Squinzi vs. Merkel

Digitando l’espressione “dogma dell’austerità” su Google, ecco i primi due risultati che offre il motore di ricerca: una dichiarazione di Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, e subito sotto un articolo del manifesto, “quotidiano comunista”. D’altronde a Viale dell’Astronomia la formula un po’ enfatica piace eccome: gli industriali la utilizzeranno anche la prossima settimana, presentando al governo e ai partiti il proprio manifesto in vista delle elezioni europee di maggio. Secondo fonti interne alla Confindustria, tra le “dieci priorità per un’Europa della crescita”, il posto d’onore è occupato infatti dalla lotta al rigore fiscale.

Squinzi vs. Merkel

Digitando l’espressione “dogma dell’austerità” su Google, ecco i primi due risultati che offre il motore di ricerca: una dichiarazione di Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, e subito sotto un articolo del manifesto, “quotidiano comunista”. D’altronde a Viale dell’Astronomia la formula un po’ enfatica piace eccome: gli industriali la utilizzeranno anche la prossima settimana, presentando al governo e ai partiti il proprio manifesto in vista delle elezioni europee di maggio. Secondo fonti interne alla Confindustria, tra le “dieci priorità per un’Europa della crescita”, il posto d’onore è occupato infatti dalla lotta al rigore fiscale: “Oltre il dogma dell’austerità: politiche economiche e fiscali per la crescita”, recita il primo punto del decalogo. Squinzi ritiene che, almeno su questo, non arriveranno rispostacce da Matteo Renzi, con il quale non sono mancati attriti sulla politica fiscale; il premier intende alleggerire le imposte sul reddito prima che l’Irap sulle imprese.

Sull’Europa è un altro discorso: Renzi tempo fa disse che gli impegni presi dai governi precedenti con il Fiscal compact vanno rispettati, poi però ha criticato i vincoli di Maastricht su deficit e debito giudicandoli datati, e oggi vuole margini di manovra da Bruxelles per rilanciare il pil italiano. Confindustria dunque spera di essere ascoltata: chiede di “applicare con giudizio il Fiscal compact per evitare di rimettere in moto spinte centrifughe”, e soprattutto esorta a “puntare a una progressiva esclusione della spesa per investimenti dal calcolo del Patto di stabilità e crescita”.

Tanta enfasi sul rigore fiscale da archiviare, in questa fase, rischia di apparire come un ammiccamento o un assist alle forze euroscettiche. Così Confindustria, nel suo manifesto, ribadisce a mo’ di premessa “il pieno e fiducioso sostegno al progetto europeo”, mette in guardia dal “diffuso euroscetticismo che rischia di prendere il sopravvento” e sottolinea che “malgrado la crisi, anche la valuta comune continua a essere un elemento di forza per il futuro”. Precisazioni sufficienti forse a prendere le distanze dal cappio che campeggia sul blog di Beppe Grillo accanto alla scritta “Fiscal compact”, ma che probabilmente non basteranno a fare breccia per esempio in Business Europe, l’associazione delle Confindustrie europee presieduta oggi da Emma Marcegaglia (predecessore di Squinzi al vertice di Viale dell’Astronomia), per la quale “i governi dell’Ue devono risolvere le loro sfide con le finanze pubbliche”. Nei documenti della Confindustria europea si preferisce infatti insistere sulla “competitività” da riconquistare a suon di riforme.

Spiegano fonti diplomatiche brussellesi, infatti, che la strategia proposta da Confindustria rischia di essere velleitaria: escludere la spesa per investimenti dal Patto di stabilità non riuscì nel 2012 nemmeno a Mario Monti, che pure sulla “golden rule” aveva puntato molto. Non solo: appena poche settimane fa, il governo di Enrico Letta, al momento di dimettersi, ha comunicato che perfino la “clausola di flessibilità” per quegli investimenti che non violassero il tetto del 3 per cento del pil era diventata “inutile”. Curioso, perché nel luglio scorso era stato lo stesso Letta a esprimere su Twitter la sua felicità per quella concessione strappata all’inflessibile Bruxelles: Squinzi parlò allora di “buona notizia”, pur riservandosi un giudizio definitivo dopo aver visto “l’ampiezza degli interventi che consentirà”. Quell’ampiezza, complici le lentezze sull’attuazione della spending review, è adesso pari a zero. Perché dunque tornare a insistere con lo scorporo degli investimenti dal Patto di stabilità? Cosa dovrebbe o potrebbe cambiare nel semestre europeo a guida italiana? Piuttosto Roma – almeno nella linea impostata con due diversi esecutivi dall’ex ministro agli Affari europei, Moavero Milanesi – dovrebbe puntare sulla presentazione di un convincente pacchetto di riforme pro competitività (mercato del lavoro e non solo) e negoziare in cambio meccanismi di solidarietà (come un’interpretazione più graduale del risanamento previsto dal Fiscal compact) nell’ambito dei “contratti” suggeriti da Angela Merkel.

Se si esclude il frontale con l’austerity, gli altri punti del decalogo confindustriale riprendono e aggiornano in buona parte quelli già sostenuti prima delle elezioni europee del 2009: Industrial compact per rilanciare il settore manifatturiero, politiche energetiche e climatiche “realistiche”, ricerca e investimenti per la competitività, politiche coerenti con i principi dello Small business act a favore delle Pmi, Fondi strutturali Ue per il rilancio industriale, rafforzamento del mercato unico, investimenti nelle reti, politica commerciale attivista e “nuovo modello sociale europeo”. Chissà se stavolta Renzi, Merkel e i partiti politici italiani ascolteranno Squinzi e soci.

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