Università straccia

Il 18,9 per cento dei laureati all’Università di Bari dopo tre anni dal titolo è disoccupato, il 20,4 per cento alla Seconda Università di Napoli, all’Università di Reggio Calabria si arriva addirittura al 28. Al contrario, al San Raffaele di Milano i senza lavoro sono solo il 3,3 per cento, a Genova il 6,5, a Roma il 12. I dati di Almalaurea confermano che l’Italia – anche nelle statistiche sull’università – è lunga e duale. La situazione per il Mezzogiorno sarebbe ancora più grave se quasi un laureato su cinque non si spostasse al centro e al nord per cercare lavoro (per tacere di chi va all’estero).

Università straccia

Il 18,9 per cento dei laureati all’Università di Bari dopo tre anni dal titolo è disoccupato, il 20,4 per cento alla Seconda Università di Napoli, all’Università di Reggio Calabria si arriva addirittura al 28. Al contrario, al San Raffaele di Milano i senza lavoro sono solo il 3,3 per cento, a Genova il 6,5, a Roma il 12. I dati di Almalaurea confermano che l’Italia – anche nelle statistiche sull’università – è lunga e duale. La situazione per il Mezzogiorno sarebbe ancora più grave se quasi un laureato su cinque non si spostasse al centro e al nord per cercare lavoro (per tacere di chi va all’estero). A certe latitudini, insomma, il “pezzo di carta” cessa di essere un ascensore sociale e una leva di opportunità. In tempi di revisione della spesa pubblica, sarebbe il caso che si aprisse una riflessione sulle risorse statali investite nel sistema accademico. Per troppi, in Italia, “scuola” e “università” sono parole che non possono nemmeno essere accostate a termini come “efficienza” e “mercato”. I risultati di questo atteggiamento si vedono. Accanto a rare eccellenze, troppe università italiane sono baracconi inefficienti: non fanno ricerca, non competono con le università del mondo, non attraggono talenti e non offrono nemmeno reali chance di lavoro per i laureati. Da anni si propone di legare i finanziamenti alle varie università ai risultati della ricerca e alle performance di occupabilità degli studenti, innescando dinamiche concorrenziali virtuose. Se vigessero tali meccanismi premiali, molte università meridionali sarebbero costrette a chiudere o ad accorparsi. Si oppone a una riforma radicale solo chi non vuol vedere la realtà: la Federico II di Napoli, ad esempio, era un polo di eccellenza, accoglieva studenti da tutto il Mezzogiorno e non solo; oggi è rarissimo che la scelgano studenti provenienti da regioni diverse dalla Campania e molti giovani napoletani brillanti studiano altrove. Meglio avere poche buone università che molti atenei scadenti. Le risorse risparmiate con la riduzione del personale amministrativo pletorico potrebbero essere impiegate in borse di studio per gli studenti meritevoli, ai quali verrebbe lasciata la libertà di scegliere l’università che preferiscono, in Italia o all’estero. Inondiamo il sud di borse di studio, tagliamo baronati e burocrazie, assegniamo a milioni di studenti il potere (di mercato) di scegliersi l’università e il futuro.

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