Lontano da Roma

Altro che muso. Qui si spiega perché il Cav. è silenzioso e contento

Adesso ad Arcore dicono che il Cavaliere è un super gatto. “Ha otto vite”, sorridono sia Giovanni Toti sia Daniela Santanchè, loro che lo amano, questo super gatto, e senza troppo amarsi tra di loro. Condannato, interdetto, incandidabile, più povero di cinquecento milioni di euro per via di un certo assegno staccato a Carlo De Benedetti, Silvio Berlusconi non potrebbe stare meglio di così. La natura degli uomini ha la capacità di sottrarsi alle croci più spinose ignorandole, capacità che ha consentito al genere umano di sopravvivere e mirare al sodo.

Altro che muso. Qui si spiega perché il Cav. è silenzioso e contento

Adesso ad Arcore dicono che il Cavaliere è un super gatto. “Ha otto vite”, sorridono sia Giovanni Toti sia Daniela Santanchè, loro che lo amano, questo super gatto, e senza troppo amarsi tra di loro. Condannato, interdetto, incandidabile, più povero di cinquecento milioni di euro per via di un certo assegno staccato a Carlo De Benedetti, Silvio Berlusconi non potrebbe stare meglio di così. La natura degli uomini ha la capacità di sottrarsi alle croci più spinose ignorandole, capacità che ha consentito al genere umano di sopravvivere e mirare al sodo. E il Cavaliere, fisso ad Arcore, mira al sodo. Dunque si gode il semi monopolio dell’opposizione, in condominio con Beppe Grillo. Ma Berlusconi vive anche l’inebriante contraddizione d’essere un po’ dentro la maggioranza con l’amato-odiato Angelino Alfano e con i magheggi del suo spiccio ambasciatore Denis Verdini. E infine, il Cavaliere, il cui romanzo si dipana sempre in una fortunosa anarchia, osserva ammirato – come di fronte a uno strano figlioccio, a uno stupefacente doppio e sosia – le capriole e le acrobazie varie del giovane Matteo Renzi che fa esercizio estremo di garantismo nel salotto convenzionale di Fabio Fazio, che prende di petto la Cgil e Susanna Camusso, che si berlusconizza al punto da promettere (funambolo com’è) l’abbassamento delle tasse. “E’ il mio erede”, si è spinto a dire Berlusconi, lui che del ragazzino sembra ammirare persino la ribalderia, anche quando, come sulla riforma elettorale, questa agilità è apparentemente rivolta contro i suoi interessi. Ma è poi vero?

Berlusconi attende la decisione sui suoi arresti domiciliari, ma ha già posto una distanza avvertibile e studiata tra sé e Roma, tra la casa di Arcore e il Castello Grazioli, tra il tepore degli affetti e le noie di corte. I notabili di Forza Italia si turbano o si allietano per cose delle quali al Cavaliere non importa nulla, ma che per loro sono vitali perché in rapporto con il loro patrimonio di speranze e timori di classe, di ceto politico. Ma Berlusconi sbadiglia, sfugge. Così non torna a Roma, è vero, ma solo per per evitare i suoi cortigiani-questuanti, “quelli del partito”, gli uomini e le donne di Forza Italia che lo vorrebbero costringere alla contabilità delle chiacchiere, alla ripartizione precisa degli incarichi, delle poltrone, delle medagliette, degli alamari e dei pennacchi. “C’è da comporre l’ufficio di presidenza”, gli ripetono Denis Verdini e Raffaele Fitto, sfiniti, talvolta disperati. E Berlusconi, quando gliene parlano, a stento riesce a occultare l’afflizione senza rimedio che gli provoca questo genere di argomenti. Non ha intenzione di decidere niente, piuttosto studia e osserva Matteo Renzi. E finché non avrà le idee chiare, non succederà nulla. Il partito è lui, il partito è suo. Nel Cavaliere coincidono lucidità e incoscienza, e dunque lui dosa ammirazione e curiosità, talvolta diffidenza, ma non sa dissimulare la soddisfazione profonda per i nuovi equilibri che Renzi sta creando intorno al Palazzo della politica. In queste condizioni, insperate, gli è concesso di giocare, come piace a lui, tutti i giochi e contemporaneamente.

Dunque può esercitare il potere libero e spigliato dell’opposizione, con Renato Brunetta e Daniela Santanchè, ma può anche esercitare un ruolo temperatamente minaccioso, persino sottilmente estorsivo, nei confronti di un governo in cui il suo ex figlioccio Alfano una sola cosa chiede: interventi sulla Giustizia. Dice Giovanni Toti: “Penso che Alfano farebbe bene a relazionarsi con noi”. Già accade.

Quanto alle elezioni, al di là delle parole in libertà di certi gregari e al di là della propaganda di prammatica, quelle Berlusconi non le ha mai volute davvero. Anche perché all’orizzonte non ci sono mai state, e – pare – non ci saranno. Sarà pur vero, come sussurrano i maliziosi, persino dentro Forza Italia, che l’impero della politica italiana non è più suo, ma di Renzi. Eppure ieri il Cavaliere non ha potuto fare a meno di fregarsi le mani nel sentir pronunciare a Carla Cantone, capo dei pensionati Cgil, queste parole: “La posizione del premier Matteo Renzi in tema di confronto con le parti sociali non è una novità. Era già così con Berlusconi”.

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