Farida Belghoul, il ritorno

“Vogliono che intervenga a Saint-Etienne? Sì, va bene, ma quando?”. Dall’altro lato della cornetta. “La prossima settimana”. “La prossima settimana?! Ma come faccio? Il medico mi ha detto che devo riposarmi, sennò il corpo non regge. Non posso farmi due volte Parigi-Lione nel giro di tre giorni e poi partire ancora per Saint-Etienne… anzi no, digli che vengo, che li ringrazio infinitamente per avermi invitato, e che Dio li benedica. Per riposarmi ci sarà tempo. Non possiamo fermarci nemmeno un secondo. Questa battaglia dobbiamo vincerla a tutti i costi, per il bene dei nostri figli”.

Farida Belghoul, il ritorno

“Vogliono che intervenga a Saint-Etienne? Sì, va bene, ma quando?”. Dall’altro lato della cornetta. “La prossima settimana”. “La prossima settimana?! Ma come faccio? Il medico mi ha detto che devo riposarmi, sennò il corpo non regge. Non posso farmi due volte Parigi-Lione nel giro di tre giorni e poi partire ancora per Saint-Etienne… anzi no, digli che vengo, che li ringrazio infinitamente per avermi invitato, e che Dio li benedica. Per riposarmi ci sarà tempo. Non possiamo fermarci nemmeno un secondo. Questa battaglia dobbiamo vincerla a tutti i costi, per il bene dei nostri figli”.


Ci accoglie così, nella sua casa di Carrières-sur-Seine, a nord-ovest di Parigi, la donna più richiesta e controversa del momento, nella Francia di François Hollande: Farida Belghoul, scrittrice, regista e storica militante della Marche des Beurs (quella che si svolse in Francia nel 1983), figura di prua delle lotte contro il razzismo ai tempi di Mitterrand e dei grandi scioperi della Cgt , dell’ascesa di Sos Racisme e del “coup de tonnerre” di Dreux. Quando il Front national, al primo turno delle elezioni municipali del 1983, raccolse inaspettatamente il 16,7 per cento di preferenze, costringendo i gollisti-bonapartisti dell’Rpr e i cristiano-liberali dell’Udf a fondersi al secondo turno nella lista guidata da Jean-Pierre Stirbois, braccio destro di Jean-Marie Le Pen. In Italia è sconosciuta ai più, ma in Francia, Belghoul fu negli anni Ottanta un’icona del movimento “beur”: termine che indica quei giovani di origine magrebina, nati da genitori immigrati, che sfilavano in motorino per le strade della capitale al grido di “la France, c’est comme une mobylette, pour avancer il lui faut du mélange” (la Francia è come un ciclomotore, per avanzare ha bisogno di miscela). In sessantamila, nel dicembre 1984, si riversarono a Place de la République, per ascoltare, ammaliati, “Farida la combattente”, la grande fustigatrice del pensiero benpensante e del paternalismo degli antirazzisti in seno al Partito socialista, che fu all’origine del movimento Convergence 84, organizzatore della seconda e ultima Marche pour l’égalité et contre le racisme.


Nata a Parigi nel 1958 da una famiglia di origine algerina, padre macellaio e mamma casalinga, Farida Belghoul da giovane è stata militante nell’estrema sinistra, e leader, all’Université Paris–Tolbiac, dell’Uec (Union des Etudiants Communistes), prima di diventare l’egeria del “movimento beur”. Oggi, dopo quasi trent’anni di “ritiro”, è tornata a essere la trascinatrice di un tempo, in veste di promotrice del movimento di boicottaggio “Journée de Retrait de l’Ecole”, “un giorno al mese senza scuola”, che si batte per l’interdizione dell’insegnamento della teoria del genere nelle scuole, introdotto surrettiziamente dalla nuova legge sulla parità uomo-donna (approvata, ricordiamolo, da Ps e Ump a braccetto, con soltanto 24 voti contrari e 359 favorevoli).


Ad aiutarla nella gestione e nell’organizzazione quotidiana di un movimento che conta già più di settanta comitati di sostegno locali, c’è un nutrito gruppo di giovani, coordinati da Mériem, studentessa di ventiquattro anni. La quale ci confessa che ha deciso di “dimenticare per un attimo la facoltà” per impegnarsi appieno nella battaglia di Farida, che considera “di vitale importanza”. Prima di cominciare l’intervista, Belghoul ci invita a leggere attentamente un paragrafo del documento di presentazione del movimento, che ritiene essenziale per comprendere le ragioni che l’hanno spinta a reagire all’offensiva pro-gender del governo, che mette a repentaglio, recita il testo, il “pudore e l’integrità dei nostri figli”, così per capire la maniera in cui questa battaglia deve essere condotta. Il paragrafo, intitolato “De la puissance des slogans positifs”, della potenza degli slogan positivi, spiega perché è fondamentale, in tutte le occasioni, evitare l’impiego di formule ed espressioni negative quali “No al gender… contro la teoria del genere… ”, che porrebbero il movimento in opposizione al governo, e a considerare quindi quest’ultimo legittimo e inaggirabile. E’ la regola aurea della comunicazione e della pubblicità, nessuno slogan negativo. La contestazione è una trappola, mai schierarsi “contro” qualcosa, ma “per” un’altra cosa. Farida Belghoul ci spiega che “non dobbiamo situarci in opposizione a loro, perché sono loro l’opposizione. Noi siamo per la preservazione e non per la contestazione, siamo un movimento che vuole proteggere e conservare l’identità naturale e umana. C’è la norma e l’antinorma, e sono loro ad avere come obiettivo quello di stravolgere la natura delle cose. Sono loro a rimettere in questione le regole e i meccanismi secondo i quali l’universo funziona fin dal suo concepimento. Non dobbiamo essere ‘contro’ l’insegnamento della teoria del genere nelle scuole, ma ‘per’ la sua interdizione. Da che mondo è mondo, si interdisce tutto ciò che è nocivo, e l’ideologia del genere lo è non solo per i nostri figli, ma per l’umanità intera”. Farida Belghoul è credente di confessione musulmana e madre di tre bambini, che ha deciso di ritirare da scuola molto prima della sua iniziativa di boicotaggio anti gender, quando, nel 2007, ha preso coscienza dello stato di degrado in cui versa l’istruzione nelle banlieue, dove gli “istituti – dice – si sono trasformati in fabbriche di analfabeti”. Oggi, in quanto ex insegnante di francese e di storia e geografia, è lei stessa a prendersi cura dell’istruzione dei suoi figli. Una forma di educazione alternativa, a domicilio, che aveva tentato di estendere, nel 2008, anche agli altri “figli delle periferie”, con la creazione del Reid (Rémediation, éducative individualisée à domicile). Il progetto non riuscì però a trovare alcun finanziatore, e si perse.


“Tutto ha inizio con la legge sull’orientamento scolastico del 1989, quando Lionel Jospin era ministro dell’Istruzione. Una legge che ha condotto gli insegnanti ad attuare metodi scolastici che hanno fabbricato letteralmente degli analfabeti. Oggi, con la rieducazione al gender siami giunti alla follia, e la gente deve rendersi conto al più presto della gravità della situazione. Durante le mie frequenti visite nelle scuole e nei licei, nessun professore mi ha mai manifestato la sua inquietudine in merito all’adozione di testi palesemente pro Lgbt. Non ho trovato alcun spirito critico. Anzi. Un insegnante di una scuola elementare mi ha detto, entusiasta, che siamo in procinto di entrare in un’epoca meravigliosa, nella quale potremo cambiare sesso quando e quante volte lo vorremo”. E ancora: “Col pretesto ingannevole della ‘lotta per l’uguaglianza e contro l’omofobia’, l’obiettivo del ministro dell’Istruzione, Vincent Peillon, sulle tracce del suo predecessore Luc Chatel, è quello di generalizzare e ufficializzare l’insegnamento della teoria del genere nelle scuole pubbliche e private a partire dal rientro a scuola del 2014, integrandolo, sotto varie forme, al programma scolastico nazionale. Centinaia di scuole, dove i nostri figli sono trattati come cavie, sono già coinvolte nel progetto, che ha come scopo dichiarato quello di ‘decostruire gli stereotipi di genere’. Stereotipo di genere, si è capito, è anche pensare che filles e garçons siano diversi, e che una bambina voglia giocare con le bambole e un bambino con le macchinine. Piaccia o meno ai sostenitori del gender, la differenza sessuale è all’origine dell’umanità. La riproduzione umana avviene grazie a questa differenziazione che è da sempre alla base del mondo in cui viviamo, e che l’ideologia del genere vuole distruggere in maniera sorniona, alle spalle dei genitori. E’ un progetto chiaro e organizzato, che dobbiamo assolutamente fermare”.


Fin dal suo lancio, l’iniziativa di boicottaggio lanciata da Farida Belghoul, nata e diffusa via sms e attraverso il capillare passaparola su internet, ha riscontrato un successo inaspettato. L’esecutivo è stato costretto a correre ai ripari per tentare di arginare la valanga di adesioni giunte da ogni angolo di Francia. Ci sono anche quelle di Christine Boutin, presidente del Pcd (Parti chrétien-démocrate), di Béatrice Bourges, portavoce di Printemps français, e di Ahmed Miktar, presidente degli imam di Francia. A fine gennaio, il ministro dell’Istruzione Peillon, ideatore del programma scolastico “Abcd de l’égalité”, contro il quale la “Journée de Rétrait de l’Ecole” combatte, si è sentito in dovere di convocare quei genitori, cattolici, musulmani, laici e non, che avevano deciso di ritirare i loro figli da scuola, per spiegare, con lessico altisonante, che la penetrazione della gender theory negli istituti francesi è un “folle rumor, inventato e alimentato dai reazionari”, di più, una “strumentalizzazione dell’estrema destra negazionista”. Eppure, nell’agosto del 2011 (non un secolo fa, quindi), la ministra dei Diritti delle donne, Najat Vallaud-Belkacem, si esprimeva in termini entusiastici, in un’intervista rilasciata a 20minutes.fr, su quella che il suo collega al governo definisce falsa diceria, diffusa da una torma di paranoici réac. La Vallaud-Belkacem disse testualmente in quell’occasione che “la teoria del genere, che spiega ‘l’identità sessuale’ degli individui, sia attraverso il contesto socio-culturale che la biologia, ha per virtù quella di affrontare le inammissibili e persistenti diseguaglianze tra uomini e donne, o ancora, dell’omosessualità, e di fare opera di pedagogia riguardo a questi soggetti”.


Niente di nuovo, comunque. Se non il solito e comico vezzo della gauche al potere di demonizzare chiunque si opponga al suo progetto politico-pedagogico, gettandolo nel calderone dei “reazionari” e dei brutti sporchi e cattivi dell’“estrema destra”. Perfino Farida Belghoul, solo perché dice che parlare di “famiglia naturale” non deve essere reato, che maschio o femmina si nasce e non si diventa – nonostante Simone de Beauvoir e “Il secondo sesso” – e che un bambino e una bambina hanno diritto di avere un papà e una mamma che li educhi e li prepari alla vita.


All’origine di quello che Peillon bolla come “folle rumor”, c’è appunto lei, Farida Belghoul, l’eterna militante che non ha mai smesso di marciare, e che oggi, nelle scuole della République, vorrebbe ancora che si insegnassero i grandi autori della favolistica e della poesia francese, e non le filastrocche di David Dumortier, poeta transex e pro gender inviato dal ministero dell’Istruzione, per intrattenere i bambini a suon di “Clarissa mette il suo dito dappertutto” e “Mehdi va a scuola col rossetto”. Da anni è in guerra totale contro il sistema mediatico francese, contro quelli che lei definisce, nel sito ufficiale del suo movimento, “i giornalisti del potere, ovvero quelli che hanno contribuito a far passare una legge in favore del matrimonio omosessuale, che hanno aperto le porte alla Gpa (‘gestation pour autrui’, gravidanza per conto terzi con l’utero in affitto, ndr), alla Pma (procreazione medicalmente assistita, ndr), e all’introduzione sorniona della teoria del genere in nome dell’uguaglianza”.


A una giornalista del Point, che aveva tentato di avvicinarla per chiederle un’intervista, ha risposto picche. Questa, per vendicarsi, le ha dedicato un ritratto al vetriolo dal titolo più che eloquente: “Teoria del genere: Farida Belghoul, storia di una deriva”. Lo stesso ha fatto l’immancabile Nouvel Observateur, solerte elargitore di etichette demonizzanti, che da un anno a questa parte (cioè da quando le proteste antigovernative si sono fatte più estese e vigorose) vede estremisti di destra e reazionari ovunque: “Teoria del genere: quando estrema destra e musulmani conservatori si alleano”; e ancora: “Da Boutin a Belghoul: le cinque ispiratrici della Francia réac”. Per la leader della crociata anti gender nelle scuole della République, oggi l’informazione libera e indipendente si trova su internet. “Recentemente, in occasione di una conferenza sulla teoria del genere e per la promozione della Journée de Retrait de l’Ecole, una giornalista del Monde mi ha contattato per richiedermi un’intervista. Ho rifiutato. Gentilmente, ma ho rifiutato. Sapevo già che le mie risposte sarebbero state stravolte, per nuocere alla causa per cui mi batto. Non mi sottometterò mai a queste operazioni di manipolazione pubblica. Oggi, la vera informazione si trova su internet ed è questo il motivo per il quale bisogna difenderlo”.


E’ proprio sul web che, l’anno scorso, Farida Belghoul è ritornata a far sentire la propria voce. Sulla pagina ufficiale di “Égalité et Réconciliation”, associazione politica fondata da quel tipaccio infrequentabile di Alain Soral, ex militante del Pcf, poi passato al Front national, prima di candidarsi nella “Lista antisionista” di Dieudonné, e infine di creare il suo proprio movimento per una Francia “Black-Blanc-Beur”. “Dopo ventinove anni di censura, Alain Soral è il solo, e per questo gliene sono grata, ad avermi permesso dire tutta la verità sulla grande impostura di Sos Racisme e del Partito socialista, che hanno dato della Francia un’immagine deplorevole, creando un sentimento antifrancese. Hanno alimentato l’odio della Francia, ottenendo l’effetto contrario di quello che speravano. L’ideologia antirazzista della gauche ha esacerbato il razzismo, così come oggi le lotte anti omofobia stanno aumentando l’omofobia”. La sua voce si fa decisa, quasi si alza in piedi per lanciare il suo appello. “Non è più il momento del ‘sì, ma’, ma del sì o del no, di chi vuole il bene dei nostri figli e di chi non lo vuole. Ci troviamo di fronte a uno stato totalitario, che sta operando sottotraccia per imporre la sua ideologia, spossessandoci dei nostri figli. Vuole sostituirsi a noi, padri e madri, considerati implicitamente incompetenti, rieducare i nostri bambini, ‘strappandoli’, e qui cito il ministro Peillon, ‘dal determinismo famigliare’. La nostra è una battaglia vitale. O la vinceremo, o tutto ciò sarà una catastrofe per l’umanità intera, perché se la Francia perderà, ci sarà un effetto domino in tutto il resto del mondo”.

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