Il pil è morto! Viva il pil!

La frequenza crescente con la quale negli ultimi anni Serge Latouche, teorico chic della decrescita felice, ha tenuto conferenze in Italia o ha concesso interviste nei programmi televisivi italofoni di massimo ascolto (lunedì prossimo sarà di nuovo a Milano, per chi finora se lo fosse perso) è un indicatore robusto delle difficoltà che il nostro paese incontra nel generare sviluppo. Infatti meno ricchezza si crea (e noi dall’inizio della crisi abbiamo perso nove punti di prodotto interno lordo o pil), più guadagnano in popolarità le tesi di chi sostiene che il problema non siamo noi ma il termometro (leggi: il pil) che è rotto.

Il pil è morto! Viva il pil!

La frequenza crescente con la quale negli ultimi anni Serge Latouche, teorico chic della decrescita felice, ha tenuto conferenze in Italia o ha concesso interviste nei programmi televisivi italofoni di massimo ascolto (lunedì prossimo sarà di nuovo a Milano, per chi finora se lo fosse perso) è un indicatore robusto delle difficoltà che il nostro paese incontra nel generare sviluppo. Infatti meno ricchezza si crea (e noi dall’inizio della crisi abbiamo perso nove punti di prodotto interno lordo o pil), più guadagnano in popolarità le tesi di chi sostiene che il problema non siamo noi ma il termometro (leggi: il pil) che è rotto. Ben inteso, economisti e accademici da anni si pongono interrogativi sull’utilità del pil – la misura sintetica del valore monetario di beni e servizi prodotti in un anno in un determinato paese – ma le loro conclusioni sono tutt’altro che univoche. Lo conferma l’ultimo libro di Diane Coyle, economista ed ex consigliera del Tesoro britannico, intitolato “Gdp: A Brief But Affectionate History” (Princeton University Press). Samuel Brittan, firma del Financial Times, ieri ha sintetizzato così il senso del libro e della diffusa frenesia occidentale per la crescita: “A parità di tutte le altre condizioni, un pil pro capite più alto è meglio di uno più basso”. Latouche sobbalzerebbe sulla sedia al cospetto di cotanto sfrontato semplicismo, ma secondo il Ft occorre dissipare “l’aria di mistificazione” che oramai circonda il concetto. 

Il saggio di Coyle aiuta a farlo. Ricordando per esempio che il pil fu concepito negli Stati Uniti a cavallo della Seconda guerra mondiale per misurare produzione e capacità produttiva, in modo da utilizzare risorse e forza lavoro scarse nel modo più efficiente possibile. Valutare il benessere dei cittadini sarebbe stato un altro paio di maniche, ma non era nei piani iniziali. Un indicatore “concepito per l’economia del ventesimo secolo, caratterizzata da produzioni di massa e legata a beni materiali”, è stato poi aggiornato continuamente negli anni – spesso con un significativo ritardo – per tenere conto dei servizi che oggi pesano come due terzi del pil nei paesi Ocse, i più sviluppati. A volte dunque il pil ha misurato “troppo poco” o “troppo in ritardo”, altre volte “troppo e basta” come nel caso del settore finanziario. Coyle cita il paradosso della finanza inglese, arrivata a contare quanto il 10,4 per cento del pil del Regno Unito nel 2009, cioè mentre lo stato inondava il settore di aiuti pubblici e addirittura nazionalizzava. Paradosso presto spiegato: all’inizio degli anni 90, a livello internazionale fu deciso che il valore dell’intermediazione finanziaria ai fini del pil sarebbe stato calcolato come la differenza tra i tassi offerti dai privati su prestiti e prodotti e il tasso di riferimento offerto dalla Banca centrale, moltiplicando tale differenza per il bilancio degli istituti presi in esame (metodo Fisim). Risultato: le banche che si assumevano rischi maggiori contribuivano maggiormente ad aumentare il pil. Al punto che la classe politica, partendo da un’analisi viziata del peso della finanza per le sorti nazionali, ha forse ecceduto per generosità dei salvataggi.

Tuttavia rimane indubbio che un pil maggiore contribuisca al benessere sociale e che sia altamente correlato con quelli che tutti riconosciamo essere sintomi di benessere, vedi l’aumentata aspettativa di vita e il diminuito tasso di mortalità infantile. Coyle diffida invece da chi preferirebbe misurare la felicità: contesta la tesi per cui nei paesi ricchi il pil aumenta ma la felicità no (il primo, banalmente, non ha limiti; la felicità è misurata invece su scale limitate da 1 a 10!); dubita sull’uso effettivo che la politica potrebbe fare di misurazioni simili. E poi non sarà un caso se il governo del Buthan, staterello asiatico semiautoritario diventato famoso per il fatto di misurare la “Gross national Happiness”, agogna adesso alla bieca motorizzazione e s’indebita con l’estero.

Non affrettiamoci dunque a rottamare il pil, dice Coyle: piuttosto ingegniamoci affinché tenga conto della complessità delle nostre economie contemporanee, dell’intangibilità e della gratuità di un numero crescente di servizi (la possibilità di ricercare su Google, per esempio) e della sostenibilità del tutto. “Il ‘surplus del consumatore’, cioè la differenza tra quanto un consumatore paga un bene/servizio e il valore che lo stesso consumatore riceve, oggi cresce grazie alla prevalenza di beni e servizi online gratuiti – dice al Foglio Arnold Kling, economista della George Mason University – Crescono pure le possibilità di scelta di cui disponiamo. Se riuscissimo a conteggiare tutto ciò nel pil, capiremmo che almeno negli Stati Uniti non c’è alcuna ‘stagnazione secolare’ all’orizzonte. C’è solo un gap tra il tasso di sviluppo economico e la nostra capacità di misurare tale sviluppo”. Il pil è morto! Viva il pil!

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