La memoria delle donne

E’ l’8 marzo, “festa della donna”. Ma non esiste più, un 8 marzo “festa della donna”. Di sicuro l’8 marzo non ha più molto senso, è diventato reliquia, giornata museale, occasione di vendita di gadget e fiori, niente più di un ricordo pallido di mimose in piazza, sgradito persino a chi è cooptato a festeggiare. Da un lato, infatti, la necessità di dedicare un giorno alla donna viene considerata, dalle donne, quasi offensiva: “Come fossimo la riserva indiana”, dicono, o “come se solo oggi ci si ricordasse della parità”.

La memoria delle donne

E’ l’8 marzo, “festa della donna”. Ma non esiste più, un 8 marzo “festa della donna”. Di sicuro l’8 marzo non ha più molto senso, è diventato reliquia, giornata museale, occasione di vendita di gadget e fiori, niente più di un ricordo pallido di mimose in piazza, sgradito persino a chi è cooptato a festeggiare. Da un lato, infatti, la necessità di dedicare un giorno alla donna viene considerata, dalle donne, quasi offensiva: “Come fossimo la riserva indiana”, dicono, o “come se solo oggi ci si ricordasse della parità”. Dall’altro lato si ascoltano, anche su questo giornale (interventi di Barbara Palombelli e Ritanna Armeni), grida di denuncia contro “l’ipocrisia” di questa festa e contro la sua “retoricità” in un quadro di “sconfitta del femminismo della libertà” a vantaggio di un femminismo “di stato”, “repressivo e moralista”. Il quadro generale della società e della politica, poi, fa apparire l’8 marzo sempre più un feticcio inutile: il martellamento politicamente corretto, le donne al governo e in posti chiave delle istituzioni, ma spesso con pretesa di essere valutate in base a una ideale quota rosa che per la loro capacità-parità (il quid dell’antico femminismo), il matrimonio gay, nuova frontiera della “battaglia per i diritti”, l’indifferenziazione sessuale come ideologia: tutto questo contribuisce a scavare un fosso di indifferenza nella cosiddetta “coscienza comune delle donne” per com’era intesa negli anni Settanta. O a renderla obsoleta. Nel calderone dei diritti tutto si annacqua, diventa argomento da social network, tutto si fa grido indignato che punta a una difesa dall’alto (a un femminismo “di stato”, appunto) e magari alla sanzione legale della “parità di genere” nelle liste elettorali.

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