremo l’istruzione”, intende dire che non verranno toccate le prestazioni di base ma che anche in questi settori sarà richiesta maggiore “efficienza” (per la sanità è stato elaborato un programma di riorganizzazione dei servizi che prevede un risparmio di 12 miliardi all’anno). In questo piano parallelo sul quale lavorerà il premier ci sono altri due capitoli che vale la pena segnalare. Il primo verrà presentato a ridosso delle europee (riduzione delle prefetture dalle 110 di oggi alle 25 di domani). Il secondo è un pacchetto sul quale Renzi è destinato a infilare il bisturi nella pancia dei colleghi sindaci (accorpamento dei piccoli comuni, con passaggio dagli 8.000 di oggi ai circa 1.500 di domani). Tagli, riduzioni, produttività. Il riformismo di Renzi in fondo più che dai sorrisi e dagli abbracci dell’amica Angela si misurerà da qui.

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