Le slide di Renzi per la Merkel

Lo schema è più o meno questo. Uno schema che Renzi cercherà di mettere in campo sia a Parigi con Hollande (oggi), sia a Berlino con Merkel (lunedì), sia a Bruxelles con gli altri leader europei (giovedì). Caro François,  cara Angela, cari presidenti. Questo è il mio piano di riforme. Questi sono i tempi che mi sono dato. Queste sono le coperture che troverò per fare quanto promesso. Ora facciamo un patto. Io vi prometto che farò i compiti a casa. Ma una volta fatti i compiti, mi darete una mano a far cambiare verso all’Europa e a dare un calcio nel sedere a tutti i populismi a cinque stelle? La partita di Renzi è complicata e non sarà facile ottenere in Europa quello che non sono riusciti a ottenere Mario Monti ed Enrico Letta.

di Claudio Cerasa e Marco Valerio Lo Prete

Le slide di Renzi per la Merkel

Lo schema è più o meno questo. Uno schema che Renzi cercherà di mettere in campo sia a Parigi con Hollande (oggi), sia a Berlino con Merkel (lunedì), sia a Bruxelles con gli altri leader europei (giovedì). Caro François,  cara Angela, cari presidenti. Questo è il mio piano di riforme. Questi sono i tempi che mi sono dato. Queste sono le coperture che troverò per fare quanto promesso. Ora facciamo un patto. Io vi prometto che farò i compiti a casa. Ma una volta fatti i compiti, mi darete una mano a far cambiare verso all’Europa e a dare un calcio nel sedere a tutti i populismi a cinque stelle? La partita di Renzi è complicata e non sarà facile ottenere in Europa quello che non sono riusciti a ottenere Mario Monti ed Enrico Letta.

Ora però lo scenario è cambiato. I conti sono più in ordine. Lo spread resiste sotto quota 200. Le elezioni europee e la possibile avanzata degli euroscettici sono alle porte. E le premesse per combinare qualcosa ci sono. Già, ma da dove partire? E, da questo punto di vista, Renzi quali slide potrà portare durante il suo tour europeo? Seguiamo il filo.

Asse Club Med o asse delle riforme? Cambiare verso in Europa passa per una triangolazione con i grandi paesi mediterranei: Spagna e Francia in primis. L’ex presidente del Consiglio e della Commissione Ue, Romano Prodi, aveva già esortato il governo Letta a procedere per questa via per correggere le politiche di austerity. Consiglio sempre valido. Ma c’è almeno una controindicazione: già negli anni passati Parigi, quale che fosse il presidente della Repubblica o la posizione annunciata alla vigilia dei vertici chiave, al momento di decidere si è sempre allineata con Berlino. Renzi ricorda bene le attese che nel 2012 circondarono l’elezione del socialista Hollande e la possibile svolta rispetto alle scelte rigoriste di Bruxelles. Attese però presto deluse. La strategia sarà quindi quella di privilegiare “l’asse delle riforme” a quello del Club Med: “Non andremo a fare i ragionieri in Europa – dice al Foglio Sandro Gozi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Politiche europee – Sottolineeremo che è nell’interesse dell’Europa prendere sul serio gli impegni stabiliti, innanzitutto quelli sulle riforme strutturali. A Bruxelles come a Berlino auspicano da tempo che anche l’Italia proceda su questa strada”.

Trattative e concessioni. L’arma con cui Renzi proverà a strappare concessioni, dunque, è quella delle riforme (ieri il portavoce di Merkel ha detto che il piano è “ambizioso”). E, al netto di altri importanti dossier che verranno affrontati nei bilaterali, il senso del discorso che Renzi farà sull’Europa è questo: nessuno credeva che saremmo riusciti in pochi mesi a far approvare alla Camera la legge elettorale, ma ci siamo riusciti; e lo stesso approccio lo utilizzeremo sulle quattro questioni chiave del nostro pacchetto: revisione della spesa pubblica, contratto di lavoro, riduzione dell’Irpef, taglio dell’Irap.

Parallelamente, Renzi giocherà di sponda anche con gli investitori stranieri. Entro maggio organizzerà una tappa a Londra, con Davide Serra, per spiegare agli analisti della City (per ora ben impressionati dai primi passi) i piani e gli obiettivi del governo Leopolda. Una volta chiarite le tempistiche si passerà alla fase dell’incasso. E alla fase delle richieste. Quella sul Fiscal compact è la più importante. Ma non è la sola. Difficile che il presidente del Consiglio, che lunedì a Berlino incontrerà anche Giorgio Squinzi, scelga la via proposta da Confindustria nel suo manifesto per l’Ue: scorporare gli investimenti dal calcolo del Patto di stabilità e crescita, cioè dal tetto al 3 per cento al deficit (su questo già si sono scornati inutilmente Monti e Letta). Meglio, come confermano al Foglio dal Tesoro, lavorare sui “margini”. Risorse aggiuntive (per finanziare gli sgravi fiscali, per esempio) si possono infatti trovare nello spazio tra il deficit previsto per il nostro paese (2,6 per cento) e il tetto del 3 per cento. Ok, ma è così facile? In termini tecnici la questione è questa: l’Italia, alla luce del ciclo economico e delle riforme intraprese, può rinegoziare con la Commissione Ue il suo obiettivo di medio termine (Mto), cioè l’obiettivo di saldo di bilancio da raggiungere ogni anno per tendere al pareggio di bilancio. Ad aprile, al momento di presentare a Bruxelles il Def e il Piano nazionale di riforme, Roma farà il primo passo (i compiti). Solo allora si potrà chiedere di utilizzare ufficialmente quel margine.

Il bottino grosso. Incombe poi il Fiscal compact, con i suoi obblighi per l’Italia di rientro del deficit e soprattutto del debito. Cosa vuole fare Renzi? Molte ipotesi. Di sicuro c’è questo: il premier vuole annunciare prima del 25 maggio la volontà dell’Italia di rinegoziare il Fiscal Compact. In che senso? Il referendum grillino non c’entra. Una strategia che può far colpo su Merkel è invece quella che circola in ambienti diplomatici. A Berlino piacciono i “contratti per le riforme in cambio di solidarietà” che vanno definiti entro ottobre. Possibile piano di Renzi: facciamo capire che i contratti piacciono anche a noi, che quindi le riforme le faremo, e proponiamo che al capitolo “solidarietà” ci sia una lettura ammorbidita degli impegni del Fiscal compact. Ogni anno, dal 2015, l’Italia dovrà ridurre il debito pubblico che supera la soglia del 60 per cento al ritmo di un ventesimo l’anno. Circa il 5 per cento l’anno. Al Tesoro vogliono far scendere la soglia al 3 per cento. Gli Eurobond, invece, non sono considerati una strada percorribile. Qualcosa forse si potrà fare sui project bond, quelli legati agli investimenti. Ma non basta.

Soldi, soldi. Un altro capitolo sul quale la squadra di economisti di Renzi sta lavorando è un meccanismo da attivare all’interno di uno dei polmoni finanziari d’Europa: la Banca europea per gli investimenti. Dall’inizio dell’anno, la Bei ha ampliato il proprio fondo per le piccole e medie imprese passando da 45 a 60 miliardi l’anno. L’idea ora è sbloccare un programma addizionale per le Pmi da 50 a 100 miliardi l’anno (un terzo del quale da destinare ai paesi periferici dell’Europa, Italia compresa). Accanto a questo meccanismo, Renzi poi cercherà di guadagnare più flessibilità a Bruxelles rispetto alla destinazione dei 60 miliardi di euro di fondi strutturali che l’Europa darà all’Italia tra il 2014 e il 2020. Obiettivo: averli il prima possibile (non scaglionati negli anni) e destinarli prevalentamente alle infrastrutture (è la richiesta della Cgil). Renzi, non a caso, ha tenuto per sé le deleghe alla Coesione territoriale. Ma il fatto che il premier stia cercando di dare a Palazzo Chigi il maggior numero di strumenti (compresa la delega alla spending review) per bilanciare i poteri del ministro dell’Economia non deve trarre in inganno e far pensare che tra Renzi e Padoan sia in corso una dialettica pericolosa. Padoan non è Tremonti, non è Grilli, non è Saccomanni, è il più politico tra tutti i tecnici in circolazione, è apprezzato in Europa, è rigido sulle coperture, d’accordo, ma condivide la strada del presidente del Consiglio: per mostrare responsabilità, gli accordi presi con l’Europa non si toccano; ma per mostrare credibilità, dobbiamo impegnarci per “reinterpretare” quegli accordi.

L’asso del consenso. Renzi insomma sfodererà l’appeal del riformatore, non quello dell’“incassatore” Letta che amava presentarsi ai leader europei come l’unica alternativa ai “focolai di incertezza politica, nazionale e internazionale”, cercando nelle cancellerie estere la legittimazione che gli difettava in patria. Renzi, rispetto a Letta o a Monti, lascerà intendere a Hollande e a Berlino che egli non è un leader passeggero ma anzi influirà a lungo sulla politica italiana. Non è solo questione generazionale, ma questione di consenso. C’è quello popolare, anche se non ufficializzato ancora dal passaggio per le urne ma rivelato dai sondaggi. E poi il consenso trasversale degli economisti rispetto al “che fare” in Europa. “Francia e Spagna – dice Sergio Cesaratto, economista neokeynesiano dell’Università di Siena – si sono prese la possibilità di ‘sforare’ il tetto del 3 per cento al deficit. Renzi può sostenere che o si infrange qualcuna delle attuali regole, o non c’è spazio per fare nulla”. Concorda, parlando con il Foglio, anche Francesco Giavazzi, economista liberista ed editorialista del Corriere della Sera: “Rinegoziare i vincoli europei, come quello del 3 per cento, è inevitabile se si vuole far ripartire la crescita, ma solo dopo che riforme strutturali e tagli di spesa saranno usciti dalle slide in PowerPoint e saranno stati approvati come leggi in Parlamento”. In fondo, sono queste ultime le uniche slide che possono impressionare Merkel.

di Claudio Cerasa e Marco Valerio Lo Prete

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