Referendum per la Russia

Così Mosca porta la Crimea alla “formalità” dell’annessione via voto

“La Crimea per la Russia vale molto più delle Falkland per la Gran Bretagna”. Alla fine di cinque ore di negoziato dell’ultimo momento tra John Kerry e Sergei Lavrov il ministro russo chiude con questa frase ogni tentativo di fermare il referendum sulla secessione della penisola dall’Ucraina, facendo capire che Putin non si fermerà come non si fermò Margaret Thatcher. Bocciata anche la risoluzione proposta dagli americani al Consiglio di sicurezza, in quanto non riconosce il referendum. Il dialogo del sordo con il muto è continuato immutato.

Così Mosca porta la Crimea alla “formalità” dell’annessione via voto

“La Crimea per la Russia vale molto più delle Falkland per la Gran Bretagna”. Alla fine di cinque ore di negoziato dell’ultimo momento tra John Kerry e Sergei Lavrov il ministro russo chiude con questa frase ogni tentativo di fermare il referendum sulla secessione della penisola dall’Ucraina, facendo capire che Putin non si fermerà come non si fermò Margaret Thatcher. Bocciata anche la risoluzione proposta dagli americani al Consiglio di sicurezza, in quanto non riconosce il referendum. Il dialogo del sordo con il muto è continuato immutato: la diplomazia russa continua a negare la presenza di truppe di Mosca nella penisola, continua a rifiutare qualunque mediazione in quanto non si considera “parte del conflitto” e afferma che “non è stata la Russia a scatenare la crisi” e insiste per riportare l’orologio della storia ucraina al 21 febbraio, prima che Viktor Yanukovich ne uscisse dalla porta sul retro, scappando da Kiev. Comunque la Crimea non è materia di discussione e – almeno in questo c’è un progresso – invece di insistere sul pretesto della difesa dei russi nella penisola formalmente ucraina, Mosca dice chiaramente di considerarla territorio suo, come le Falkland appunto.

E così la Crimea domani va a votare, e l’esito appare scontato. Non soltanto perché la maggioranza russofona della penisola non si vede parte del progetto nazionale ucraino ed è attratta dalla prospettiva del raddoppio di pensione e salari di dipendenti pubblici in caso di adesione alla Russia. Tutto è stato organizzato per non fallire. Gli osservatori dell’Osce non sono riusciti a entrare nel territorio della Crimea, ormai sotto il controllo dei “militari senza insegne” che parlano russo, “i marziani” come li chiamano i media ucraini. Gli inviati di Ban Ki-moon hanno subìto la stessa sorte: l’unico uomo dell’Onu penetrato nella penisola è stato bloccato in un bar da uomini armati ed è ripartito subito, accompagnato dalla frase di Lavrov “la Crimea non è nella competenza del Consiglio di sicurezza”.

L’unico modo di raggiungere Sinferopoli oggi è in aereo da Mosca, tutte le altre rotte aeree sono bloccate e sull’istmo che collega la penisola alla terraferma (ucraina) ci sono le trincee russe. Le tv ucraine sono state staccate dai soliti uomini armati sconosciuti e sostituite con quelle russe. Attivisti pro ucraini segnalano la sparizione di alcuni loro colleghi, e gli unici a boicottare apertamente il voto saranno i tartari, il 12 per cento della popolazione. Ma, per evitare dubbi, il governo locale ha già dichiarato che l’affluenza “non ha importanza”.

In effetti non ne ha, visto che il referendum non viene riconosciuto dalla comunità internazionale. Lavrov promette una celere risposta russa all’esito del voto, che prevede due quesiti: restare con ampia autonomia in Ucraina o aderire alla Russia. Ma la Duma ha già preparato la legge “semplificata” per inserire nuove regioni nella Federazione, ed è questione di ore. Anche per le sanzioni che l’Unione europea ha già preparato e che scatteranno lunedì, mentre l’Ucraina starà per  firmare l’accordo di associazione con Bruxelles cancellato da Yanukovich. E intanto i russi segnalano droni americani sopra la penisola, mentre sono in corso nuovi movimenti di truppe di Mosca al confine. Lavrov ieri ha smentito l’intenzione del Cremlino di intervenire militarmente nel sud-est ucraino, che resta un focolaio di tensioni. Giovedì notte due militanti filo Kiev sono morti negli scontri con i filorussi, dopo che la polizia ha abbandonato i tentativi di separare i due schieramenti, ciascuno di un migliaio di persone. Una delle vittime è un militante del partito nazionalista Svoboda, il cui leader Oleh Tyahnybok ieri è stato incriminato da Mosca per “formazione di banda armata”. Ma per ora nonostante i ripetuti tentativi di “rivolte popolari” a favore di Mosca sul modello della Crimea la situazione nell’est appare più stabile di quello che piacerebbe alla Russia. E secondo un sondaggio, solo il 24 per cento della popolazione delle regioni orientali – presentate dai media russi come una sorta di Russia smarrita e ansiosa di tornare all’ovile – sostiene “in tutto o in parte” l’intervento in Crimea, mentre il 76 per cento vorrebbe il ritiro dei russi. Anche Mosca oggi si prepara a scendere in piazza contro la guerra, anche se non si prevede una folla oceanica: la popolarità di Putin è salita al 71 per cento e perfino molti oppositori si rifiutano di aderire a quella che chiamano “la manifestazione dei traditori”.

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