Enrico, fattene una ragione

Prima o poi Enrico Letta se ne dovrà fare una ragione e dovrà accettare il fatto che per governare un paese non è sufficiente indossare i guanti del chirurgo; dovrà accettare il fatto che qualche volta, dai banchi del governo, tocca dimostrare di saper indossare indistintamente i guantoni di Mike Tyson o nel caso anche i guantini del mago Silvan. Prima o poi, insomma, Enrico Letta, l’ex presidente del Consiglio in cerca di un nuovo e ancora poco comprensibile percorso politico, se ne dovrà fare una ragione, dovrà capire che il suo governo del cacciavite non aveva trovato la combinazione giusta per aprire le casse dello stato, per far correre il paese, per costruire una relazione con l’elettorato, e dovrà accettare anche il fatto che un governo a maggioranza Pd sia guidato non dall’ex vicesegretario di un partito ma dall’attuale segretario del partito.

Enrico, fattene una ragione

Prima o poi Enrico Letta se ne dovrà fare una ragione e dovrà accettare il fatto che per governare un paese non è sufficiente indossare i guanti del chirurgo; dovrà accettare il fatto che qualche volta, dai banchi del governo, tocca dimostrare di saper indossare indistintamente i guantoni di Mike Tyson o nel caso anche i guantini del mago Silvan. Prima o poi, insomma, Enrico Letta, l’ex presidente del Consiglio in cerca di un nuovo e ancora poco comprensibile percorso politico, se ne dovrà fare una ragione, dovrà capire che il suo governo del cacciavite non aveva trovato la combinazione giusta per aprire le casse dello stato, per far correre il paese, per costruire una relazione con l’elettorato, e dovrà accettare anche il fatto che un governo a maggioranza Pd sia guidato non dall’ex vicesegretario di un partito ma dall’attuale segretario del partito. E’ così difficile? Prima o poi, insomma, per capirci, Enrico Letta, e con lui tutti gli inconsolabili lettiani che in queste ore non si capacitano di come l’Italia si sia fatta incantare dal Silvan di Firenze, dovrà rendersi conto che il suo partito non ha tradito Letta ma ha scelto solo di affidare la plancia di comando a un politico non calato dall’alto ma legittimato dal voto delle primarie (e prima o poi, suvvia, Letta si dovrà convincere che aver scelto di disimpegnarsi dalle primarie del Pd ha innescato un naturale allontanamento del Pd dalla gestione Letta. E’così difficile?).
E invece per ora niente. Enrico Letta va in Parlamento solo per abbracciare Bersani (e non degna di uno sguardo il presidente del Consiglio). Enrico Letta evita di votare, è successo due giorni fa, la fiducia al governo (e manda un messaggio trasversale al presidente del Consiglio). Alcuni lettiani già propongono indispensabili referendum per abrograre la legge elettorale nel caso in cui sia approvata senza preferenze (lo ha suggerito Marco Meloni). Altri già lavorano in Senato per far approvare fondamentali provvedimenti per evitare che l’Italicum possa entrare in vigore prima della riforma del Senato (lo ha suggerito Francesco Russo). E così via. Figuriamoci. L’amarezza ci sta. Il rodimento pure. E in fondo il pugnale che ha colpito Letta è ancora lì pieno di chiazze di sangue. Però ci sentiamo di suggerire al compagno Enrico di non ripetere all’infinito il gesto della campanella. Dia una mano a Renzi. Si trasformi nel suo ministro delle riforme ombra. Ed eviti di cadere nel tranello psicologico più sciocco, a incappare nel quale un politico navigato può perdere ogni credibilità. Frignare.

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