Più che cuneo, trabajo duro

Al di là della distribuzione dei miliardi di sgravi promessi, in forma di cuneo ridotto, che non sono comunque tali da dare una vera scossa all’economia italiana, quello che conterà nell’approccio governativo al problema del lavoro sarà l’intervento sulle forme di accesso e di risoluzione del rapporto di lavoro. Il fattore di successo della riforma del lavoro spagnola, che ha invertito la tendenza all’aumento della disoccupazione e che ora sta recuperando centomila posti al quadrimestre, è il decentramento a livello aziendale e territoriale della contrattazione, senza vincoli di omogeneità nazionale, una contrattazione che investe orari e retribuzioni e che ha consentito a molte imprese di passare dalla pratica del licenziamento a una modulazione della presenza della mano d’opera in relazione ai carichi di lavoro.

Più che cuneo, trabajo duro

Al di là della distribuzione dei miliardi di sgravi promessi, in forma di cuneo ridotto, che non sono comunque tali da dare una vera scossa all’economia italiana, quello che conterà nell’approccio governativo al problema del lavoro sarà l’intervento sulle forme di accesso e di risoluzione del rapporto di lavoro. Il fattore di successo della riforma del lavoro spagnola, che ha invertito la tendenza all’aumento della disoccupazione e che ora sta recuperando centomila posti al quadrimestre, è il decentramento a livello aziendale e territoriale della contrattazione, senza vincoli di omogeneità nazionale, una contrattazione che investe orari e retribuzioni e che ha consentito a molte imprese di passare dalla pratica del licenziamento a una modulazione della presenza della mano d’opera in relazione ai carichi di lavoro. La conseguente riduzione dei costi produttivi e l’aumento della flessibilità hanno favorito un recupero nelle esportazioni, che è stato la base della ripresa. A questo in Spagna si è arrivati, nonostante l’iniziale contrarietà assoluta dei sindacati, quando la disoccupazione ha raggiunto un quarto delle forze di lavoro. C’è da sperare che da noi, dove questo tasso è la metà, non si aspetti di raggiungere quel tragico record per adottare misure di flessibilità come quelle spagnole, che l’allora analista principe dell’Ocse, Carlo Padoan, aveva indicato come esempio da seguire.

Il rischio che corrono invece i riformisti italiani è quello di inseguire un “modello” valido in tutte le situazioni, che abbia effetti salvifici generali. In realtà il mercato del lavoro non è un mercato unico, è costituito da una serie di situazioni territoriali, settoriali, aziendali, diverse, che debbono trovare un loro equilibrio sulla base delle specificità, che vanno riconosciute e valorizzate. L’idea che ci sia una ricetta onnicomprensiva, che funziona per la piccola impresa a conduzione familiare e per la multinazionale con stabilimenti in vari continenti, è una pura costruzione intellettuale. Le pigre burocrazie sindacali, quelle del lavoro come quelle delle imprese, preferiscono discutere di questo ipotetico modello, perché sarebbe assai faticoso agire davvero in modo articolato e creativo nella multiforme situazione reale. Così però si rischia di aggiungere altri vincoli e altre pastoie, invece di liberare le capacità produttive dei lavoratori e degli imprenditori, che possono impegnarsi in una ricerca comune, magari talora conflittuale, delle soluzioni adeguate alle diverse circostanze. E’ così che si è creata la contraddizione tra una contrattazione reale, diffusa e articolata, e una ufficiale legata a contratti nazionali obsoleti, col risultato pratico di non produrre né lavoro né salari, ma solo una moltiplicazione delle burocrazie parassitarie.

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