Metodo Mucchetti e metodo Carrai, così cambiano i boiardi

 

Metodo Mucchetti (Massimo) o metodo Carrai (Marco)? O più semplicemente, come già finora ampiamente sperimentato, metodo Renzi? Scadono tra aprile e giugno i mandati di seicento manager di aziende di stato, tra i quali alcuni top come Eni, Enel, Finmeccanica, Terna, Poste: al di là dell’evergreen del totopoltrone, c’è comunque una novità. Il metodo da seguire per le nomine, appunto. Appena calato il sipario sulle slide “svoltiste” di Matteo Renzi, ecco dunque che Massimo Mucchetti, ex inviato e vicedirettore del Corriere della Sera, ora senatore del Pd in quota bersaniana, ha aperto le danze annunciando per fine marzo l’audizione dei primi bei nomi alla commissione Industria di Palazzo Madama che lui presiede.

Metodo Mucchetti e metodo Carrai, così cambiano i boiardi

Metodo Mucchetti (Massimo) o metodo Carrai (Marco)? O più semplicemente, come già finora ampiamente sperimentato, metodo Renzi? Scadono tra aprile e giugno i mandati di seicento manager di aziende di stato, tra i quali alcuni top come Eni, Enel, Finmeccanica, Terna, Poste: al di là dell’evergreen del totopoltrone, c’è comunque una novità. Il metodo da seguire per le nomine, appunto. Appena calato il sipario sulle slide “svoltiste” di Matteo Renzi, ecco dunque che Massimo Mucchetti, ex inviato e vicedirettore del Corriere della Sera, ora senatore del Pd in quota bersaniana, ha aperto le danze annunciando per fine marzo l’audizione dei primi bei nomi alla commissione Industria di Palazzo Madama che lui presiede. Anche se il calendario ancora non c’è, è noto l’ordine del giorno: risultati, criteri e strategie dei manager delle principali società direttamente e indirettamente controllate dallo stato.

Ognuno dei venticinque senatori potrà sbizzarrirsi in domande, cercando forse di imitare le celeberrime e agguerrite commissioni di screening del congresso americano, il cui parere è però vincolante (ultimo esempio: Barack Obama ha ritirato la candidatura di Larry Summers alla Federal Reserve, a beneficio di Janet Yellen, quando si è accorto che l’ex ministro simbolo della deregulation bancaria non sarebbe sopravvissuto alle zanne affilate di Capitol Hill). In Italia invece la parola poi passerà comunque al governo, cioè a Palazzo Chigi e al Tesoro. Che a quel punto, in base alle nuove regole ideate da Mario Monti e rese operative un anno fa da Enrico Letta e Fabrizio Saccomanni, dovrebbe consultare il Comitato dei garanti istituito al ministero dell’Economia a marzo 2013: organismo deputato però alle privatizzazioni e nel quale tuttora figurano a titolo gratuito esperti privati (l’ex Confindustria Anna Maria Artoni, il banchiere ed ex numero uno di Borsa italiana Massimo Capuano, lo storico garante dei patti di sindacato Mediobanca e Rizzoli Corriere della Sera Piergaetano Marchetti, il docente bocconiano Angelo Provasoli), tutti quanti presieduti da Vincenzo La Via, nominato da Saccomanni direttore generale del Tesoro, e per l’appunto uno di quei burocrati contro i quali, senza citarlo esplicitamente, si erano diretti i fulmini renziani in quanto simbolo dei frenatori della Pubblica amministrazione. Il comitato, entrato in una terra di mezzo tra vecchio e nuovo governo, tra lettismo e renzismo, dovrebbe esaminare curricula con riferimento alla “missione aziendale” (d’altronde ieri il premier Renzi da “azionista di riferimento” delle partecipate ha detto che prima dei nomi dovranno essere vagliate le strategie). Il rischio è che si ritrovi alle prese con lo stesso problema documentato dal Foglio del 12 marzo a proposito dell’Ufficio parlamentare di bilancio, nuovo organismo indipendente sui conti pubblici, garante tra Parlamento e governo e tra Italia e Europa, per il quale si sono candidati in 104: con molti curricula di vecchie stratificazioni governative: burocrati delle ère lettiane, dalemiane, tremontiane, brunettiane. Resta comunque che quello di Mucchetti è, appunto, almeno un metodo diverso rispetto alle vecchie campagne nomine, e che si propone di essere trasparente e pubblico. Né si può dire che l’ex inviato del Corriere non conosca la materia: è tra i pochi giornalisti (e forse tra i pochissimi parlamentari) in grado di leggere oltre i numeri di un bilancio aziendale, e in via Solferino si era specializzato proprio nel fare le pulci ai numerosi e litigiosi azionisti della Rcs, la casa editrice del quotidiano. Mucchetti, bersaniano un anno fa, era stato bazoliano al Corriere, una tendenza oggi un po’ sbiadita. C’è però chi individua altri punti deboli in questo nuovo “metodo mucchettiano”. Saranno infatti ascoltati i manager in scadenza, non gli eventuali candidati alla successione (le liste del Tesoro andranno presentate entro il 13 aprile). Molti, come Paolo Scaroni di Eni, Fulvio Conti di Enel, Flavio Cattaneo di Terna, vanteranno di certo i ricchi dividendi elargiti al Tesoro, che risulterebbero appetibili anche in caso di parziali privatizzazioni. E inoltre è prevedibile la risposta, classica nelle assemblee degli azionisti di aziende private, a chi chiedesse se la cedola sia andata a detrimento degli investimenti: i gruppi sono sostanzialmente monopolisti, e i nuovi business non dipendono sempre dal management, ma anche da fattori esterni e da accordi tra governi: i casi tipici sono le primavere arabe per l’Eni, il referendum antinucleare per l’Enel. Obiezione che certo non vale per Massimo Sarmi, ad delle Poste, corso in soccorso di Letta quando si cercavano aiuti per l’Alitalia (contrariamente alla Cassa depositi e prestiti, dove vennero minacciate le dimissioni). Un garbuglio è poi previsto sulle retribuzioni: a parte la loro entità, tutti i top manager si sono fatti nominare oltre che amministratori delegati (il cui stipendio cessa a scadenza triennio) anche direttori generali, tutelati su questo versante dal contratto dei dirigenti d’azienda. E altri ancora prevedono paracadute retributivi perfino in caso di mancata conferma come ad. Norme mandarinesche e ad personam che potrebbero allora far scendere in campo Marco Carrai, detto “il Gianni Letta di Renzi”, o più malevolmente “il Franco Evangelisti”. A sua volta manager finanziario tra pubblico e privato, Carrai potrebbe entrare in scena per dare una prima scorsa ai casi più spinosi, suggerire soluzioni senza coinvolgere il governo, insomma dare quella rinfrescata renzista facendo precedere gli obiettivi alla forma, e poi l’intendenza seguirà. Tuttavia per interrompere l’andazzo, essendo Carrai un esterno, dovrà agire attraverso Graziano Delrio, che invece ha i piedi ben piantati nel governo, nonché la visione circolare di Palazzo Chigi. E uno degli obiettivi, oltre a rinnovare oppure no gli incarichi, è anche capire chi tra Tesoro e Palazzo Chigi ha fatto passare quelle norme d’oro, chiederne conto, disinnescarle per il futuro. Così, mentre da una parte si allestisce il palcoscenico del metodo nuovo (Mucchetti), dall’altra la frotta degli aspiranti alla conferma, dopo aver cercato di saltare sul carro renziano, sta cercando altre sponde: al Tesoro di Pier Carlo Padoan, al Quirinale, e soprattutto al livello sottostante, nella solita schiatta di alti papaveri ministeriali, capi di gabinetto, consiglieri legislativi, quelli appunto dei quali Renzi voleva far piazza pulita, e che adesso si scoprono anche artefici e custodi di marchingegni di privilegio che nel privato né Sergio Marchionne alla Fiat, né Terry Semel di Yahoo (il ceo più pagato degli Usa) o Angela Ahrendts di Apple (già la manager più pagata della City quand’era a Burberry) possono vantare.

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