Il voto sulla tregua tra bande in Salvador è un pericoloso pareggio

“La pazienza delle ‘pandillas’ ha un limite”, diceva ieri il negoziatore salvadoregno Raúl Mijango al País. Le “pandillas” sono le bande criminali, chiamate “maras” (la Mara Salvatrucha, chiamata anche Ms-13, e il Barrio 18), che hanno reso El Salvador uno dei paesi a più alto tasso di omicidi del mondo. La “pazienza che sta finendo” è quella per le elezioni presidenziali, il cui secondo turno è finito domenica scorsa con un pareggio. Il candidato di centrosinistra Salvador Sánchez Cerén, delfino del presidente uscente Mauricio Funes, è in vantaggio di un paio di decimali (seimila voti) su quello di centrodestra, Norman Quijano.

Il voto sulla tregua tra bande in Salvador è un pericoloso pareggio

“La pazienza delle ‘pandillas’ ha un limite”, diceva ieri il negoziatore salvadoregno Raúl Mijango al País. Le “pandillas” sono le bande criminali, chiamate “maras” (la Mara Salvatrucha, chiamata anche Ms-13, e il Barrio 18), che hanno reso El Salvador uno dei paesi a più alto tasso di omicidi del mondo. La “pazienza che sta finendo” è quella per le elezioni presidenziali, il cui secondo turno è finito domenica scorsa con un pareggio. Il candidato di centrosinistra Salvador Sánchez Cerén, delfino del presidente uscente Mauricio Funes, è in vantaggio di un paio di decimali (seimila voti) su quello di centrodestra, Norman Quijano. Il tribunale elettorale sta ricontando i voti contestati, ma entrambi i candidati si sono già dichiarati vincitori. Martedì Quijano ha denunciato il governo per brogli, ha boicottato il tribunale elettorale e ha chiamato la sua gente in piazza a protestare perché i voti siano ricontati tutti, uno per uno.

Le maras aspettano il voto con impazienza. Dal suo esito dipende la tregua che le gang criminali hanno stipulato nel marzo del 2012 con la benedizione tacita del governo di centrosinistra. Nate negli anni 80 a Los Angeles per proteggere i giovani salvadoregni che emigravano in America per sfuggire dalla guerra civile, la Mara Salvatrucha e il Barrio 18 sono due organizzazioni criminali transnazionali, si occupano di narcotraffico, estorsioni, prostituzione, ma la loro specialità è il traffico di esseri umani. Hanno una forte presa sugli immigrati latini negli Stati Uniti, una presenza notevole in Messico e in America centrale e un controllo fisico del territorio in El Salvador e in Honduras. Le due maras si fanno la guerra da decenni e si sono divise il Salvador con confini nettissimi, entrare nel territorio avversario equivale a una condanna a morte. I negoziati per la tregua sono iniziati nel febbraio del 2012, dopo anni di repressione militare da parte del governo e di carneficina tra i gruppi: 15 omicidi al giorno di media. Il patto sancito prevedeva che le bande criminali ponessero fine agli omicidi tra di loro e che pacificassero il territorio. In cambio il governo avrebbe offerto migliori condizioni carcerarie per i detenuti (di 60 mila “mareros” presenti in Salvador, 10 mila sono in prigione) e programmi di riabilitazione. Il governo ha sempre negato ogni coinvolgimento nei negoziati per la tregua, ma la partecipazione dei suoi funzionari alle trattative è cosa nota in Salvador, il presidente Funes con il tempo è diventato un sostenitore dei patti tra le maras, specie visti i risultati: negli ultimi due anni gli omicidi si sono ridotti di due terzi, i crimini sono in calo. Le maras hanno iniziato un processo di disarmo – e a vedere le armi che hanno consegnato ai negoziatori è facile capire perché le gang si definissero in guerra.

Ma è difficile definire quella con le maras come una trattativa di pace. E’ con bande criminali, non con guerriglieri motivati da fini politici, che il governo del Salvador ha a che fare: la tregua è cosa diversa dai negoziati della Colombia con le Farc, e molti pensano che abbia dato alle maras legittimità e potere. Lo pensano gli Stati Uniti, lo pensa il candidato di centrodestra Norman Quijano, che ha promesso che non metterà in discussione la legalità e se eletto farà di tutto per distruggere ogni legame tra il governo e i criminali. La posizione di Sánchez Cerén è meno chiara, in campagna elettorale non ha quasi mai parlato di politiche di sicurezza, ma gli osservatori ritengono che con lui la tregua avrebbe maggiori probabilità di reggere. Le elezioni erano considerate anche un referendum sulla tregua, ma ora sono in stallo, e il vuoto di potere potrebbe far finire dei negoziati che già traballano. Nel 2014 gli omicidi in Salvador sono tornati a salire, e da mesi molte fonti governative dicono ai giornali che “la tregua è morta”.

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