Broken Obama

In un editoriale cucinato e servito subito dopo la sfuriata della senatrice Dianne Feinstein contro la Cia, il New York Times ha colto un punto che si staglia oltre l’orizzonte immediato della controversia di palazzo: “La nebbia persistente intorno alle detenzioni della Cia è l’esito della decisione presa da Obama, quando è arrivato alla Casa Bianca, di non condurre un’inchiesta. Speriamo almeno che sappia che una volta che ha perso Dianne Feinstein, non ha altra scelta se non rovesciare quella decisione”.

Broken Obama

In un editoriale cucinato e servito subito dopo la sfuriata della senatrice Dianne Feinstein contro la Cia, il New York Times ha colto un punto che si staglia oltre l’orizzonte immediato della controversia di palazzo: “La nebbia persistente intorno alle detenzioni della Cia è l’esito della decisione presa da Obama, quando è arrivato alla Casa Bianca, di non condurre un’inchiesta. Speriamo almeno che sappia che una volta che ha perso Dianne Feinstein, non ha altra scelta se non rovesciare quella decisione”. Traduzione: se il presidente s’è alienato pure l’ottuagenaria liberal che quando si tratta di scandalizzare le vestali dei diritti civili in nome della sicurezza nazionale non è seconda a nessun falco repubblicano, quella che tuona contro il “traditore” Edward Snowden e che per lo stesso New York Times è stata un’alleata anche “troppo affidabile” dell’estensione dei poteri delle agenzie di sicurezza dopo l’11 settembre 2001, figura sensibile alle ruvide esigenze della ragion di stato per istinto e formazione, significa che qualcosa s’è rotto.


La senatrice dice che spiando e rimuovendo dati dai computer della commissione intelligence del Senato che lei dirige – e che da anni lavora a un report sulle pratiche di detenzioni e agli interrogatori del post 11 settembre – la Cia ha violato in un colpo solo il quarto emendamento alla Costituzione (che proibisce le “perquisizioni irragionevoli” da parte del governo), una legge federale, un ordine esecutivo che limita le operazioni dell’agenzia ai territori stranieri nonché l’ordine dei rapporti fra i poteri dello stato. “Roba da Richard Nixon”, come ha detto il falco repubblicano Lindsey Graham: “Se è tutto vero il ramo legislativo deve dichiarare guerra alla Cia”. Dichiarare guerra è espressione iperbolica, ma rende l’idea.


Il deputato repubblicano Mike Rogers, omologo di Feinstein alla Camera, dice che se la senatrice “decide di parlare pubblicamente significa che qualcosa di sbagliato è successo. E’ una situazione potenzialmente orribile che potrebbe distruggere i rapporti fra la Cia e il ramo legislativo”. Per Feinstein le mani che di nascosto frugano nei computer del Senato e fanno scomparire un’inchiesta interna (nota come la “Panetta Review”) che dettaglia gli interrogatori duri e le detenzioni illegali della guerra al terrore sono il “defining moment” della Cia, il momento che ne definisce la vera identità. Secondo la senatrice la “Panetta Review” fornisce un resoconto dei fatti molto diverso da quello ufficialmente approvato dall’agenzia.


John Brennan, direttore della Cia, sa di prendersi un rischio enorme quando dice che le parole di Feinstein “non potrebbero essere più lontane dalla verità”, anche perché, contrariamente ai colleghi di Capitol Hill Tom Udall e Ron Wyden, capofila della lotta agli eccessi spionistici in nome della sicurezza, Feinstein era soldatessa fedele, strenuo avvocato del Patriot Act e dei metodi spicci per combattere il nemico.


Quando è scoppiato il caso Snowden ha tenuto una posizione anche più dura di quella della Casa Bianca nei confronti dell’ex contractor che ha ricevuto asilo in Russia, fino al giorno in cui si è scoperto che la National Security Agency spiava gli alleati più stretti dell’America, con tanto di cimici piazzate negli uffici dell’Unione europea e orecchie che arrivavano fino al cellulare di Angela Merkel. La commissione intelligence non ne sapeva nulla, il che in prospettiva costituzionale è anche più grave del fatto in sé. E’ a quel punto, siamo a ottobre dello scorso anno, che l’alleanza fra la commissione del Senato e l’apparato d’intelligence ha preso a scricchiolare: “Contrariamente alla raccolta di dati attraverso il mandato di un tribunale, è chiaro che certe attività di sorveglianza sono state praticate per oltre un decennio senza informare in modo soddisfacente la commissione intelligence”, ha detto allora Feinstein.


Con maliziosa ironia Snowden ora parla di “ipocrisia” e di “effetto Merkel”: non si obietta allo spionaggio a tappeto finché non si è toccati in prima persona, e il devastante discorso di martedì è l’atto d’accusa definitivo. E oltre all’accusa di aver trafugato un documento – peraltro ovviamente già copiato e messo in una cassaforte del Senato – c’è anche quella di “intimidazione” da parte della Cia. Il viceconsigliere generale dell’agenzia, Robert Eatinger, personaggio così coinvolto nell’architettare i programmi di detenzione che il suo nome compare 1.600 volte nella relazione del Senato, ha formalmente chiesto al dipartimento di Giustizia di aprire un’inchiesta sulla commissione per scoprire come ha ottenuto la “Panetta Review”. Non è chiaro se passare al computer in dotazione dello staff del Senato il documento interno sia stato un atto volontario o involontario della Cia, oppure l’opera di una talpa: a giudicare dalla rabbiosa reazione – legale e fattiva – dell’agenzia il passaggio non è avvenuto volontariamente. Feinstein ha presentato al procuratore generale, Eric Holder, un esposto uguale e contrario a quello comminato ai suoi danni, ma allo stesso tempo ha deciso di rendere pubblico questo immane scontro di potere sul quale ogni attore di Washington non può non prendere posizione. Segno che le riserve di fiducia nei confronti dell’Amministrazione Obama si sono esaurite, e non rimane altro che alzare il livello dello scontro portandolo sopra il pelo dell’acqua. I senatori democratici, a partire dal leader Harry Reid, sono dalla parte di Feinstein; la maggior parte dei repubblicani è contraria, perché tutta la disputa potrebbe gettare altro fango sull’apparato legale messo in piedi da Bush durante la guerra al terrore, ma la timidezza del Gop fa imbestialire quelli come Graham e John McCain: un conto è il contenuto dell’inchiesta, un altro è il sanguinoso scontro di potere fra l’intelligence e i rappresentanti del popolo che sono incaricati di controllarla. C’è di mezzo l’ordinamento dello stato garantito dalla Costituzione, non un dettaglio.


Obama naviga nella bufera come se nulla fosse. Sapeva? Non sapeva? E’ parte in causa o ignara vittima delle manovre interne? E’ ormai il solito dilemma obamiano, e come al solito non si sa quale sia la risposta meno devastante per la qualità della sua leadership. Meglio essere imbelli circuiti dai propri apparati per poi poter dire “non ne sapevo nulla” quando il caso scoppia, oppure scaltri kingmaker che forzano leggi e convenzioni ma poi si prendono le proprie responsabilità? Obama sceglie di non scegliere, e nella non-scelta c’è un metodo. La politica estera ondivaga, basata sulla reazione agli input esterni, programmaticamente “from behind”, condita con ideali abbastanza solidi da costruirci discorsi emotivamente trascinanti, non un’azione politica seria, si ripropone anche sul fronte interno.
Il “nation building at home” con cui ha giustificato una forma obliqua di isolazionismo dopo gli anni internazionalisti di George W. Bush non sta funzionando benissimo. Anche l’economia avanza a un ritmo incompatibile con una crescita significativa. Tutti i punti caldi fra la sicurezza nazionale e il Congresso sembrano scivolare via fra le dita del presidente. Le rivelazioni di Snowden non hanno aiutato, soprattutto quando il direttore delle agenzie d’intelligence, James Clapper, sotto giuramento davanti a un panel del Congresso, dice che la Nsa non spiava cittadini americani, o almeno “not wittingly”, non volontariamente. Tre mesi più tardi i documenti della talpa Snowden hanno mostrato che l’agenzia raccoglieva sistematicamente dati su milioni di americani. Clapper si è schermito con qualche piroetta linguistica, secondo i canoni dell’ermeneutica americana della mezza verità sotto giuramento, e Obama, da par suo, non ha preso alcuna iniziativa; ma il Congresso se l’è segnata. Così come si è segnato la cacciata repentina del generale David Petraeus dalla direzione della Cia per via di una liaison extraconiugale che non costituisce reato né viola il codice di condotta dell’agenzia. Erano altri i motivi per cui la fazione vincente dell’intelligence voleva la testa del generale, si parlava di uno scontro fra concezioni competitive del ruolo dell’agenzia sullo sfondo del disastro di Bengasi, e anche quella volta Clapper è stato decisivo. Obama, da par suo, si è limitato ad assecondare la corrente più forte.


Ci sono stati pasticci d’intelligence in Libia, in Russia appena prima dell’invasione della Crimea, altri pasticci nella gestione dei rapporti con i giornalisti – categoria che il presidente della trasparenza ama perseguire per vie legali – leak e controleak, congiure di palazzo e disinformazione, battaglie legali sui bombardamenti clandestini con i droni e gli obiettivi con cittadinanza americana, l’eterna disputa sul carcere speciale di Guantanamo, scontri con il Congresso che ha visto erodere la propria funzione di controllo, fino al punto in cui la situazione è stata esplicitata dalla più improbabile delle senatrici. Qualcosa s’è rotto, ma non è una rottura improvvisa, piuttosto un cedimento strutturale dopo che troppo peso è stato caricato sulla fragile architettura di potere tenuta insieme dal presidente.


La questione delle detenzioni e degli interrogatori duri assomma in un certo modo tutte le debolezze di Obama, perché è l’espressione di quella visione del mondo, dell’America e della sicurezza di cui il presidente voleva liberarsi; una volta che si è trovato nei panni del commander in chief ha notato che era stata la forza della necessità a suggerire al suo predecessore l’impiego di strumenti straordinari. Smantellarli non era facile ma soprattutto non conveniva, meglio affinare il senso dell’equilibrio e procedere cautamente sullo stretto crinale fra le parole e i fatti, adottando deliberatamente la debolezza, l’assenza, l’indecisione, il “non sapevo” come criteri della gestione del potere. Come il vuoto dell’America di Obama ha lasciato spazio ad altri player più attivi sullo scenario globale, così il vuoto obamiano nel palazzo ha lasciato che fermentassero insanabili scontri di potere. La lucida sfuriata di Feinstein contro la Cia, con tutte le implicazioni e i rimandi che suggerisce, è tutto sommato soltanto un epifenomeno.

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