Gasdiplomazia

Liberalizzare le esportazioni di gas naturale americano in Europa per accorciare le leve geopolitiche  di Vladimir Putin è un’idea che mette d’accordo lo speaker repubblicano della Camera, John Boehner, e il New York Times, la conservatrice Heritage Foundation e il dipartimento di stato. Da ogni parte arrivano richieste al Congresso di rimuovere i lacci burocratici che impediscono agli Stati Uniti di esportare in modo massiccio oltreoceano il gas naturale di cui è ricca – grazie al tanto vituperato fracking –, mossa strategica che ridurrebbe drasticamente la dipendenza europea dalla Russia.

Gasdiplomazia

Liberalizzare le esportazioni di gas naturale americano in Europa per accorciare le leve geopolitiche  di Vladimir Putin è un’idea che mette d’accordo lo speaker repubblicano della Camera, John Boehner, e il New York Times, la conservatrice Heritage Foundation e il dipartimento di stato. Da ogni parte arrivano richieste al Congresso di rimuovere i lacci burocratici che impediscono agli Stati Uniti di esportare in modo massiccio oltreoceano il gas naturale di cui è ricca – grazie al tanto vituperato fracking –, mossa strategica che ridurrebbe drasticamente la dipendenza europea dalla Russia. Significherebbe attaccare l’avversario nel suo punto di forza, depredarlo del suo asset strategico più importante, avviare un nuovo corso energetico per rafforzare l’asse atlantico in un’ottica di lungo periodo che guarda anche oltre la crisi in Ucraina. Un’ipotesi forte dopo tante esibizioni di debolezza. Le minacce di Gazprom di chiudere i rubinetti all’Ucraina hanno reso ancora più compatto l’eterogeneo fronte che propone la gasdiplomazia come via maestra per ridimensionare Putin. Giovedì scorso gli ambasciatori di Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia hanno scritto ai leader del Congresso chiedendo di sbloccare immediatamente i rapporti energetici fra paesi che non hanno accordi di libero scambio.

Il problema riguarda però l’efficacia di queste misure nel breve termine. Gli esportatori americani di gas lavorano soprattutto con contratti di lungo periodo che non possono essere rescissi da un giorno all’altro, e tutto il resto del gas naturale liquido viene messo su un mercato dominato dai player asiatici, disposti a pagare prezzi decisamente più alti rispetto agli europei. Difficilmente i privati che vendono gas saranno disposti a ridurre i profitti per sostenere la politica estera di Washington.  Giappone, Corea del sud e India si sono già aggiudicati le forniture provenienti dai sei terminal di gas naturale liquido approvati dal dipartimento dell’Energia. Se anche il Congresso votasse subito, ad esempio, il disegno di legge del deputato Michael Turner, che estende le esportazioni americane a tutti i paesi della World Trade Organization, il mercato americano continuerebbe a guardare all’Asia più che all’Europa. Senza contare poi i fattori tecnici: per ridurre il gas in forma liquida su larga scala servono investimenti di miliardi di dollari e anni di lavoro. La gasdiplomazia per togliere fiato alla Russia in Europa è, nel lungo periodo, un’idea seria sulla quale Obama potrebbe usare l’arte decisionista della “pen and phone”, ma per la crisi ucraina di oggi la forza energetica dell’America non basta.

 

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