Un sindacato all’americana

Ci vorrebbe un sindacato all’americana, qui in Italia. E’ una considerazione tanto lampante, che quasi nessuno ha il coraggio di farla. Di fronte a una crisi che forse è a un punto di svolta; a un premier che prova a tagliare il costo del lavoro, a mettere qualche soldo in busta, a riformare il moloch legislativo del non-lavoro, ci vorrebbe un sindacato che dica sì, vediamo le carte, facciamo le riforme, più lavoro e flessibilità in cambio di risultati concreti. Azienda per azienda, caso per caso. L’esempio di Fiat-Chrysler è d’obbligo.

Un sindacato all’americana

Ci vorrebbe un sindacato all’americana, qui in Italia. E’ una considerazione tanto lampante, che quasi nessuno ha il coraggio di farla. Di fronte a una crisi che forse è a un punto di svolta; a un premier che prova a tagliare il costo del lavoro, a mettere qualche soldo in busta, a riformare il moloch legislativo del non-lavoro, ci vorrebbe un sindacato che dica sì, vediamo le carte, facciamo le riforme, più lavoro e flessibilità in cambio di risultati concreti. Azienda per azienda, caso per caso. L’esempio di Fiat-Chrysler è d’obbligo. La United Auto Workers, il sindacato dell’Auto americano, in proprio o tramite il suo fondo pensionistico Veba ha contrattato, rischiato, complessivamente guadagnato. In Italia, la Fiom ancora sta a discutere se il World Class Manufacturing, i metodi di controllo e ottimizzazione della produzione che Sergio Marchionne ha introdotto siano o meno “dalla parte degli operai”. Nel complesso, è chiaro che l’atteggiamento dei sindacati italiani davanti alle sfide della crisi economica è un elemento di freno nel quadro generale, perché invece di contribuire a cercare soluzioni pragmatiche e innovative, tende a rivendicare slogan ormai vuoti, a restaurare sistemi di relazione obsoleti, con l’unico obiettivo di recuperare una quota di potere per i rappresentanti, mentre i rappresentati perdono occupazione e potere d’acquisto. Detta in soldoni: il sindacato, in Italia, fa politica. Ancora oggi, nel 2014 e dopo anni di crisi.

E allora, ci vorrebbe un sindacato all’americana (o almeno alla tedesca), intendendo con ciò che il punto di partenza di quei grandi sindacati (e dei loro risultati) è il pieno riconoscimento del quadro complessivo: l’economia di mercato e l’interesse comune al salvataggio e al rilancio delle imprese.
Per la verità nella vicenda italiana non sono mancate né mancano presenze sindacali che seguono questi principi. Il sindacalismo “libero” della Cisl e quello aziendalistico di varie sigle autonome ha perseguito obiettivi di crescita economica e di sostegno dei redditi da lavoro. Anche se ci sono stati, in tali esperienze, eccessi di corporativismo o egualitarismo, alla fine il principio di realtà ha spesso prevalso. Persino il sindacato “ideologico” per antonomasia, la Cgil, nei suoi momenti migliori ha accettato logiche pragmatiche. Ma il fatto è che queste tendenze sindacali realistiche non hanno trovato quasi mai, dopo il ’68 (quasi mezzo secolo), la forza di diventare egemoni e di affermare una logica d’azione non puramente classista o consociativa. E, va detto, non hanno mai trovato la sponda di un rapporto costante con le controparti politiche o imprenditoriali, spesso più propense a frascheggiare snobisticamente con il sindacalismo rosso. Marchionne ha dovuto uscire da una Confindustria mai emancipatasi dalla sudditanza culturale alla Cgil. Ci vorrebbe un sindacato all’americana. E non solo.

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